Anche le mosche nel loro piccolo sanno di letteratura. foto

Incontro Max Often nello studio di un amico comune Massimo Sepe, artigiano del vetro, potrei azzardare conoscitore sopraffino dell’antica arte della ialurgia, visto che da diversi anni tra i materiali che la sua arte di scultore predilige, ha eletto il vetro a suo elemento principe per dar forma alle idee che la sua fervida immaginazione gli detta. Max Often, al contrario di Sepe, ha un aplomb tipicamente britannico, è nato a Coventry negli anni Cinquanta, conserva in sé l’aria che si respirava nel dopoguerra inglese. Nel 1948 il Regno Unito con il Nationality Act estendeva a tutti i sudditi dell’Impero il diritto di entrare liberamente nel Regno Unito, in sostanza l’Inghilterra sanciva la sua multiculturalità anche sulla carta. Max Often figlio di una ragazza madre, giovane infermiera che in un campo di prigionia in India ebbe una liaison amorosa con un italiano, non poteva che conservare una certa bonaria simpatia verso gli stranieri frenata da un carattere chiuso, dovuto forse al lavoro spersonalizzante di bancario, che tra scartoffie e conti ha finito per immalinconirlo. Di queste mie considerazioni mi ha dato conferma Massimo che conosce Max da molto più tempo di me, e mi chiedo come un ex fricchettone come lui, possa aver legato con un simile intellettuale. Fatto sta che grazie all’incontro tra questi due “gemelli diversi” è nato un libro molto interessante, una raccolta di racconti “Psichodidae e altre visioni“. Lo stile dello scrittore Max Often è scevro da retorica, predilige la paratassi ma mostra talento cristallino, sa sedurre il lettore. Nei racconti “Pasqualino” ed “Esposito” mostra uno stile che a me ha ricordato il Raffaele La Capria dei racconti capresi, memoir sentimentali mai patetici; salvo poi sorprendermi con “Diluvio universale” e Psichodidae” che sono illuminanti come lo sono stati, per me lettore, “La mosca nella bottiglia” sia nella versione di La Capria che in quella di Wittgenstein. La letteratura, quella che non vuol essere solo mero intrattenimento, deve aiutare la mosca a uscire dalla bottiglia. Una mosca per uscire dalla bottiglia deve sapere com’è fatta la bottiglia. Solo così potrà imboccare il collo della bottiglia e volarsene via, libera. Ma sapere com’è fatta la bottiglia quando uno ci sta dentro è una scienza molto complessa e richiede innanzitutto la consapevolezza di essere prigionieri all’interno di una bottiglia – cosa che non tutti riconoscono. E poi richiede immaginazione, molta immaginazione. Perché non è facile, standone all’interno, concepire la forma della bottiglia che ci contiene. Forse è la trasparenza del vetro che a volte ci inganna e ci dà l’illusione di star fuori. Perciò dobbiamo sottrarci a questa illusione, non solo, ma anche a tutti gli altri inganni e miraggi cui siamo, consapevoli o no, sottoposti. A questo punto devo confessarvi che Massimo Sepe ha strabuzzato gli occhi. Era tutto preso dalla realizzazione di una splendida vetrata commissionatagli per il portale d’ingresso della Chiesa di Sant’Anna di Marina Grande (Sorrento)  e si è ritrovato con me e Often che parlavano di filosofia, quella legata al pensiero del grande filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, ripresa in letteratura da La Capria. Beh, Massimo, improvvisamente ha sostituito il cd di musica classica che stava ascoltando, con uno di Chet Baker. E visto che di mosche non intendevamo smettere di parlare e non contenti siamo passati a discutere del quarto racconto, che io insisto nel pensare sia un Asimov raccontato alla Jerome, mentre lui ribatteva quasi urlando: Theodor Seuss Geisel, tutta la vita! Sepe, vi dicevo, ha alzato al massimo il volume dello stereo per zittirci con gli assoli di tromba del maestro di Yale, poi ha stappato un Lacryma Christi ghiacciato, e proposto di finire la serata con una spaghettata. “Gregor Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo.” Cito Franz Kafka, che d’insetti se ne intendeva, perchè ci insegna ne “La metamorfosi” che serve un bagno di umiltà all’uomo contemporaneo per prendere coscienza della sua condizione che non è quella del super uomo che gli ha fatto credere di essere la Scienza. I racconti di Sepe hanno questo di interessante, la capacità di mostrare a noi lettori la nostra condizione di psycodidae, insetti insignificanti in questo vasto mondo. La presa di coscienza di questa condizione ci permetterà di uscire dalla bottiglia metafora dell’uomo contemporaneo prigioniero di se stesso.  Massimo/Max inoltre  scrive le sue storie e le sue riflessioni con uno strumento che è sempre sintomo di sensibilità e sagacia che rende la lettura ancora più piacevole: l’umorismo.
Luigi De Rosa

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