Villa Tre Ville di Positano, dove Zeffirelli incontrava il mondo

Nell’ex casa di Zeffirelli a Positano, ora hotel da 10mila euro a notte: feste e litigi, «il Paradiso era qui». Villa Tre Ville è stata per decenni un incrocio di star internazionali ospiti del grande regista, infaticabile padrone di casa. Oggi è un lussuoso hotel che ha mantenuto intatto il fascino della dimora: diecimila euro a notte per dormire nella camera del maestro
di Valerio Cappelli. Nell’ex casa di Zeffirelli a Positano, ora hotel da 10mila euro a notte: feste e litigi, «il Paradiso era qui»Franco Zeffirelli con le sue ospiti durante una festa in tema Giapponeshadow

C’era, in coloro che l’hanno frequentata, la vivida sensazione che il Paradiso fosse quello, quale che sia la sua vera natura, ma era una sensazione non immediata che ti afferrava soltanto quando lasciavi quel posto, Villa Tre Ville, proprio di fronte a Positano, l’antico borgo marinaro di casette colorate su terrazze digradanti, tutte piramidi di scale, che raggiungi nel tempo di una sigaretta con un barchino che fa la spola. Franco Zeffirelli, soffiandola a Gore Vidal che poi costruì il suo buen retiro a Ravello, acquistò quella residenza «con la voglia feroce di renderlo sempre più bello e sempre più mio». Lo decorò alla fine degli Anni ’60, trasformandolo quasi in un luogo di teatro, tra verande, giardini rigogliosi e saloni ricolmi di marmi, avori, specchi e madreperla. La villa, negli ultimi quindici anni, è passata di mano due volte. Dapprima la rilevò l’imprenditore Giovanni Russo, per la ristrutturazione si affidò a Fausta Gaetani, sorella di Raimonda, una delle costumiste e scenografe di Franco. Non poteva esservi successore migliore, padrone di casa attento, premuroso, rispettoso del passato, conservò la grazia, l’eleganza la bellezza di un posto dove di notte la luna è più bella. Dal 2011 è proprietaria la famiglia americana Friedland.

La Rosa, la Azzurra e la Bianca
Come racconta Daniela Barba, responsabile del marketing e assistente del direttore Peter John, vi apporrà qualche ritocco, per esempio rendendo più calda la reception, che in origine era il casaro, il punto di raccolta del latte. Immutato il corpo delle tre Ville: 16 camere esclusive (oltre agli ampi spazi verdi), ognuna diversa dall’altra, ma tutte con vista sul mare; costano da 1800 a 10 mila euro a notte, se si vuole la camera del maestro. Il collegamento è assicurato da quattro ascensori scavati nella roccia e da gallerie illuminate da Yahya Rouach, noto artista del Marocco che lavora per il suo re. Le ville, come vengono definite con un tocco di understatement, hanno ognuna un colore e il senso delle radici e dei ricordi: quella Rosa accoglie le camere intitolate a Nijinski, dove sembrano aleggiare i fantasmi di Diaghilev e Massine, e a Bernstein, dove si trovava l’antico forno del pane che ora è una doccia. Nella Villa Azzurra ecco i pavimenti lasciati dal maestro e le ceramiche del ‘700 napoletano acquistate dagli antiquari e raccolte in nicchie; qui si darà un tocco diverso: d’altra parte non è un museo. E poi Villa Bianca, progettata dall’architetto e scenografo Renzo Mongiardino, è il corpo centrale, ospitava tra l’altro l’appartamento del maestro, d’impronta marocchina, e il soggiorno è impreziosito da un lampadario di Murano. Sui divani con tendaggi bianchi affacciati sulla baia di Positano si radunavano gli ospiti di Franco.

La strategia anti-paparazzi di Liz Taylor
Da Zeffirelli ritrovavi ogni estate il jet set internazionale, attori, cantanti, direttori d’orchestra, e gli amici di una vita, Gregory Peck e Pasquino, tutti mescolati insieme, e ognuno si sentiva libero. L’unico richiamo, come ricorda Pippo Corsi, il figlio adottivo del grande regista che manda avanti la Fondazione Zeffirelli a Firenze, era la campanella che risuonava all’ora convenuta del pranzo e della cena, alle 14 e alle 21. La Fondazione, con un centro di documentazione dedicato alle arti dello spettacolo, è rivolta agli studiosi, agli addetti ai lavori e ai giovani desiderosi di entrare in contatto con materiali preziosi sulle varie fasi delle creazioni di Franco. L’atmosfera accogliente di Positano è rimasta, e sono rimaste tante altre cose, mentre cerchi di allontanare la nostalgia. Chi c’era? Elizabeth Taylor, assediata dai paparazzi, non riusciva a andare al mare così accettò il consiglio di Franco: vestiti e truccati, fatti fotografare e poi ti lasceranno in pace; Liza Minnelli andava con Kay Thompson, la sua madrina e insegnante (lo fu anche della madre Judy Garland) che l’accompagnava al piano; Laurence Olivier andava per annusare da vicino il mondo di Eduardo De Filippo in vista di un «progettino» comune.

