Faella. I contagi a Napoli nei quartieri bene? Potrebbe essere stata l’ultima movida. Coronavirus peggio del colera

Più informazioni su

Faella. I contagi a Napoli nei quartieri bene? Potrebbe essere stata l’ultima movida. Coronavirus peggio del colera .
Osserva la mappa con la concentrazione di contagi nei tre quartieri di Napoli e non ha dubbi «c’è un filo che li lega tutti». Franco Faella è uno degli infettivologi più esperti d’Italia: nel 73 era in corsia al Cotugno a combattere contro il colera, oggi ha 74 anni ed è tornato a dare il suo contributo alla città. Si sta occupando della nascita del primo ospedale Covid di Napoli, il Loreto Mare reinventato proprio grazie ai suggerimenti di Franco Faella.
L’area dei contagi è chiarissima: Chiaia, Vomero e Arenella sono il cuore del virus in città. Ci aiuta a capire cosa succede?
«L’esperienza mi spinge a dire che bisogna cercare un evento unico che abbia potuto coinvolgere un numero consistente di persone provenienti da queste tre aree della città».
Di eventi così clamorosi non ce ne sono stati tanti. Lei pensa a un concerto, a una festa di piazza?
«Sa a cosa penso in questo momento? Alle immagini e alle fotografie delle ultime sere di affollamenti nella zona dei baretti o al centro storico. Ecco, eventi del genere potrebbero essere stati determinanti per la diffusione del virus».
Dice che la movida folle quando il pericolo del contagio era già conclamato potrebbe aver favorito lo sviluppo in quei quartieri?
«Sulla provenienza dei giovani della movida non sono così tanto esperto. Però se dipendesse da me suggerirei di effettuare un’analisi sulle abitudini degli appassionati della movida per capire se realmente provengono in maggioranza dai quartieri con maggior numero di contagi».
Non potrebbe, invece, dipendere dalla tendenza alla grande socialità che c’è in quelle zone?
«Non credo che la socialità possa essere inquadrata in precisi quartieri della città».
Magari in quelle strade c’è maggiore concentrazione di professionisti che hanno partecipato a riunioni, viaggiato per lavoro.
«Non saprei però ho qualche dubbio in merito. Forse apparterrò a una vecchia scuola di pensiero ma resto sempre convinto che c’è un poderoso evento scatenante alla base della diffusione di una epidemia, bisogna cercare quello».
Una causa potrebbe essere il rientro in massa dalle città del Nord?
«Sì, forse potrebbe esserci un collegamento. Io però propendo sempre per l’ipotesi della movida, è l’unico evento del quale ho memoria che abbia messo assieme nello stesso luogo e nello stesso momento un numero elevatissimo di persone nei giorni in cui la certezza della diffusione del virus era evidente».
Come sta reagendo il sistema sanitario della Campania?
«In maniera eccellente. Lo vedete con i vostri occhi, lo raccontano i numeri. Lo dimostrerà anche il Loreto Mare al quale ho dato il mio piccolo contributo».
Non piccolo, diciamo determinante.
«C’è stata la possibilità di creare percorsi nettamente separati per il personale. Lì non ci sarà nessuna possibilità di contagio casuale, è stato possibile perché c’era un cantiere aperto e abbiamo potuto dare indirizzi precisi. Sarebbe più complicato esportare questa esperienza in altri ospedali. Anche se devo dire che in ciascuna delle strutture regionali ci sono attenzione e grande professionalità».
Era in corsia al Cotugno nel 73 davanti ai malati di colera, oggi osserva l’epidemia di coronavirus, cosa le viene in mente?
«Che il colera, rispetto alla tragedia di oggi, fu una sciocchezza. Resto attonito davanti al numero dei morti, mi rendo conto di pensare anch’io che il numero è alto oppure che il numero si sta abbassando: quando ci fermeremo a capire che quel numero è fatto di vite che si perdono, di famiglie che soffrono, di dolore e morte, allora comprenderemo la tragedia nella quale siamo piombati. Ma ne usciremo presto, fidatevi di un vecchio infettivologo». Paolo Barbuto Il Mattino

Più informazioni su

Commenti

Translate »