Cava de’ Tirreni. Sconto di pena per Lucia Zullo la “zarina”

Sconto in Appello per la “zarina”. I giudici del secondo grado di giudizio hanno ridotto la pena a Lucia Zullo. Dagli iniziali venti anni inflitti in primo grado, si è scesi a 7 anni, 8 mesi e 20 giorni di reclusione. Stessa riduzione è stata applicata al nipote Vincenzo Zullo, per il quale la pena è stata ridotta a 5 anni e 2 mesi. La Corte, presieduta dal giudice Diego Cavaliero, ha rivisto tutte le condanne degli undici ricorrenti, dopo la riqualificazione in associazione di lieve entità del principale capo di imputazione. Alla fine i giudici hanno condannati Vincenzo Porpora (2 anni, 10 mesi e 20 giorni), Giovanni Ragosta (2 anni e 8 mesi), Mario Avagliano (2 anni, 7 mesi e 10 giorni), Angelo Della Valle (2 anni e 2 mesi), Alfredo Lambiase (1 anno, 2 mesi e 10 giorni) e Lucia Trezza (10 mesi e 20 giorni). Assolti per non aver commesso il fatto, invece, gli imputati Roberto Benincasa, Carmine Medolla e Daniele Medolla. Il collegio difensivo era composto, tra gli altri, dagli avvocati Antonio Boffa, Teresa Sorrentino, Mario Secondino e Alfonso Senatore. Si tratta della prima inchiesta giudiziaria degli affari ella famiglia Zullo, avviata dalla polizia nel 2017. In Appello sono state affrontate le posizioni di quanti – una quindicina – avevano scelto il giudizio abbreviato in primo grado quando al gruppo di spaccio che faceva riferimento alla “Zarina” fu inflitta una dura stangata con pene non inferiori ai quattro anni di reclusioni ai sodali che avevano posizioni più importanti nell’associazione che controllava una fitta reti di pusher nella Valle Metelliana. Nel filone della droga è marginale la posizione di Dante Zullo, più impegnato sul fronte dell’usura e delle estorsioni: altri filoni sui quali è intervenuta la Dia, guidata dal tenente colonnello Giulio Pini, per fortificare alcuni aspetti investigativi. Il capo del sodalizio, in questo procedimento, rispondeva di un solo capo di imputazione ed è stato assolto per non aver commesso il fatto. Per la procura antimafia, titolare delle indagini, a gestire le “piazze di spaccio” era Lucia Zullo, che nelle carte processuali viene indicata come “incallita e professionale spacciatrice”. La “zarina” – nella parte della pubblica accusa – viene descritta spietata dai giudici quando c’era da spartirsi i guadagni dello spaccio, a tal punto da ordinare il pestaggio del fratello Dante che non aveva condiviso il ricavato della vendita di una partita di marijuana. Aggressione che avvenne in una scuderia di Agnano. Per ritorsione all’affronto subito, il nipote Vincenzo Zullo, definito dal gip “un frenetico spacciatore”, le bruciò la casa. Zullo junior avviò una lotta interna alla famiglia che provocò una scissione nel tentativo di scalzare la zia dal ruolo di comando e gestione del lucroso giro di spaccio che aveva la base operativa nella frazione Santa Lucia. Chiuso, dunque, il primo processo nel quale sono coinvolti appartenenti alla famiglia Zullo. Ne restano in piedi altri per i quali si è ancora nella fase dibattimentale del primo grado. Soprattutto c’è il procedimento in cui la Dda di Salerno contesta i presunti legami tra il clan e la politica cavese, con il riferimento ad alcune iniziative svolte in occasione dell’ultima campagna elettorale per le amministrative e sull’appoggio (sempre presunto) che la famiglia di Santa Lucia avrebbe prestato ad un candidato, ossia l’ex vicesindaco Enrico Polichetti. La sentenza di ieri, ad ogni modo, è ancora appellabile. Dopo la pubblicazione delle motivazioni, le parti (accusa e difesa) possono ricorrere in Cassazione.
Massimiliano Lanzotto

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