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La Ferragni agli Uffizi? Basta polemiche, anzi è marketing culturale . Ne parla anche Osanna degli Scavi di Pompei

La Ferragni agli Uffizi? Basta polemiche, anzi è marketing culturale «Basta pregiudizi culturali, briglie pretestuose e polemiche. Ben venga il selfie di Chiara Ferragni in posa davanti alla Venere di Botticelli, visto che ha fatto balzare in su il numero dei visitatori degli Uffizi nell’ultimo weekend, regalando alla Galleria fiorentina il record del +27 per cento di under 25». Massimo Osanna, nuovo direttore dei musei italiani per il Mibact, sorride del «tormentone dell’estate», innescato dalla bionda influencer in tour per i siti d’arte del Belpaese. Le ultime tracce del suo viaggio nella bellezza le ha lasciate lunedì scorso al Marta di Taranto, con tanto di dedica nelle sue storie su Instagram ai celebri ori. E sicuramente l’effetto Ferragnez si farà sentire in positivo anche sul museo pugliese. «Che male c’è», commenta il neo direttore generale dei musei statali? Non credo proprio che la Ferragni abbia danneggiato l’immagine degli Uffizi. Anzi. Forse l’unico peccato, veniale, è il post scritto dal museo sul suo sito. Dobbiamo attirare i giovani e per farlo dobbiamo imparare a usare il loro linguaggio. Viviamo in una società in evoluzione, multiforme. I beni culturali non devono stare sotto una campana di vetro, dobbiamo imparare a guardare lontano. Soprattutto in questo post Covid-19 di difficile ripartenza e ritorno alla normalità». E benvenuto sia, allora, anche il video di Mahmood, il vincitore di Sanremo 2019, girato qualche giorno fa al museo egizio di Torino, reperti e note portatori di messaggi in grado di raggiungere e arricchire chiunque. Scrive Erminia Pellecchia su Il Mattino di Napoli primo quotidiano della Campania
Ibridazioni. Storia e letteratura si contamineranno stasera a «Salerno letteratura» con Osanna, protagonista indiscusso (Duomo, 20,45) della quinta giornata. Tra gli ospiti, anche il finalista al Campiello 2020 Sandro Frizziero, Claudia Durastanti, Ben Pastor e Manlio Castagna mentre, per lo spettacolo, ci saranno Daniele Fabbri in «Fakeminismo» e un «Fellini in jazz» con Stefano Giuliano in quartetto. Osanna presenterà con Gennaro Carillo il suo ultimo libro, pubblicato da Rizzoli con il titolo dalla forte eco proustiana Pompei. Il tempo ritrovato. Lui, tuttora direttore generale del Parco archeologico di Pompei, fa il bilancio provvisorio ma minuzioso del proprio lavoro di archeologo a Pompei. Lo fa raccontando le nuove, entusiasmanti, scoperte, cariche di eros (l’affresco di Leda e il cigno) o di mistero (i mosaici evocanti il catasterismo di Orione). E toccando anche punti dolenti come lo scempio del Teatro Grande, ricostruito anziché restaurato, e, più in generale, le resistenze incontrate per uscire dalla logica dell’emergenza.
Direttore, un libro che sembra quasi annunciare il suo addio a Pompei. Le dispiace?
«Molto, qui ho lavorato con passione, resterà per sempre nel mio cuore. Non posso però reggere due incarichi, Pompei ha bisogno di un direttore che vi si dedichi a tempo pieno come ho fatto io finora. Per me ora è il tempo di affrontare una nuova sfida e ci metterò lo stesso entusiasmo. È un incarico ministeriale, certo, ma le cose sono cambiate, c’è meno burocrazia e spero di contribuire a snellire una struttura che, con la riforma Franceschini, è meno rigida anche se va trovata la formula giusta per progettare il futuro del sistema museale».
L’esperienza di Pompei le sarà utile.
«Sì, l’esperienza sul campo mi avvantaggia, anche se gestire Pompei, con il suo brand internazionale e l’autonomia, è ben diverso dall’occuparsi della miriade di musei italiani, diversi per grandezza, importanza, budget e contesti territoriali. Ma sono ben motivato e penso di mettere su un team interdisciplinare per innovare un settore dalle enormi potenzialità. I musei si devono aprire al territorio, devono essere accessibili in tutti i sensi, dalla gente comune ai disabili, è una questione etica. Girerò in lungo e in largo l’Italia, parlerò con i direttori, cercherò di capire i punti deboli, di smussare le gelosie, ricucire legami. La riforma non va demonizzata, non è vero che abbia allentato il meccanismo di tutela, è un falso problema. Bisogna crederci se vogliamo che la cultura e con essa l’economia basata sulla cultura cresca. È uno sforzo enorme e me ne faccio carico».
Lei insegna archeologia classica alla Federico II, lascerà anche questo incarico?
«Assolutamente no, trasmettere il sapere è un dovere e mi piace insegnare. Sono lucano ma a Napoli ho casa e questa città che amo resterà il mio punto di riferimento. Come la sua università. Credo che ministero dei Beni culturali, atenei e centri di ricerca debbano lavorare a stretto contatto, ci si sta muovendo già in questo senso e incentiverò la realizzazione di progetti comuni in dialogo strettissimo con gli altri direttori generali del Mibact. A partire dall’innovazione, c’è tutta una serie di programmi per digitalizzare l’enorme patrimonio di depositi, archivi, inventari. Il digitale è importante, l’abbiamo visto nei giorni della pandemia con i musei virtuali. Attenzione, però; aiuta la divulgazione ma non potrà mai sostituire lo stupore che si prova davanti a un’opera d’arte».

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