Napoli investita e uccisa a 15 anni Maya, non c’erano i semafori

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    «Si sapeva che prima o poi qualcuno sarebbe stato ucciso da un’auto in corsa», sospira Gaetano Di Liddo, uno dei tanti residenti sconvolti. E certe volte, purtroppo, le frasi fatte descrivono una parte di verità: «Questo incrocio è micidiale: ci sono incidenti praticamente tutti i giorni, anche l’illuminazione lascia a desiderare e i semafori non funzionano da anni». Siamo tra via Giovanni Gussone, via Bernardo Tanucci e piazza Carlo III, tra un campetto di basket abbandonato, la caserma rossa della Polizia Stradale e la mastodontica struttura dell’Albergo dei Poveri. Qui la giovane Maya, 15 anni, ha perso la vita ieri notte investita da un’auto. E proprio qui, in questa zona di San Carlo all’Arena senza ristoranti, senza cura urbana, lontana dalla “grande” movida e del tutto estranea al rilancio che negli ultimi anni ha coinvolto la prima parte di via Foria, inizia una fetta abbandonata del centro di Napoli lasciata a se stessa, come i tanti residenti che occupano da anni l’edificio vanvitelliano o come i pedoni e gli automobilisti costretti a guidare per strade in cui le segnaletiche e l’organizzazione della viabilità sono chimere. Per una feroce ironia della sorte, i semafori sono nuovi di zecca: li hanno sostituiti due o tre giorni fa, come testimoniano tutti gli abitanti e i commercianti della zona. Ma sono rimasti spenti come erano spenti prima della sostituzione. Il luogo della tragedia, in sostanza, è un incrocio senza semafori.

    Tra piazza Carlo III, via Tanucci e via Gussone le facce sono scure, nervose e tristi. In tutta la zona si respira aria di lutto. A ridosso del luogo dell’impatto, sullo spartitraffico giallo che parte dalla lontana via Foria e che è rialzato di una trentina di centimetri rispetto alle carreggiate, qualcuno ha appoggiato un orsacchiotto beige con un bavaglino su cui si legge la parola «love». Dietro il peluche, a pochi centimetri dalle strisce pedonali, c’è un mazzo fresco di rose bianche infilato in una bottiglia di plastica. E poi ci sono il dolore e la rabbia di residenti, conoscenti, parenti, amici e commercianti di questa porzione di Napoli centrale e trascurata, storica e dimenticata: «Via Tanucci e San Giovanniello, residenze delle due ragazzine, piangono – prosegue Di Liddo – Le conosciamo, visto che siamo del quartiere: entrambe piene di vita». «Non essendoci semafori, qui si corre e ognuno fa quello che vuole, specialmente di notte – aggiunge Ciro Monaco – Senza parlare dei lampioni, che sono solo un paio, e dei semafori che non funzionano da anni e anni. Fu addirittura l’amministrazione Valenzi a installarli, me lo ricordo bene. Negli ultimi tempi ci aspettavamo una tragedia, vista la pericolosità di questo incrocio. Vediamo incidenti di continuo. Mi chiedo che senso abbia aver messo qui uno spartitraffico: servirebbe una rotonda ben illuminata, come in una metropoli degna di questo nome».

    E in effetti, mentre Monaco parla, auto e moto passano una dietro l’altra in ogni direzione e un bus di linea fa fatica a superare lo spartitraffico per incanalarsi verso via Tanucci. «Una volta i semafori funzionavano – ricorda Pietro Papallo – poi, visto che si formava molto traffico all’incrocio, li spensero». I negozianti dal lato di via Giovanni Gussone parlano con una parole intrise di dolore e rabbia. Se si alza lo sguardo, da questo lato della strada, all’altezza dell’edicola, si nota una telecamera di sorveglianza sul palazzo. Ce ne sono anche altri, di occhi elettronici: quelli della caserma della polizia stradale. Immagini di cui, dopo i rilievi fatti ieri mattina sul posto dalla polizia municipale, è stata già chiesta l’acquisizione. I video serviranno a chiarire dubbi sulla dinamica dell’incidente.

    IL PRECEDENTE
    Appena due settimane fa – raccontano i commercianti – c’è stato un impatto violentissimo tra un’auto e un motorino, con annesso “volo” del ragazzo in scooter salvo per miracolo. «L’incidente è avvenuto intorno all’una di notte – sospira la giornalaia di via Gussone Giuseppina Sollazzo – L’altro giorno sono venuti a cambiare il semaforo vecchio, che era uno di quelli con “il braccio lungo”. Ne hanno messo uno nuovo come potete vedere, ma non lo hanno acceso. La squadra che lo ha montato mi ha detto: “Abbiamo fatto il nostro, ora devono venire quelli dell’elettricità”. E lo hanno messo anche storto, oltretutto. Intanto sono più di 10 anni che non funzionano i semafori qui. Stiamo piangendo da stamattina per quello che è successo». Finita la frase, la signora Giuseppina si riavvia lentamente verso la sua edicola. Prima di sedersi, alza di nuovo gli occhi verso il semaforo nuovo ma spento. «Se fosse stato acceso – prosegue – chissà».

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