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La strage di Piazza Fontana. Francesca Dendena e le vittime nel Docufilm della Rai stasera

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La strage di Piazza Fontana. Francesca Dendena e le vittime nel Docufilm della Rai stasera Ne hanno sentiti tanti di «non ricordo». In 33 anni di processi in tribunali lontani, su e giù per l’Italia, in luoghi dove forse non sarebbero mai stati nella vita se non spinti dall’ansia di giustizia: Catanzaro, Bari. E allora venne spontaneo a Francesca Dendena — lei che il 12 dicembre 1969, 50 anni fa, nell’esplosione della bomba dentro la Banca dell’Agricoltura di Milano perse il padre Pietro — scrivere un telegramma a uno dei tanti giudici che si sono succeduti per protestare invece con un «Io ricordo». Un ricordo comune a tanti altri che hanno condiviso lo stesso destino di Francesca: i parenti delle vittime della madre di tutte le stragi, Piazza Fontana. Francesca li ha organizzati nell’Associazione dei Famigliari delle Vittime di Piazza Fontana poi diventata “delle Vittime delle Stragi”. Perché i parenti degli uccisi dal terrore, nella nostra sfortunata Italia, sono diventati negli anni quasi un popolo. Reietto, deluso. Nel migliore dei casi illuso per troppo tempo. Eppure, in questo cinquantenario della strage, almeno le famiglie delle 17 vittime e degli 88 feriti di Piazza Fontana potranno vivere un doppio sollievo. In piazza, abbracciando il capo dello Stato Sergio Mattarella che salirà da Roma a Milano per le celebrazioni; alla sera, in tv, su Raiuno, seguendo con tanti italiani la prima docufiction sulla strage raccontata dal punto di vista dei parenti di quei morti: Io ricordo – Piazza Fontana. Francesca Dendena, scomparsa nel 2010, a soli 58 anni, è la protagonista. Ad interpretarla nelle scene di fiction dell’età adulta è Giovanna Mezzogiorno, 45 anni, alla sua prima docufiction.

Giovanna, anche lei sulla strage di Piazza Fontana dovrebbe dire «non ricordo» come fecero ai processi Andreotti e Rumor. Ma solo perché nel 1969 non era ancora nata…
«Furono i miei genitori (g li attori Vittorio Mezzogiorno e Cecilia Sacchi; ndr) a raccontarmi. Avrò avuto 14 o 15 anni. Vivevo proprio a Milano, la città di mia madre. Nella nostra famiglia le informazioni correvano più che in altre e quindi l’ho saputo. Ma è difficile capire davvero quando si è poco più che bambini. Solo dopo questo lavoro, entrando in Francesca, ho compreso quanto terrificante sia stato quell’evento. È stata una immersione totale in quella dimensione durata tre giorni. Abbiamo girato in tempi brevissimi con Francesco Miccichè, un grande professionista di questo tipo di racconto. Ora non vedo l’ora di conoscere il fratello di Francesca, Paolo, alla conferenza stampa del 10 dicembre a Milano».

Giovanna Mezzogiorno, 45 anni, in una scena della docufiction prodotta da Giannandrea Pecorelli per Aurora Tv in onda su Raiuno giovedì 12 dicembre. Alle sue spalle l’attore Lorenzo Cervasio. La regia è di Francesco Miccichè (foto P.Bruni)Giovanna Mezzogiorno, 45 anni, in una scena della docufiction prodotta da Giannandrea Pecorelli per Aurora Tv in onda su Raiuno giovedì 12 dicembre. Alle sue spalle l’attore Lorenzo Cervasio. La regia è di Francesco Miccichè (foto P.Bruni)
Nell’interpretare il suo personaggio ha avuto un ruolo il fatto che anche lei ha perso suo papà Vittorio a 18 anni? Francesca ne aveva 17.
«Beh, certo. Lei ha perso il papà in un secondo, io in sei mesi per malattia. È una cosa che ci unisce e ti cambia la vita, cambia anche il tuo modo di essere genitore».

«SONO ENTRATA NEI PENSIERI E
NELLE EMOZIONI DI PERSONE CHE SENTONO
DI NON AVERE AVUTO GIUSTIZIA»
Lei era al liceo Beccaria a Milano: parlavate della strage tra voi ragazzi di fine Anni 80?
«No, con i miei compagni non se ne parlava. Gli adolescenti di allora — come quelli di oggi — non avevano consapevolezza della società attorno a loro. Le manifestazioni per il 12 dicembre le frequentavano i ragazzi dei centri sociali, quelli del Leoncavallo. Gli altri — e io tra loro — se ne fregavano. Solo ora sono entrata nei pensieri, nelle emozioni di persone che sentono di non aver ricevuto giustizia. Di persone che a un enorme dolore hanno dovuto aggiungere la fatica mentale ed economica di seguire processi trascinatisi per anni, in posti lontanissimi dalle loro case. Per loro, con l’ultima sentenza della Cassazione, nel 2005, è come se i colpevoli fossero stati assolti. Io questo, ora, lo capisco. Dello Stato nello Stato, caratteristica tutta italiana, ho capito molto prima, invece…».

Sta parlando della strategia della tensione?
«Sì, dell’orrenda scelta di una parte deviata dello Stato di terrorizzare la popolazione, utilizzando organizzazioni come Ordine Nuovo. Ormai lo sappiamo tutti ma non è meno sconvolgente. Ho sentito di recente su YouTube l’audio originale della strage di Brescia… mi ha molto scosso».

