ABBIAMO DUNQUE DECISO CHE IL TURISMO E’ MORTO?

ABBIAMO DUNQUE DECISO CHE IL TURISMO E’ MORTO?

Una riflessione che Positanonews vuole proporre e condividere di Giovanni Gugg

Forse lo sconquasso economico che sta provocando la pandemia non ci è ancora del tutto chiaro. Non c’è dubbio che vadano salvate prioritariamente le vite e la salute di tutti, ma è altrettanto evidente l’importanza di ridurre il più possibile la recessione che si sta scavando sotto i nostri piedi.
Nel dibattito pubblico, già ora si scorgono almeno due grossi atteggiamenti: quello di chi ha lo stipendio garantito, impaurito ma sostanzialmente fiducioso, e quello di chi è impiegato nel privato o è una partita-iva, decisamente più terrorizzato e sconfortato. Ma la situazione non è divisa in due, perché è molto più articolata, infatti c’è chi sta ancora peggio, ad esempio tutti coloro che in pochi giorni hanno visto evaporare la loro attività, come il vasto comparto turistico. Ciò significa che gli effetti della voragine recessiva non sono e non saranno uguali per tutti e per ogni luogo. Turismo significa compagnie aeree, agenzie di viaggi e catene alberghiere, ma anche b&b e agriturismi familiari, ristoranti e agricoltori, cuochi e camerieri, guide ambientali e archeologiche, traduttori e portieri, musei e parchi tematici… E tutto ciò non è distribuito in maniera uniforme dappertutto, perché ci sono località che da due secoli hanno fondato il loro benessere (e ora la loro sopravvivenza) sull’accoglienza turistica, come la Penisola Sorrentina, la Costiera Amalfitana, le isole del Golfo di Napoli, alcune zone intorno al Vesuvio e lo stesso Centro Storico di Napoli negli ultimi anni.
In questa composita area geografica il coronavirus e il lockdown hanno desertificato tutto, e lo hanno fatto in un baleno. Non parlo dei grandi capitali, che resisteranno anche con la cancellazione della stagione 2020, ma di migliaia di famiglie che vivono di questa attività: dai suonatori di piano bar agli artigiani di souvenir, dai ciabattini agli autisti, dai negozianti ai sempre più rari agricoltori e via discorrendo. Innumerevoli aziende, spesso piccolissime o addirittura individuali, che, però, rappresentano la trama e l’ordito di determinate comunità e località.
Questo non vuol dire in alcun modo avere nostalgia dell’aggressione ambientale e sociale causata nei decenni scorsi dalla turistificazione, o della pressione antropica e automobilistica che ha soffocato alcune zone, o, ancora, di una certa spettacolarizzazione e banalizzazione delle culture popolari locali. Allo stesso tempo, però, evidenziare questa crisi non vuol dire neanche ignorare che le parole pronunciate ieri sera dal Primo Ministro Giuseppe Conte sono profondamente inquietanti, perché certificano la morte di un intero settore, e ho l’impressione che siano passate con troppa nonchalance: “Ipotizziamo una ripresa delle attività a pieno regime con protocolli di sicurezza sanitari rigorosi […]. Dobbiamo stare attenti, però, perché potrebbe esserci un contagio di ritorno. Pensiamo al turismo: il turismo attrae gente dall’estero”.
E’ così, ha ragione, ma restiamo indifferenti? Facciamo spallucce? Ci affidiamo al fato?
Non ho risposte, né soluzioni, confido (e mi accorgo che, ormai, confido in troppe cose…) nella “task force” nominata ieri per organizzare la “fase 2”. Contemporaneamente, però, mi auguro che ci si organizzi anche localmente, sia per fare brainstorming, sia per avere maggior voce in capitolo. Spero che i comuni, gli enti locali, le realtà economiche, sociali e culturali dell’area sorrentino-amalfitano-caprese-ischitana si consorzino e si muovano uniti e compatti, che superino campanilismi e diffidenze, che si ripensino con coraggio e onestà. Non si eviterà forse il disastro, ma si proverà a difendere con dignità quel che si è, ripensando le politiche e le strategie, riequilibrando le responsabilità e le opportunità, ricostruendo quel che tagli e austerità avevano eroso.
Si rinascerà, certo, ma prima bisogna riempire di senso le parole.

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