Agricoltura in Campania: si buttano tonnellate di verdure. Braccianti fermi, la ripresa sarà difficile

Agricoltura in Campania si buttano tonnellate di verdure , i braccianti non possoo muoversi. Uno spreco alimentare e un settore strategico che non si riprenderà facilmente . E’ assurdo , ma lo abbiamo scritto già da tempo
Francesco Corrado, agricoltore, scuote la testa e strofina il pollice contro l’indice. Tra le dita regge un baccello di fave: «Ecco – sospira – Sono completamente annerite. Sembrano chicchi di caffè». Il suo umore è dello stesso colore, come quello di molti altri agricoltori di Napoli e provincia. Coltivazioni e serre sono in ginocchio.
L’ALLARME
«Stiamo buttando perfino le patate. Il quadro è molto delicato», dice Salvatore Loffreda, direttore di Coldiretti Napoli. E non stanno andando sprecate solo patate e fave: mancano i braccianti stagionali, spesso migranti irregolari impossibilitati a spostarsi a causa delle restrizioni. La difficoltà arriva proprio nel momento in cui, con la crisi globale e le difficoltà nei trasporti, la produzione glocal diventa un fattore strategico. Il danno economico, secondo le stime Coldiretti, corrisponde a «quasi 500 milioni, cioè il 10 per cento del fatturato annuo della filiera agro-alimentare campana, che è di 4,5 miliardi. Napoli e Provincia fatturano 1 miliardo all’anno. Per 2 mesi di stop i mancati introiti in città superano i 100 milioni». Lo stato disastrato dei terreni è un tuffo al cuore: già buttate o da buttare tonnellate di zucchine, finocchi, fragole, cavoli, insalate, fave. Si buttano anche le uova.
«Non si trovano braccianti – prosegue Loffreda – Con il caldo stanno maturando pomodori, mele, pesche. Le patate stanno marcendo, sono un prodotto delicato, se ci si passa su col trattore lo si fresa». Vino e mozzarella di bufala al palo, visti ristoranti e pizzerie off limits. Altro dramma riguarda il settore florovivaistico napoletano. Da fine febbraio, buttate tonnellate di fiori pronti per matrimoni e funerali mai svolti: danno da 25 milioni, la metà del fatturato annuo.
CAUSE
Primo: l’assenza di braccianti, cioè dell’esercito stagionali impossibilitati a raggiungere i campi a causa di controlli e restrizioni: è il lavoro «a nero» che torna indietro come un boomerang. Secondo problema, gli approvvigionamenti dall’estero: «I grandi distributori puntano sulle grosse quantità e non sulla biodiversità – prosegue Loffreda – Sulla frutta il nostro concorrente è la Spagna, che opta per un’agricoltura intensiva che realizza prodotti standardizzati, rispetto ai nostri dotati di minore biodiversità, che costano meno e sono preferiti dalla grande distribuzione. Ecco perché l’impatto della pandemia è stato drammatico per noi, nonostante una lieve inversione di tendenza dei cittadini che tornano nei negozi al dettaglio».
I NUMERI
I dati forniti da Coldiretti non sono confortanti. Servono «30mila» lavoratori per evitare la malora di altri raccolti in Campania, che copre circa il 20 per cento della produzione ortofrutticola nazionale (che ammonta a «24 milioni di tonnellate»). In regione si producono «400mila tonnellate» al mese e le perdite attuali sono del «20 per cento del raccolto», cioè «80mila tonnellate» di spreco alimentare ogni 30 giorni. Quanto alla penuria di braccianti, si auspica l’apertura di «corridoi verdi», e l’ultimo dpcm ha esteso al sesto grado di parentela la possibilità «di coadiuvare nelle aziende agricole». Una speranza arriva dal piano regionale, che prevede 50 milioni per comparto agricolo e pesca. Contributi tra 1500 e 2000 euro previsti per 30mila aziende. 19 milioni per il settore del bufalino e 10 per il settore florovivaistico. «Il provvedimento di De Luca – commenta Gennarino Masiello, vicepresidente nazionale di Coldiretti – va nella giusta direzione per affrontare la tempesta e sbloccare i pagamenti di 70 milioni di euro del Psr, fermi per intoppi burocratici».

Gennaro Di Biase, Il Mattino

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