La «vendetta» di Nureyev, l’esuberanza di Bernstein
Ci sono stati due episodi complicati: il primo vide protagonista Nureyev, il quale risalendo dalla discesa che porta al mare dopo un’avventura sessuale dall’esito incerto con un ragazzo, trovò il cancello chiuso: era notte fonda ed era stato lasciato fuori, ritenendo, i guardiani, che il grande ballerino fosse già rientrato. Furibondo, Nureyev dapprima disseminò il viale di suoi escrementi, poi in salone cominciò a distruggere tutto quello a portata di mano. Luciano, l’altro figlio adottivo di Franco, riferì al maestro, che si era ritirato nella sua stanza. Zeffirelli rispose: lascialo fare, è lo sfogo di un artista. Ma Nureyev continuava, gettando al piano sottostante (ci sono sei livelli) vasi e pesanti sedie di ghisa, rischiando di mandare all’ospedale gli altri ospiti, e quando mandò in frantumi una lampada a cui Franco teneva moltissimo, il pollice dell’«imperatore» di Positano andò sotto e esclamò: intervieni. L’epilogo fu una scazzottata, tra gli attoniti sguardi degli ospiti ancora svegli nel cuore della notte. L’altro episodio avvenne con due giganti della direzione, Carlos Kleiber e Leonard Bernstein. Sul podio erano accomunati dalla vitalità, che però in Carlos aveva una tinta malinconica e in Lenny era scintillante. Il primo lavorava per sottrazione, era una nuvola leggera che ti travolgeva e ti sembrava di ascoltare la musica per la prima volta. Circondato di ragazze avvenenti ogni volta diverse, Kleiber cercava di non incontrare Bernstein per non dover parlare di musica. Viveva di giorno; Bernstein di notte. Kleiber e Franco dovettero dare la liberatoria per la loro leggendaria Bohème. Carlos chiese una visione per loro due soltanto. Franco si raccomandò a Bernstein, che però gli disubbidì e si nascose dietro la porta socchiusa. L’immancabile bicchiere di whiskey in mano, d’un tratto non riuscì a trattenersi entrò in soggiorno singhiozzando: tu sei il più grande! Carlos reagì stizzito. In un’altra occasione, Franco dovette partire per lavoro e lasciò gli amici a Positano. Bernstein si mise al piano, si annodò la canottiera al collo come un foulard e compose all’istante un piccolo musical, intitolato Caro Franco francamente, assegnando un ruolo a ciascuno degli ospiti.

«Gesù di Nazareth sembra un postino»
Chi c’era ancora…Le gemelle Kessler si esibivano a ogni Ferragosto per la festa dell’Assunta, Carla Fracci e Beppe Menegatti coi suoi berretti variopinti, e il povero Robert Powell, che si aggirava con un borsello anonimo come il suo sguardo. Un giorno Franco, indicandolo, mi disse: in un primo tempo nel mio film volevo dargli, sbagliando, il ruolo di Giuda, poi lo fissai nei suoi incredibili occhi azzurri e mi convinsi: Gesù di Nazareth è lui! Ma se gli togli gli occhi azzurri sembra un postino. La nobile russa Maria Saint Just, migliore amica di Tennessee Williams il quale fu fondamentale per i primi grandi successi internazionali di Franco, a Pasqua preparò la paskha, dolce tradizionale della sua terra. Era una colazione insolitamente ristretta, posti seduti, contati. Lina Wertmüller, senza preavviso, portò alcuni amici. Maria Saint Just, madre della sua conturbante e svaporata Natasha, «figlioccia» di Franco, non aveva peli sulla lingua, fece il giro del tavolo per servire gli ospiti. Arrivata al punto in cui sedeva Lina, disse: a te niente, sei maleducata.

La serra ricorda La Traviata
Il giro del resort include La Green House: evoca il second’atto della Traviata, nella casa di campagna, e qui trovi i gelsomini del Madagascar, i cactus, i tigli, i pompelmi, i pini piantati da Zeffirelli; non lontano l’area massaggi, i solari, la palestra adorata dai tanti americani, che sono lo zoccolo duro degli ospiti ma nell’estate del Coronavirus hanno preso il sopravvento europei e italiani. Per chi ha avuto il privilegio di viverli, si risvegliano tanti ricordi struggenti. Era la casa di un artista che preparava i bozzetti su tele ad olio, figura rinascimentale unica; era la casa di un uomo capriccioso e a volte crudele, spiritoso, generosissimo. Il mio amico Franco Zeffirelli.

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