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Intervista al Dott. Alberto Vito, Responsabile U.O.S.D. Psicologia Clinica A.O. Ospedali dei Colli, sul rapporto tra COVID-19 e salute mentale, a cura di Maurizio Vitiello.

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    Intervista di Maurizio Vitiello – Risponde il Dott. Alberto Vito, Responsabile U.O.S.D. Psicologia Clinica A.O. Ospedali dei Colli, sul rapporto tra COVID-19 e salute mentale.

    Siamo arrivati a una situazione stressante e bisogna mantenere i nervi saldi, saldissimi.
    Ovviamente, l’incidenza di questa traumatica e incidente pandemia avvolge tutti coloro che ne sono variegatamente esposti dai pazienti, familiari, operatori sanitari ai cittadini rinchiusi in casa, che hanno compreso l’altissima problematicità.
    La quarantena ha abbattuto abitudini consolidate; ci si separa da affetti e avanzano aspetti cruciali, quali il senso della noia e dell’isolamento.
    Poi, è esaltata la dimensione dello stress per il lavoro e la preoccupazione per gli inequivocabili effetti negativi economici su tante attività.
    Il calo del tono dell’umore, maggiori livelli di ansia e paura, irritabilità, insonnia, confusione mentale e disturbi cognitivi, che vanno dalla difficoltà a mantenere la concentrazione alla ridotta attenzione si possono propagare e solo ampie risorse interiori possono stoppare una teoria di disagi.


    Al dottor Alberto Vito, responsabile dell’Unità Operativa Semplice Dipartimentale di Psicologia Clinica dell’A. O. Ospedale dei Colli, abbiamo posto le seguenti domande:

    MV – Perdura la quarantena per l’effetto COVID-19. Aumentano i giorni e quali possono essere i disagi per la popolazione, a carattere generale?
    AV – I disagi possono essere notevoli. Basti pensare che il comportamento prescritto fino a poco tempo fa poteva essere considerato una forma di disagio psichico: l’isolamento sociale. Si tratta quindi di un improvviso ribaltamento delle nostre regole. A ciò si aggiungono problemi economici e sociali.

    MV – Le problematiche emozionali possono impattare con stadi di angoscia e di ansia?
    AV – Si. Ma è molto importante non avere vergogna delle proprie reazioni. Si tratta di una situazione nuova e di emergenza: è ovvio che le nostre reazioni emotive siano straordinarie e che non sono quelle a cui noi stessi siamo abituati.

    MV – Ci sono stati suicidi tra la classe infermieristica e persone colpite, da anni, da turbe psicotiche, sia al Nord che al Sud. Il non essere all’altezza della situazione e la costrizione diventano fronti invalicabili?
    AV – Gli operatori sanitari giustamente non amano definirsi eroi, ma stanno dando prova, anche qui a Napoli, di straordinarie capacità. Oltre al superlavoro e allo stress legato al decesso di alcuni pazienti, c’è un ulteriore carico di tensione: la paura di poter essere portatori del disagio nella propria famiglia, con i propri figli o genitori. Questo rende impossibile rilassarsi.

    MV – La consapevolezza in proprio, o diciamo del sé, talvolta, non c’è, proprio oggi che tutto deve essere vissuto nella singolarità. La dimensione specifica non riesce, talvolta, a trovare posizione felice e si nasconde in un senso ambiguo di comunità. Insomma, se prima ci si poteva nascondere nella comunità, ora bisogna cavarsela stando soli?
    AV – No, al contrario. Se reagiamo come comunità la nostra risposta è infinitamente migliore. Se, invece, ci sentiamo soli, ci facciamo prendere dal panico, come insegnano le corse al supermercato. La comunicazione dovrebbe essere improntata a enfatizzare la solidarietà, il forte rispetto delle regole, che sono protettive e non semplici divieti.

    MV – Quanti, effettivamente, conosco le proprie resilienze?
    AV – Non tutti e le risorse individuali e familiari possono variare molto da caso a caso. Le situazioni di maggiori fragilità sono a rischio, anche per l’interruzione obbligata delle relazioni di aiuto.

