Le rubriche di Positano News - CulturaNews di Maurizio Vitiello

Napoli. NONSOLOPIZZA. “L’ARTE DI GUSTARE”.

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    Segnalazione di Maurizio Vitiello – Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo il singolare testo di Felicia Di Paola, biologa e nutrizionista, specialista in Scienza dell’Alimentazione, Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” di Napoli, su “L’ARTE DI GUSTARE!”

    L’ARTE DI GUSTARE!

    Mangiamo per nutrirci, per sostenerci, per vivere, per sopravvivere, per stare insieme, per piacere, per avere quelle energie sufficienti a svolgere le attività quotidiane. Esso è necessario, indispensabile. Non ne possiamo fare a meno.
    Il cibo, la cucina, l’alimentazione, sono scienza, trasformazione alchemica, storia, memoria, cultura, passione, fantasia, creatività, arte riscoperta per molti anche in tempi duri e sospesi durante il Coronavirus costretti a stare giustamente in casa.
    Sminuzzare, tagliare, cuocere, mescolare bene gli ingredienti sono una forma d’arte (da ars, artis, gli arti, le mani), che vengono fuori dalla propria energia, delle proprie mani e creatività e dall’amore che si mette in campo così come quando si fa il pane, la mozzarella, dalle forme, intrecci spettacolari rappresentati visivamente in molte opere d’arte come ne “Il fornaio” di Joe Berckheyde, (1681) o ne “La cuoca”, di Federico Zandomeneghi (1881). L’arte di nutrirsi porta all’ arte di conoscere, di apprezzare, di amare. Dunque, esiste da sempre uno stretto legame tra il cibo e le arti figurative, tra la straordinaria cultura artistica e la tradizione enogastronomica. Lo studio dell’alimentazione, legato alla nutrizione, diventa anche uno studio delle diverse manifestazioni artistiche. Molteplici sono i temi e le scene sul cibo, le bevande, le varietà delle pietanze, i banchetti luculliani, sontuosi e conviviali come nella Roma dei Cesari, sulla condivisione intorno al desco , sull’ enogastronomia, i cuochi, i mercati, la vita quotidiana, le dispense, una forma di arte che hanno ispirato grandi artisti, pittori, scultori sin dalle origini del mondo ad oggi con il graffitismo e la “Street Art” (Arte di strada) che usano temi alimentari per i loro capolavori sui muri (tra cui vedi Blu – “Vegetali nel frullatore”, 2012) suscitando quelle emozioni che solo l’estro e la creatività originale di un artista riescono a trasmettere. Se ci accostiamo al cibo con gli occhi si possono osservare i graffiti preistorici che ritraggono il cibo in grotte in Spagna, in Valentia, come le “Scene di caccia con uomini che rincorrono gli animali feroci”, o “La raccolta del miele” (dipinto del Paleolitico) dove si nota il raccoglitore che si arrampica sull’albero mentre raccoglie il favo di miele deposto poi nel cesto di fibre vegetali intrecciate. Quando si parla di ars culinaria non si può non menzionare il cibo dei romani del gastronomo e cuoco Marco Gavio Apicio (I sec. a.C.) di cui tanto ne parla nel suo famoso ricettario il “De re coquinaria”, e che sono ritratti a mosaico in ville romane importanti ancora oggi come scene di “vegetali, pesce, pollame, datteri, crostacei, seppie, asparagi” un mosaico della Villa Marancia a Roma (II sec. d.C.) attualmente nei Musei Vaticani, Galleria dei Candelabri e che è raffigurata anche nella quarta di copertina del mio “Elogio del cibo e della Dieta Mediterranea”, Edizione Controcorrente. Andando indietro nelle tombe dell’antico Egitto (a Tebe secondo millennio a. C.) si osservano delle decorazioni sul muro con scene di “Semina e vendemmia”, “Il lavoro agricolo, la produzione del cibo, le abitudini alimentari locali” come nell’ arte cristiana (es. Mosaici della Basilica del mausoleo di Santa Costanza, Roma) in cui “La spremitura dell’ uva”, “la vendemmia” sono anche simbolo dell’immortalità dell’anima. Il cibo come testimonianza nella pittura antica e romana è nelle nature morte come il trionfo de “La cesta di frutti e dolci” sulle pareti di (Pompei, Ercolano, Napoli) definiti come xenia, secondo un’antica tradizione greca erano i doni di cibi freschi offerti dal padrone di casa all’ ospite. Oppure se ci spostiamo al museo archeologico di Napoli c’è un affresco proveniente da Pompei con la rappresentazione di un vasto assortimento di pesci (seppie, vongole, triglie) o a Ercolano , nella Casa dei Cervi “La selvaggina” ( un pollo, un coniglio, un colombo appena cacciati, mentre altri animali