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E’ morto a 82 anni Roberto Gervaso

Divulgatore storico e commentatore televisivo, Roberto Gervaso scompare il 2 giugno a Milano a 82 anni dopo una lunga malattia. Scrittore, giornalista e autore di aforismi che stanno facendo il giro della rete, Gervaso era il “grillo parlante” della cultura italiana, capace di raccontare il potere in modo provocatorio. Nato a Roma il 9 luglio 1937, dopo una infanzia con la famiglia a Torino Gervaso si laurea in lettere con una tesi sul filosofo Tommaso Campanella. Decisivo l’incontro con Indro Montanelli, che crede subito in lui e lo lancia. I due, dal 1965 al 1970, scrivono insieme i primi sei volumi della Storia d’Italia (Rizzoli), vincendo il Premio Bancarella, che poi Gervaso vince di nuovo da solo con uno dei suoi generi letterari preferiti: le biografie storiche. Nella sua produzione troviamo i ritratti di Cagliostro, Nerone, Casanova, i Borgia, Claretta Petacci, ma si occupa anche della Monaca di Monza, condivide con i lettori i tanti incontri importanti della sua esistenza – George Simenon, Salvator Dalì, Andres Segovia, Arthur Miller, Lauren Bacall, Michail Gorba ciov, David Rockfeller – e pubblica anche un galateo erotico e un galateo sentimentale.

Una vita apparentemente perfetta segnata in realtà dalla depressione, come racconta nel suo penultimo libro, Ho ucciso il cane nero (Mondadori, 2014). “Quale maleficio s’insinua nella depressione? Chi decide che dobbiamo passare sotto le sue forche caudine, inermi e inerti, subendo e soffrendo? Perché la natura che ho sempre amato e onorato mi diventa ostile? Perché i libri, che sono la mia vita, perdono ogni interesse? Perché tengo alla larga gli amici e, quando mi sono vicini, è come se fossero assenti? Perché la mattina non mi alzerei mai? Perché invidio l’ultimo clochard che incontro per strada, alla stazione, sui gradini di una chiesa? Il cane nero, il male oscuro, è un’ossessione senza fine, che non ti dà tregua, non si placa mai. Una lancia che ti si conficca nel costato, un coltello che ti scalca il cuore. Chi non conosce questo morso feroce ti esorta a farti coraggio” scrive Gervaso. E anche: “Ma come ti può comprendere chi non è mai entrato in questo antro infernale? Esasperato e disperato, t’illudi di trovare uno sfogo nel pianto. Versi, singhiozzando, tutte le lacrime che hai nel cuore, e vorresti morire. T’imbottisci di psicofarmaci, che ci vogliono, ma ben dosati: mai abusarne. L’effetto si fa sospirare e una mattina ti svegli con un’ansia che sfiora l’angoscia, ma che non è angoscia. Piano piano, impercettibilmente, le ante della tua finestra si dischiudono, ma non puoi ancora affacciarti. Solo uno spiraglio, che vagamente fa filtrare un pallido raggio di luce. È l’inizio della rinascita. Ma non illudetevi: ci vuole pazienza”.

Fonte: Repubblica.it

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