«IN REALTÀ ANCHE NOI NON SAPEVAMO NULLA,
LE MANIFESTAZIONI PER IL 12 DICEMBRE LE
FACEVANO QUELLI DEI CENTRI SOCIALI. GLI
ALTRI, E IO TRA LORO, SE NE FREGAVANO»
Crede che le docufiction come questa o quella su Nilde Iotti di ieri sera siano un modo per aiutare i ragazzi a capire il nostro passato recente?
«Certo, sono determinanti: a scuola con la storia ci si ferma alla Seconda guerra mondiale, i giovani devono sapere cosa è successo dopo per capire la realtà di oggi. Invece, non sanno niente. Ma non mi parli di Nilde Iotti che mi vengono le lacrime agli occhi…».

Perché?
«Cinque anni fa volevo interpretarla, è un personaggio fondamentale per l’Italia, che ho sempre amato. Avevo letto libri, presentato un progetto in Rai, c’era un soggetto, ebbi vari incontri… mi hanno rimbalzata e non gliela perdono. Secondo me fu per motivi politici, hanno avuto paura in quel momento di affrontare un personaggio cosi. La solita Italia…».

Un altro scatto nella Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana dopo l’attentato che evidenzia il buco nel pavimento causato dalla potenza esplosiva della bomba, abbandonata sotto a un tavolo (foto Perrucci)Un altro scatto nella Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana dopo l’attentato che evidenzia il buco nel pavimento causato dalla potenza esplosiva della bomba, abbandonata sotto a un tavolo (foto Perrucci)
In che senso?
«Una delle tante facce di un Paese di intrighi, sporco, losco. L’Italia — e torno a Piazza Fontana, alle stragi — è un Paese con uno Stato che mente ai cittadini, dichiaratamente. Negli ultimi anni e mesi abbiamo avuto governi imbarazzanti ma in passato erano addirittura malavitosi, hanno fatto disastri attraverso l’uso distorto dei servizi segreti».

«OPERE COME QUESTE SONO DETERMINANTI
PER I RAGAZZI. A SCUOLA CON LA STORIA
CI SI FERMA ALLA SECONDA GUERRA
MONDIALE, I GIOVANI PERÒ DEVONO AVERE
MEMORIA DI COSA SUCCESSE»
Però c’è e c’è sempre stata anche un’Italia sincera, le persone colpite nelle stragi ne fanno parte.
«Verissimo, i morti di Piazza Fontana appartenevano a un’Italia vera, di provincia, sana. L’Italia delle persone normali che lavorano e creano ogni giorno, che hanno fiducia in questo Paese. Ma questa fiducia è stata distrutta. Qualcosa di inaccettabile. Alla fine la nostra sicurezza non è garantita dallo Stato. Viviamo in una democrazia limitata. Io ormai lo so e mi difendo. Ma sono preoccupata per i miei figli».

Pietro Dendena, vittima della strage, con i figli Paolo e Francesca, e la moglie LuigiaPietro Dendena, vittima della strage, con i figli Paolo e Francesca, e la moglie Luigia
I suoi gemelli, Leone e Zeno: ormai hanno otto anni.
«Già. Me ne do ancora un paio di anni e poi so che saranno casini. Quando ne avranno… che so… 12, in che Paese vivranno? Vanno in una scuola pubblica a Torino dove già assorbono cose molto violente. Non so quando poi ci chiederanno di avere il cellulare cosa avverrà, se noi genitori saremo in grado di aiutarli, se ne avremo l’autorevolezza».

«I MORTI DI PIAZZA FONTANA APPARTENEVANO
A UN’ITALIA VERA, DI PROVINCIA, SANA. L’ITALIA DELLE
PERSONE NORMALI CHE LAVORANO E CREANO
OGNI GIORNO, CHE HANNO FIDUCIA IN QUESTO PAESE. MA QUESTA
FIDUCIA È STATA DISTRUTTA. QUALCOSA DI INACCETTABILE»
Uno dei suoi grandi crucci è che siano cresciuti senza nonni materni. Se ci fossero potrebbero aiutarli?
«Con la morte prematura di mio padre, questo è l’altro grande dolore che mi porterò avanti per tutta la vita. Con Leone e Zeno vado sul lago di Como dove sono sepolti, a Griante. Ma cosa capiscono? I nonni per loro sono tantadui, il loro modo di dire fantasmi. Non siamo cattolici, quindi non glieli abbiamo presentati come angeli in cielo. Sa, quando ero incinta ho fatto un sogno…».

La famiglia Dendena nella fiction: Francesca Dendena adolescente (Nicole Fornaro) con madre (Anna Ferruzzo) e fratellino (Edoardo Bruni)La famiglia Dendena nella fiction: Francesca Dendena adolescente (Nicole Fornaro) con madre (Anna Ferruzzo) e fratellino (Edoardo Bruni)
Vuole raccontarcelo?
«All’epoca scatenò in me una grande paura, le donne incinte vedono tutto enorme… Nella mia casa di Milano c’erano tutti i parenti di mio padre e mia madre. I bambini erano già nati e a un certo momento si sente suonare alla porta: erano i miei genitori. Ho subito pensato: “ecco, adesso se li vengono a prendere, succederà qualcosa”. Nel sogno li hanno trattenuti un momento con sé, li hanno salutati e poi se ne sono andati. Ho capito solo dopo che davvero erano venuti per salutarli, conoscerli. Quando ho raccontato il sogno ai miei cugini mi hanno detto che ero stata fortunata a sognare così. E in fondo è vero: ora quando ci penso mi resta un senso di quiete, di pacificazione».
Corriere

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