I Giovani sempre più a rischio Covid, anche se non arrivano a essere gravi devono stare attenti alle conseguenze

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I Giovani sempre più a rischio Covid, anche se non arrivano a essere gravi devono stare attenti alle conseguenze  . Una delle poche certezze che abbiamo sulla covid è che con l’età aumentano le probabilità di contrarre la malattia in forma grave o letale, scrive Focus : un 25enne colpito dall’infezione corre circa 250 volte in meno il rischio di morire per l’infezione rispetto a un 85enne, e sotto i 35 anni la mortalità media per covid è inferiore a un caso ogni 1000 contagiati. Queste stime potrebbero creare l’illusione che la giovane età costituisca una sorta di “scudo protettivo” contro le conseguenze più nefaste della malattia, ma il rischio di morte non è l’unico scenario che si vuole scongiurare: esiste anche il rischio di riportare conseguenze a lungo termine dall’infezione, e questo non è certo più basso nei giovani – anzi.

DANNI A ORGANI E TESSUTI. Come argomenta un articolo pubblicato sull’Atlantic, molta enfasi finora è stata posta su un aspetto della pandemia: quali sono le probabilità di essere contagiati? Poco si è parlato, però, di un’altra domanda fondamentale: che cosa succede quando si viene contagiati? La CoViD-19 può comportare, anche se non necessariamente, un insieme di problemi per la salute che non risparmiano i giovani adulti e che, anzi, si presentano nei giovani con una certa frequenza.

Da una serie di studi su pazienti asintomatici è emerso che oltre la metà di essi presentava anomalie polmonari dovute alla covid; inoltre, fino a 1 su 5 tra coloro che hanno contratto la malattia sviluppa danni al cuore associati all’infezione. Anche nelle forme moderate della malattia, cioè quelle che non richiedono il supporto respiratorio, sono stati trovati segni di alterazioni patologiche dei neuroni, non è chiaro se a causa del coronavirus SARS-CoV-2 o se per la risposta immunitaria al patogeno. Già da alcuni sintomi chiave dell’infezione, come la perdita del gusto e dell’olfatto, il disorientamento e le vertigini, era chiaro che esiste un coinvolgimento del sistema nervoso nella CoViD-19. C’è poi il calvario dei “long-haulers”, i malati a lungo termine di covid che continuano a mostrare sintomi anche a molti mesi dal contagio iniziale, spesso risultando negativi a sierologici e tamponi.

EREDITÀ SGRADITA. Secondo uno studio condotto presso il Mount Sinai Hospital di New York, nella maggioranza dei casi i long-haulers sono donne senza problemi di salute pregressi, dell’età media di 44 anni: non proprio il profilo tradizionalmente considerato più a rischio. Tra gli uomini attorno ai 30 anni che hanno contratto l’infezione, l’1,2% ha bisogno di ricovero ospedaliero, una circostanza che sfocia più facilmente in conseguenze croniche sulla salute. Da studi italiani emerge che 9 pazienti su 10 ospedalizzati per covid avranno ancora almeno un sintomo a due mesi dalla guarigione ufficiale (più di frequente affaticamento o fame d’aria).

Mettendo insieme questi dati si deduce che un maschio adulto sui 30 anni ha circa una possibilità su 100 di sviluppare una conseguenza a lungo termine sulla salute dopo aver contratto la covid. Poiché il rapporto tra infezione e tasso di fatalità in un 60enne è dello 0,7%, è più probabile che un 30enne riporti danni a lungo termine da covid che un 60enne muoia per covid. E abbiamo considerato soltanto il rischio dei ricoverati in ospedale, senza contare i long-haulers.

Vaccino anti covid: chi dovrebbe avere la priorità?

QUALI CONSEGUENZE? Inoltre, il SARS-CoV-2 è noto da troppo poco tempo per sapere quali siano, se ci saranno, gli effetti futuri del contagio sull’organismo: come ha detto all’Atlantic Howard Forman, professore di politiche di salute pubblica all’Università di Yale, «sappiamo che l’epatite C porta al cancro al fegato, che il Papillomavirus umano porta al cancro alla cervice e che l’HIV può portare a certi tipi di tumori»: non abbiamo idea delle possibili implicazioni sulla salute di un incontro con questo virus.

PATTO GENERAZIONALE? Tutto questo dovrebbe portare a rafforzare le misure di prevenzione individuali e anche a evitare categorizzazioni troppo nette basate sull’età. Chi minimizza sul contagio dei più giovani in nome di una non meglio precisata immunità di gregge sembra assumere che la malattia sia pericolosa solo perché potenzialmente letale, ignorando tutto il suo sgradito corollario di problemi. Lo scenario futuro di una generazione di 30-40enni con patologie croniche e debilitanti deve essere a tutti i costi evitato.

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