2 giugno 1946: la nascita della Repubblica ed il voto alle donne

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2 giugno 1946: la Repubblica della donne. In seguito all’approvazione delle Camere, il Presidente Luigi Einaudi promulgò la legge 27 maggio 1949, n. 260, art. 1: “Il giorno 2 giugno, data di fondazione della Repubblica è dichiarato festa nazionale”. La ricorrenza del referendum istituzionale che sancì dopo 85 anni la fine dell’esperienza monarchica entra formalmente nelle festività civili. Dopo l’esito delle votazioni, Umberto II il, “Re di maggio”, lasciò il Paese mentre le bandiere con lo scudo sabaudo si ammainarono cedendo l’asta a quelle del tricolore attuale: il verde, il bianco e il rosso della neonata Italia repubblicana.

Repubblica personificata, anche sulle schede referendarie del ’46, nell’antico simbolo patrio dell’Italia turrita stellata rievocata dallo scrittore Cesare Ripa (1555 – 1622): un capo regale adornato dalla corona muraria – oggi presente nell’araldica civica – con lo Stellone e la cornucopia colma delle prosperità agricole del suolo peninsulare. Da allora molti elementi sono stati aggiunti, come la corona di alloro o la spada della giustizia ma tutte le icone presentano un comun denominatore: “una bellissima donna vestita d’Habito sontuoso” come scrisse lo stesso autore perugino nella sua “Iconologia” del 1606. Nella genesi dell’Italia repubblicana, però, il contributo dell’universo femminile non è solamente questa sorta di laica protettrice mariana. Con un’affluenza alle urne dell’89,08%, entro quei 45,7% di fede monarchica e 54,3% che si professò repubblicano c’erano anche loro.

Donne che hanno vissuto sino allora all’ombra del Fascio Littorio, le più giovani come “Piccole Italiane” obbligate ad abbandonare la scuola già in terza elementare per collaborare nei campi. Donne che vissero il naufragio del Secondo conflitto mondiale in maniera drammatica piangendo la dipartita dei cari, nascoste nelle grotte delle campagne per sfuggire ai bombardamenti. Donne che attraverso la tetra esperienza bellica hanno sentito la propria coscienza destarsi, contribuendo alla Resistenza come portaordini, “spie” o accogliendo soldati sbandati reduci dal caos dell’8 settembre. Donne che scavarono tra le macerie “per recuperare e pulire i mattoni utili alla riedificazione delle città”. Donne che hanno resistito e ricostruito la nazione al fianco degli uomini. Le “Giovani Italiane” erano diventate presto adulte.

Donne senza rossetto come raccomandò in vista dello storico 2-3 giugno 1946 il  “Corriere della Sera”,  “siccome la scheda deve essere incollata e non deve avere alcun segno di riconoscimento, le donne nell’umettare con le labbra il lembo da incollare potrebbero, senza volerlo, lasciarvi un po’ di rossetto”. Rischioso dunque rendere nullo il voto in quella memorabile prima grande elezione politica italiana a suffragio universale che espresse le preferenze sulla futura forma istituzionale e sui rappresentanti della Costituente che avrebbero dotato la Repubblica dal 1° gennaio 1948 della nostra Costituzione.

Il motto “Senza Rossetto” è divenuto – in occasione del 70° Anniversario del Referendum – il titolo dell’interessante raccolta di testimonianze realizzata da Silvana Profeta e Emanuela Mazzina, promosso da Regesta.exe e con la partecipazione della Fondazione AAMOD. In questo premiato documentario (fruibile in senzarossetto.net), le intervistate ricordano quel benvoluto 1946 che segnò finalmente la “possibilità di esprimere il nostro pensiero”.

Il voto non fu una galante concessione maschile: Maria Lisa Cinciari Rodano rivela “che dalla fine del ‘44, le donne di diversi movimenti politici diedero vita a un comitato per rivendicare l’immediato diritto di voto alle donne”. Così nel gennaio 1946 “nell’ultimo giorno utile prima della consegna della circolare ai prefetti” alle donne fu concesso il voto che avvenne alle amministrative di quello stesso anno. Indubbiamente è però con il Referendum che il voto politico su scala nazionale divenne storia.

“Ci vogliono uomini per governare, stai zitta e vai in cucina!”. Il mondo maschile generalmente accolse con alterigia l’esperienza elettorale delle italiane. Loro stesse erano incredule, intimorite di sbagliare e chiedevano consiglio a padri e mariti su cosa indicare sulla scheda. Altre donne però videro in quel voto il riconoscimento di tutte le loro lotte. Quella “X” era una grande responsabilità: volantinaggio, assemblee, riunioni di caseggiato durante i quali le donne educavano le future elettrici, informando cosa rappresentasse quel loro voto. Si giunse al giorno del Referendum con folte file di uomini e di donne che si presentarono ai seggi. Giungevano anche “dalle campagne vestiti eleganti come se fossero stati invitati ad un matrimonio” con la prole in braccio e l’emozione negli occhi. Mamme-elettrici, quelle italiane.

Ma cosa votarono coloro che avevano più di ventun anni quel 2 giugno del 1946? Molte apposero la propria crocetta sopra il simbolo dell’Italia con lo scudo sabaudo: votarono monarchia perché “il re era sicurezza e tradizione”, perché i genitori e i nonni dicevano che “la monarchia sappiamo cos’è, la Repubblica invece no e non è saggio lasciare il certo per l’incerto”. Coloro che invece segnarono quella “figura di donna con l’aureola e la corona di alloro” scelsero la Repubblica perché il “re con le gambe storte i bambini ci ha ammazzato”: l’Italia repubblicana desiderava voltare pagina e non c’era più spazio per quella Corona che favorì l’ascesa del regime fascista che aveva soggiogato e portato alla rovina l’intero Paese.

L’esito di quel Referendum (anche con i suoi strascichi di accuse e sospetti…) è noto. Ogni 2 giugno si commemora la Repubblica italiana nata dalla volontà delle cittadine e dei cittadini, delle donne e degli uomini. Insieme. In un’epoca dove le discriminazioni di genere ancora permangono in alcuni ambienti della nostra società, la Festa della Repubblica possa essere vissuta anche come festa dell’uguaglianza. Deleghiamo il nostro omaggio a questo 2 giugno 2020 alle parole di quella famosa canzone di Francesco De Gregori: “Viva l’Italia, l’Italia tutta intera”.

Fonte Il Corriere

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