La morte di Ruth Bather, e ora?

Più informazioni su

NEW YORK Un terremoto politico e istituzionale che rende ancor più drammatiche le elezioni presidenziali e congressuali del 3 novembre: la morte di Ruth Bader Ginsburg, una dei quattro progressisti tra i 9 giudici della Corte Suprema Usa, sposta l’attenzione della campagna dal coronavirus e dai problemi economici alla battaglia per spingere ancora più a destra una magistratura costituzionale che con le sue sentenze può ridisegnare equilibri e abitudini sociali, scelte etiche (dall’aborto ai matrimoni gay) e può avere un peso decisivo anche sulla scelta per la Casa Bianca qualora l’esito del voto fosse contestato sul piano giuridico, come avvenne vent’anni fa: nel 2000 fu la Corte Suprema a sbloccare lo stallo tra George Bush e Al Gore, assegnando al candidato repubblicano la vittoria nella contesa decisiva della Florida.

Il dramma e la farsa
Ora Donald Trump vorrebbe nominare subito il successore, anche se mancano pochi giorni al voto e benché quattro anni fa i repubblicani impedirono a Barack Obama di sostituire il giudice Scalia, morto 9 mesi prima delle elezioni, lasciando un posto della Corte Suprema vacante per oltre un anno.

Il presidente, forse perché informato dell’aggravamento delle condizioni di salute di Ginsburg, nei giorni scorsi aveva presentato un elenco di 20 nomi – magistrati e anche esponenti politici conservatori, compresi tre senatori – tra i quali si propone di scegliere i prossimi giudici della Corte Suprema. E ieri sera, proprio quando stava per essere annunciata la morte della magistrata, Trump ha detto in tono sarcastico durante un comizio: «Magari sceglierò Ted Cruz (senatore del Texas, ndr). È il modo più facile per avere la conferma del Senato: avrebbe un sì unanime. È talmente detestato che lo voterebbero tutti, pur di toglierselo dalle scatole».

Cosa succede adesso
In realtà è molto più probabile che Trump scelga un magistrato di carriera per sostituire Ginsburg. E, se pensa a un’altra donna, la favorita dovrebbe essere Amy Coney Barrett, giudice di Corte d’Appello del Settimo circuito di Chicago. Il presidente l’ha elogiata più volte, ma sono considerati in buona posizione anche due giudici delle Corti d’Appello di Filadelfia e Atlanta.

Più che sui nomi, però, ora la battaglia sarà sulla forzatura di Trump che vuole prendere una decisione tanto rilevante a pochi giorni dal voto. Negli Stati Uniti non esiste il semestre bianco, ma quattro anni fa, quando Obama scelse un giudice (peraltro un moderato che non piaceva ai democratici, Merrick Garland) a nove mesi dalle elezioni e a quasi un anno dalla scadenza del suo mandato presidenziale, il leader del Senato, Mitch McConnell, rifiutò perfino di mettere la questione della sua ratifica all’ordine del giorno e di fissare un calendario di audizioni, affermando che, data la vicinanza delle elezioni, «il popolo americano deve avere una voce nella selezione del prossimo giudice costituzionale: il posto (del defunto Scalia, ndr) resterà vacante fino all’insediamento del nuovo presidente».

Incredibilmente oggi lo stesso McConnell, ancora leader del Senato, si dichiara pronto a mettere ai voti il successore di un giudice morto ad appena 47 giorni dal voto. Giustifica così il cambio di rotta: oggi la maggioranza del Senato è dello stesso colore politico del presidente. Ma è una motivazione di schieramento, non di valore istituzionale.

McConnell, però, non ha detto se il Senato ratificherà il successore di Ginsburg prima o dopo le elezioni del 3 novembre. Probabilmente il voto slitterà a una data successiva per due motivi: in primo luogo non ci sono i tempi tecnici (prima di scegliere Trump dovrebbe incontrare i candidati, poi il prescelto dorrebbe entrare nella procedura delle audizioni del Senato che lo voterebbe solo dopo averlo esaminato; e di sedute del Congresso prima delle elezioni ne sono rimaste poche). Inoltre diversi senatori repubblicani che rischiamo di essere sconfitti alle elezioni del 3 novembre preferiscono evitare un scontro che li danneggerebbe ulteriormente.

I vantaggi per Trump
La scomparsa di Ginsburg aumenta le chance di Trump di essere riconfermato: gli consente di far passare in secondo piano le questioni che lo mettono in maggiore difficoltà (gestione della pandemia e difficoltà economiche) spostando il baricentro della sua campagna verso i temi sociali, etici e giuridici, oltre che su quelli dell’ordine pubblico, sui quali sta già insistendo da giorni: chiamerà tutta la destra a raccolta attorno ai valori conservatori. L’esame dei candidati, la scelta del giudice e la battaglia coi democratici in Congresso gli consentiranno di tornare ogni giorno e con vigore su questi temi.

Il voto del Senato prima delle elezioni per lui è importante ma non essenziale. Senza Ginsburg, la Corte è, comunque, ancor più spostata a destra: il presidente, John Roberts, un conservatore che fin qui ha scelto di svolgere un ruolo di bilanciamento, votando a volte coi giudici progressisti, perde il suo ruolo di ago della bilancia.

Per i democratici è molto dura: possono contestare McConnell per il suo voltafaccia, ma non bloccarlo se lui riuscirà a tenere compatta la sua maggioranza di 53 senatori repubblicani (contro i 47 democratici) Due senatrici (Colins e Murkowski) si sono già dette indisponibili a ratificare la scelta del nuovo giudice prima delle presidenziali. È verosimile che altri, come Mitt Romney o Lindsey Graham, abbiano forti perplessità. Ma nei momenti cruciali (ad esempio il voto per l’impeachment) i dissensi tendono a scomparire.

Le chance per i democratici al Senato (e un’arma segreta)
I democratici possono trarre qualche vantaggio da questa situazione nelle elezioni di Camera e Senato. Diversi senatori repubblicani che devono affrontare il giudizio delle urne sono in forte difficoltà. Una forzatura sui giudici e la prospettiva di cambiamenti radicali nella società, dall’aborto ai diritti dei gay, può galvanizzare l’eletttorato progressista e spingerlo in massa alle urne. E se, come molti ritenevano probabile già prima della morte della Ginsburg, la sinistra dovesse conquistare il Senato, oltre alla Camera, potrebbe minacciare l’uso di una specie di «arma nucleare» nella prossima legislatura: una riforma della Corte Suprema aumentando da 9 a 13 il numero dei suoi giudici.

Più informazioni su

Commenti

Translate »