    MV – Quali patologie in questo ultimo periodo sono esplose?
    AV – Dal punto di vista psicologico, la reazione più comune è difficoltà ad addormentarsi o ad avere un sonno prolungato. Vi è anche una difficoltà a concentrarsi, per cui si induce in attività poco impegnative. Per alcuni, persino la lettura diventa difficile.

    MV – Ovviamente, i rapporti sociali sono, fondamentalmente, cambiati. I contatti sociali trasformati porteranno a delle trasformazioni sociali e a nuove relazioni?
    AV – E’ presto per dirlo. Non si sa ancora come reagiremo. Certamente sinora i social erano stati considerati prevalentemente in negativo, mentre stanno svolgendo un ruolo utilissimo ad aiutarci a sentirci meno soli.

    MV – Essere positivi che effetto provoca in un futuro paziente?
    AV – La cosa più terribile per i pazienti è l’essere isolati dai propri familiari. Questo è diverso da ciò che suggerisce la psicologia, ma è inevitabile per il rispetto delle regole infettivologiche. Tra l’altro spesso ci sono diverse persone ammalate della stessa famiglia e i pazienti soffrono anche per non poter essere d’aiuto ai loro cari. Proviamo a sopperire con videochiamate e telefonate frequenti a tale senso di sofferenza

    MV – E’ un fantastico “terno al lotto” uscire dal COVID-19?
    AV – Il decorso varia molto da persona a persona. Non bisogna dimenticare che molti individui sono asintomatici. Se si tenesse conto di questo, è evidente che le percentuali di mortalità si abbasserebbero di molto. Tuttavia, è innegabile che in alcuni casi, la malattia è molto aggressiva

    MV – Il fronte medico ha subito molte perdite. Perché?
    AV – Gli operatori sanitari sono in prima linea e nonostante tutte le precauzioni adottate, ci sono state molte vittime. E’ vero che tutti inizialmente hanno sottovalutato la potenza del contagio, soprattutto tra gli asintomatici.

    MV – Questi vivono anche loro un isolamento continuo?
    AV – Si, vivono una sorta di dicotomia: sono percepiti eroi, c’è grande sostegno e solidarietà nei nostri confronti da parte della collettività, ma c’è anche sempre il timore di poter essere potenziali infettori. E’ uno dei tanti paradossi di questa situazione.

    MV – Anche loro avrebbero bisogno di un sostegno?
    AV – Si. Sono nate molte iniziative di sostegno psicologico telefonico. Abbiamo pensato che la cosa migliore fosse creare sinergie ed è nata una collaborazione tra la Croce Rossa di Napoli, che ha una competenza specifica anche nella psicologia dell’emergenza e il Cotugno, che è in prima fila nella lotta all Covid.

    MV – C’è un servizio per fronteggiare stati emotivi deboli o negativi?
    AV – Al numero telefonico della CRI 370-3160222 possono rivolgersi sia cittadini che volontari e operatori sanitari. Psicologi della Croce Rossa e del Cotugno forniscono informazioni, consigli, suggerimenti. Invito tutti a non aver paura delle proprie angosce e a non esitare a chiedere aiuto.

    MV – Questa pandemia ha colpito, senza pietà. La pandemia innesta plurime azioni traumatiche. E’ un’esperienza collettiva amara. Ha segnato la generazione dei giovani?
    AV – Noi terapeuti familiari suggeriamo di parlare con i più anziani. Non solo per aiutare loro, ma per aiutare tutti: chiedergli come hanno vissuto la guerra. Ma soprattutto che risorse la nostra famiglia ha saputo trovare in passato. Trovare elementi positivi dalla nostra storia familiare.

    MV – Ogni battuta d’arresto e un’opportunità, una ritrovata coscienza del sé e della nuova dimensione comunitaria?
    AV – Assolutamente, sì. Ed è importante già adesso pensare alle risorse, psicologiche, sociali, economiche per ripartire al meglio. Occorre essere ottimisti.

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