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L’omelia di Mons. Arturo Aiello, Vescovo di Avellino ed ex parroco di Piano di Sorrento: “Questa Pasqua non ha niente di meno delle altre”

Riportiamo l’omelia di Mons. Arturo Aiello, Vescovo di Avellino ed ex parroco di Piano di Sorrento, in questa Domenica delle Palme.

Confesso d’aver formulato un desiderio tanti anni fa quando ero parroco. Per i parroci il periodo pasquale è un Triduo che mette alla prova la fede, la pazienza ma anche la forza dei presbiteri e dei parroci stessi. Mi ricordo che spesso pensavo: vorrei una volta nella vita non essere in Parrocchia ma andare in un monastero a vivere il Triduo Pasquale come fanno i monaci. Non è certamente colpa mia tutto quello che sta accadendo ma vorrei dirvi che abbiamo una opportunità. Bisogna cogliere in tutto quello che accade una grazia, tutto è grazia. E questa opportunità è vivere in massimo raccoglimento, come se fossimo monaci, questa Settimana Santa e, in particolare, il Triduo Pasquale. Questa Pasqua non ha niente di meno delle altre. Alcuni vorrebbero già resettare completamente questa settimana come se questa Pasqua fosse un’occasione perduta. In realtà la grazia che gli altri anni ci è giunta abbondante attraverso un torrente, attraverso un oceano ci raggiunge anche ora, anzi in una condizione che potrebbe essere unica ed irripetibile (tra l’altro lo speriamo anche) che è il massimo raccoglimento. Quest’anno la Domenica delle Palme ha due anime contrapposte, almeno nella nostra sensibilità. Ed è la gioia ed il dolore, la festa dei piccoli e dei poveri che organizzano un ingresso gioioso e glorioso di Gesù in Gerusalemme. E poi il racconto della Passione che ci immerge già, quasi di botto, nella tristezza del racconto della Passione e di quanto non gli uomini di allora ma noi siamo capaci di fare a Dio quando si fa così vicino da rendersi schiavo dei nostri desideri ed anche delle ingiurie. Dobbiamo continuamente accogliere Gesù nella nostra casa, nella nostra vita. Oggi la gente è anche impossibilitata ad avere un ramo di ulivo da agitare. Possiamo agitare i nostri cuori come una bandiera per dire: “Gesù, siamo contenti che tu venga nella nostra città anche se è una città intrisa di sangue come Gerusalemme 2000 anni fa”. Il racconto della Passione non è una parte del Vangelo ma è il Vangelo. Questi testi costituirono la prima parte del Vangelo. Per i primi cristiani i racconti della Passione erano tutto quello che bisognava sapere, ovviamente anche con l’esito glorioso della Resurrezione. Quindi aneliamo a questi testi con gioia. Nel Medio Evo la chiesa ha messo a punto questo itinerario di 14 stazioni, 14 quadri per avere sempre innanzi agli occhi la Passione, la morte e la resurrezione del Signore. Questi racconti costituiscono una sorta di canovaccio della storia. Se comprendi il racconto della Passione sai già come vanno a finire certe vicende. Perché abbiamo in campo persone che con ruoli diversi si alternano sulla scena con sentimenti contrastanti ad esprimere le modalità con cui possiamo essere presenti nel tempo e nello spazio. Ci sono i nemici, ci sono gli amici che non sono fedeli, ci sono gli amici che ci tradiscono, ci sono lacrime, ci sono giudizi ingiusti pronunciati nei confronti di un condannato che è condotto al macello come un agnello, ci sono donne come la moglie di Pilato che intuisce una verità che il marito non comprende, ci sono discepoli che fanno promesse da marinaio. Non ci venga da giudicare nessuno di questi rappresentanti, di questi commedianti dei racconti della Passione perché finiremmo col condannare noi stessi. Anche noi in tante celebrazioni facciamo promesse di santità, di conversione, ma usciti di chiesa alla prima svolta della strada, alla prima ansa di vita, ci trasformiamo completamente. Ma Gesù ci viene incontro. Gesù tace davanti ai nostri peccati, ai nostri rinnegamenti come quelli di Pietro, davanti ai nostri traviamenti, ai nostri tradimenti. Non ci venga da giudicare neppure Giuda che Dio nella sua grande misericordia per il quale avrà trovato l’uscita di sicurezza perché il cuore di Cristo è completamente consegnato a noi. Con questi sentimenti, da questa balconata che è il racconto della Passione, entriamo nella grande Settimana. Consiglio a tanti di voi che seguiranno le celebrazioni da casa di mettere in un angolo un Crocifisso ed una lampada da accendere di tanto in tanto. Facciamo in modo che si viva la Settimana Santa e sia Santa sul serio nelle nostre case. Paradossalmente quello che avevamo più volte invocato adesso si realizza, cioè riportare la preghiera nella liturgia che solennemente si vive nelle nostre chiese nella piccola chiesa domestica che è la casa, che è la famiglia. A tutti buona Settimana Santa, che ci santifichi, che sia la volta buona. Le altre volte siamo passati indifferenti davanti all’amore di Dio rivelato in Gesù Crocifisso, morto e risorto per noi. Quest’anno, in questo grande silenzio assordante, in questo vuoto pieno che sono le nostre chiese deserte, si possa celebrare veramente un incontro. Non lo dimenticate, siamo nella storia per un solo motivo: incontrare Dio. Incontro Dio nel volto, nei giorni, nelle opere di Gesù. Se non avremo realizzato questo incontro la nostra vita, anche tra festi e con le più belle realizzazioni umane, è un’occasione persa, è una tragedia. Ciò che trasforma le nostre esistenze e le rende belle, capolavori della grazia, è l’incontro con Gesù. Non abbiate a sentirvi indegni perché Gesù va incontro alla Croce per noi, ci ottiene il perdono. Questo silenzio della Settimana Santa 2020 ci faccia alzare con più devozione e più amore gli occhi al Crocifisso. Non c’è salvezza fuori di Lui.

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