Coronavirus. L’attore Roberto Lombardi: «Ho battuto il virus dopo 45 giorni ma ho un polmone fuori fase»

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Il virus è sconfitto, Roberto Lombardi è tornato a casa dopo 46 giorni di ricovero nell’ospedale di Scafati. I sintomi del Covid sono comparsi con una febbre alta e poi con un fiato cortissimo, segni inequivocabili che era proprio lui, il temuto virus, ad affacciarsi nella sua vita e a portarlo dritto in ospedale il 17 luglio. Da quel giorno, una lunga degenza, stessa sorte toccata alla moglie Valeria colpita dal virus in maniera più lieve, tornata a casa quindici giorni prima. «Ci vorranno ancora un po’ di mesi per un recupero totale racconta Lombardi, attore e regista Se mi sforzo mi affanno, respiro al 70 per cento, ho un polmone non completamente disteso, conto di riprendermi totalmente entro fine anno. Devo fare una riabilitazione respiratoria. Devo recuperare anche fisicamente, ho perso parecchio peso, circa nove chili. Dopo pochi giorni dal ricovero mi ha fatto impressione vedere le mie gambe per come erano dimagrite».
Quanto è stata dura?
«Ho dormito pochissimo, nei primi quattordici giorni ero in rianimazione e lì i pazienti sono monitorati da una serie di macchinari che misurano i vari parametri e che suonano costantemente, ad esempio per la misurazione della pressione o per monitorare i farmaci a rilascio. Ho capito che il virus colpisce in maniera diversa. Eravamo in quattro nella stanza e io pensavo di essere quello che stavo peggio perché se solo provavo a girarmi dovevo respirare con la bocca. Invece due dei pazienti che erano accanto a me hanno avuto una crisi respiratoria e sono stati intubati. È stato il momento più duro, a quel punto mi hanno isolato, i medici si sono persino scusati che non lo avevano fatto prima. Ho saputo poi che uno dei pazienti è morto e l’altro è stato portato in terapia intensiva. Io per fortuna durante tutta la degenza ho avuto bisogno solo della maschera per l’ossigeno e dell’aiuto di due cannule nel naso. Ma ho contato i lavaggi, solo quelli sono stati 250».
E poi non arrivava mai la fine.
«Finché ho lottato, non ho sentito la pesantezza dei giorni, gli ultimi invece sono stati pesanti, non passavano. Dopo il secondo tampone ancora positivo, quello necessario a decretare la guarigione, ho avuto un momento di contrarietà. Per fortuna poi si è tutto risolto e i due tamponi sono risultati negativi. Ci tengo a sottolineare che chi si è ammalato di Covid e poi guarisce, non va guardato come un appestato, è una persona sana e per un certo periodo anche immune. In Italia c’è tra l’altro questo protocollo dei due tamponi che è tra i più rigidi. Ci sono troppi pregiudizi, ci vuole invece un po’ più di raziocinio».
Che cosa ha imparato da questa esperienza?
«La sanità non sono i ministri o i direttori generali, ma un gruppo di medici molto preparati così come gli infermieri e i paramedici che hanno oltre che una preparazione nel loro campo una capacità di ascolto non comune. Un’infermiera una sera ci ha portato dei gelato artigianale per rifocillarci».
Ha avuto paura di morire?
«Per due volte in vita mia mi ero sentito a contatto con la morte, quando durante la scossa del 23 novembre dell’80 mi trovavo in un hotel e ho temuto di non uscire più vivo, e poi una volta che ho preso la scossa sotto la doccia. Quando ero in rianimazione vedevo che stavo malissimo, il bene e il male spariscono, hai una lucidità diversa. Combatti e ti senti come quando ti muovi sulla sabbia, quando cerchi di uscire da un fosso, scavi e provi a non riaffondare. Capisci che la morte c’è; la danza dei contrari, la vita e la morte che danzano insieme, ora la sento dentro di me».
Quando riprenderà la sua attività?
«In ospedale ho letto molto, ho contato di aver letto 3500 pagine in tutto, ma ho anche scritto e chissà che non ne venga fuori un libriccino da questa esperienza. Il pericolo è la retorica che cercherò di evitare. A ottobre ho in programma una serata di poesia e poi cercherò di recuperare lo spettacolo Un poeta un po’ beta che ho portato in scena al teatro Genovesi questo inverno e che era in programma l’11 agosto ai Barbuti».

Fonte Il Mattino

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