Privacy e Diritto di Difesa della Salute a Confronto. Siamo sicuri che non sia un boomerang?

Più informazioni su

Un tema su cui in tanti ci stiamo interrogando mentre veniamo risucchiati nel vortice di questa tremenda pandemia da coronavirus, è se sia giusto rendere pubblica l’identità delle persone infettate.

Il punto cruciale verte sulle modalità di protezione delle persone che, avendo avuto contatti con gli infetti, non hanno consapevolezza della gravità e del pericolo.

Tutti noi, in una prima fase, siamo rimasti attoniti di fronte alle misure stringenti, adottate d’urgenza e che hanno comportato anche sacrifici, impensabili solo fino a qualche settimana addietro.

Se il Governo, vista la drammatica emergenza sanitaria, è stato costretto alla fine, ad andare in deroga al principio costituzionale di libertà di movimento, probabilmente nel futuro dovrà farlo anche sul fronte della tutela della privacy, soprattutto considerando i tempi lunghi di questa pandemia, diffusa ormai a livello globale.

Per ora siamo fermi all’astuta furbata dell’autocertificazione, richiesta ai cittadini, in cui si chiede di dichiarare sotto la propria responsabilità di non essere affetti dal virus per potersi spostare.

A ben vedere si tratta semplicemente di un inutile  burocratismo italico, poiché insufficiente ad accertare la sicurezza sanitaria della persona autorizzata a circolare.

Nessuno di noi infatti, può “accertarsi” davvero di non aver frequentato persone infette, visto che al momento è illegale rendere nota l’identità delle persone positive e di chi è in isolamento fiduciario.

Questa ambiguità non è una garanzia di privacy per i cittadini, e sarebbe il momento di ammettere che le misure adottate d’urgenza, comportano sacrifici inevitabili anche su altri piani di libertà individuale, che vanno ben oltre il movimento fisico degli individui.

Ne è la prova, l’Ordinanza del Presidente della Regione Campania De Luca, che ha giustamente vietato anche passeggiate in solitaria e jogging, rivelatasi vincente dal Tar, che ha sancito definitivamente, la prevalenza alle misure di tutela della salute pubblica, a fronte di limitazioni anche drastiche, della libertà individuale.

Oltre ai divieti di lasciare la propria dimora, se non per esigenze di sopravvivenza, salute e lavoro, non c’è ancora nulla quindi, che riguardi la limitazione del diritto alla privacy, e sono solo le autorità sanitarie a poter utilizzare i dati personali.

Attualmente il protocollo sanitario prevede la ricostruzione dei possibili contatti avvenuti col soggetto ammalato nel rispetto della riservatezza del paziente.

È ancora abbastanza raro stranamente, che le persone contagiate rendano nota la propria identità, nonostante serpeggi ovunque la grande paura del contagio.

È di alcuni giorni fa la notizia del sindaco del comune di Baronissi, che nel comunicare  la conferma di un nuovo tampone positivo al covid-19 di un proprio concittadino, ha informato che il paziente autorizzava a render nota la sua identità.

Ben diverso è il caso di un sindaco del casertano che ha così risposto a chi su Facebook polemizzava con lui per la gravissima violazione della privacy, nell’aver divulgato senza autorizzazione, il nome di un residente nel suo comune:  “Signori, sto ricevendo minacce di denuncia da tutte le parti per aver pubblicato il diario delle località visitate dal (…) ma non ho alcuna intenzione di rimuoverlo, perché ritengo che una violazione della privacy sia molto meno importante della tutela della salute pubblica. Gli altri colleghi sindaci sono liberi di agire come vogliono. Per me la salute è più importante della privacy. Resta il fatto che se non avesse voluto trovarsi in queste condizioni, avrebbe rispettato la quarantena, ed avrebbe tutelato la propria privacy e la salute pubblica”.

Il tema quindi è molto caldo, e sta destando forti perplessità e malumori nella cittadinanza, la questione di non poter difendere adeguatamente la propria salute, per assenza di informazioni sufficienti, circa i contatti con eventuali soggetti a rischio, residenti nei pressi dei propri luoghi di abitazione.

Basti pensare al caso del paziente positivo al coronavirus, che a Sciacca, invece di stare a casa in quarantena ha pensato bene di andare al supermercato per fare la spesa.

Si tratta di un inserviente ospedaliero, successivamente indagato dalla Procura, per il reato di epidemia colposa in forma aggravata, reato punito fino a 12 anni.

Nello stesso comune sono state individuate successivamente altre dieci persone, risultate positive al tampone, e purtroppo di casi similari ce ne son tanti.

Che dire delle polemiche, e delle illazioni e malumori nati intorno a presunte responsabilità sull’inaspettato focolaio epidemico, divampato da circa dieci giorni sull’isola d’Ischia?

Non può tralasciarsi di considerare che sta destando forti perplessità e dubbi, soprattutto nei territori del sud Italia, dove ancora non si è raggiunto il picco epidemico e dove quindi ancora esiste la possibilità di governare la catena dei contagi, questa inspiegabile perseveranza nel non voler derogare, seppur temporaneamente, a quelle  sacrosante garanzie di privacy, che tuttavia in un periodo emergenziale come questo, finiscono per agire come un vero e proprio boomerang.

Un sistema che contribuisce ad alimentare la rete dei sospetti e delle fake news, molto più contagiosa e pericolosa della verità.

Si potrebbe prendere in considerazione almeno l’introduzione di una sorta di “procedura obbligatoria”, da parte dei sanitari verso i malati e le persone in quarantena, sulla eventuale scelta di rendere noto il proprio nome.

Anche questa sarebbe una sorta di autocertificazione, fatta allo scopo di ridurre il più possibile la catena del contagio, soprattutto quando si tratta di persone con un ampio spettro di frequentazioni sociali.

Dovrebbe essere un gesto civico e di generosità verso l’intera collettività, non ravvisando alcun motivo di remora o colpa per la persona, legata ad esigenze di privacy per eventuali comportamenti promiscui, trattandosi di un virus altamente contagioso per via aerea e purtroppo ormai diffuso pandemicamente.

Più informazioni su

Commenti

Translate »