sono ancora in vita e mangiano) o nell’ “ Ultima cena” di Giotto (Cappella degli Scrovegni a Padova, 1303) o di Leonardo da Vinci (1497). La condivisione intorno al desco è ben rappresentata nell’opera del fiammingo Pieter Brueghel ne “Le nozze dei contadini” o “Banchetto nunziale” (1568), un pranzo importante con vivande tradizionali come la polenta. Si passa, poi, all’ ingegno, alle bizzarie del pittore Giuseppe Arcimboldo (1590) che nei sui ritratti di teste e busti umani scherzosi, rappresenta il rapporto tra l’uomo e la natura prosperosa, madre, portatrice di energia, ritraendole attraverso grandiose e colorate composizioni di frutta, verdura, fiori, pesci, uccelli, come ne “L’ortolano” (1590) e che capovolgendole assumono altre immagini come ortaggi in una ciotola. La cucina, i frutti succulenti, le foglie secche, la natura morta del Caravaggio con “Il canestro di frutta” o “La natura morta con volatili”, “I mangiatori di ricotta”, “L’ortolana” di Vincenzo Campi (1580) dalle scene popolari, carnali, simbolo della fugacità della vita e della giovinezza. E, poi, Annibale Carracci che ritrae il cibo con chi lo lavora e lo vende in “Bottega del macellaio,” (1585) o in “Il Mangiafagioli” con il volto di un uomo, un contadino dalle mani ruvide e gonfie per le sudate fatiche del giorno, appare con gli occhi penetranti e voraci per paura che gli potessero sottrarre il cibo guadagnato dignitosamente.
    Così come ne “I mangiatori di patate”, (1885) di Vincent Van Gogh viene rappresentata la società umile, una famiglia contadina, dai volti pieni di valori e dignità, che faticano ad andare avanti e che dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro, zappando la terra, si ritrovano intorno al desco per condividere quell’unico e meritato cibo, un piatto colmo di patate.
    Si passa ad altre tavolate di altro tenore, eleganti di impressionisti del Sud Italia, come Giuseppe De Nittis che in uno dei suoi brevi rientri a Napoli dalla Francia dipinge la “Colazione in giardino”,(1883-1884) o “Pranzo a Posillipo”, ove si osservano la gioia, la bellezza, la raffinatezza di una tavola apparecchiata con precise disposizioni di piatti e posate, un rigoglioso bouquet di fiori rossi e bianchi, il ritratto di una cena estiva all’ aperto, a Posillipo, sullo sfondo dello scoglio di Friso e di Palazzo D’Anna al tramonto allietati da musiche, canti e numerosi ospiti. Protagonista della tela è una donna raffinata, elegante, che siede a capotavola, Léontine, moglie francese di G. De Nittis.
    Muta il gusto e muta anche l’ arte di esprimersi più liberamente nell’ ‘800 come quella di un apparente normalità in “Le déjeuner sur l’herbe”, Colazione sull’ erba di Mane, (1862) immersa nella natura e nella luce, una donna senza abito in riva alla Senna con accanto due uomini vestiti intorno a un lauto pasto o “Del cibo o bevande del Bar” delle Folies Bergère, (1881). O del bellissimo dipinto in tela dell’impressionista e naturalista danese Peder Severin Kroyer che in “Hip Hip Hurray”, (1884-1888) raffigura un inno alla gioia, alla contentezza, alla felicità, alla convivialità del mangiare e di brindare insieme all’aperto intorno a un tavolo tra uomini, donne e una bambina. Si passa a Marinetti che nel suo Manifesto della cucina futurista (1930) diede importanza a un‘alimentazione più attenta alla chimica. Siamo al dopoguerra con il catalano Salvador Dalì, dove troviamo il cibo simbolico in “Natura morta sul tavolo”, (1918) e scrive che la vita è per lui gastronomica ed esistenziale. Fissato per il pane come Renè Magritte, dipinge “Natura morta con pane e cesta” (1945), “Natura morta con pane e uva” (1926) e realizza copertine per menù dei ristoranti. Ancora Frida KAHLO, legata alle sue radici messicane, alla passione per il cibo, ritrae i cocomeri della sua terra in “Viva la Vida” (1954), anche se pochi giorni dopo muore. Spostandoci in America con la “Eat Art”
    (Arte del Mangiare) corrente artistica coniata da Daniel Spoerri (1961), il cibo diviene simbolo del consumismo mentre con la Pop Art vi è Andy Warhol in
    “Coca-cola bottles” (1962), “Tomato soup” che descrive il cibo come merce commestibile e che nella sua prima mostra appaiono le immagini a ripetizione di 32 barattoli di zuppe in scatola della Campbell’s.
    Dunque accostiamoci all’arte anche con gli occhi e …… buon cibo e buona cultura a tutti.

    Felicia Di Paola

     

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