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Il “Recitar cantando” dei fratelli Servillo

Grande successo di pubblico e critica per La parola canta ospite del cartellone  del teatro Verdi di Salerno. Intensa performance di Toni e Peppe protagonisti in una performance empatica impreziosita dal Solis Quartet

Di OLGA CHIEFFI

Una lunga e variegata serie di opere attesta la rilevanza dei rapporti intercorsi fra letteratura, parola e musica. E’ da sempre che esiste questo binomio, tra querelle estetiche, e musicali, opere, strumenti e palcoscenici, ma Toni e Peppe Servillo nel loro spettacolo “La parola canta” che accorpa “Toni Servillo legge Napoli” e “Presentimento”, gemma del cartellone di prosa del teatro Verdi di Salerno, non riflettono intorno all’utilizzo della parola nella musica, viceversa, e limitatamente, forse alla tradizione napoletana, cercano di verificare come la musica possa entrare nel progetto di una scrittura; se (e come) la la letteratura possa fare musica, misurandosi con la musicalità del linguaggio, a partire da quel sottofondo della scrittura che è il ritmo. Ecco allora che Toni ha praticamente cartografato un repertorio che spazia dal composto iconico “paroliere” a una forma di nostrano e sincopato Sprechgesang, che si trasforma in una particolare “Napolitanìa”, per dirla con il titolo di un interessante progetto del nostro contrabbassista Aldo Vigorito  E’ qui che ci è tornata alla mente una pagina di Heschel, in cui afferma che la musica non è un prodotto dell’Uomo, non è creazione nel senso consueto del termine, ma che essa sta nell’uomo, è la sua stessa vita, è il ritmo interiore ed esteriore che regola il suo comportamento, è la legge liberamente assunta che modula dall’interno ogni sua ora, è il tempo che prende forma e che non viene lasciato, così, fluire senza argini, come acqua su pietra. La melodia rappresenta l’estremo tentativo umano di catturare l’uniformità del tempo nel suo scorrere ineluttabile e disperante, di piegarlo alla sua volontà creatrice, costringendolo in ritmi che esprimano le scansioni interiori  della vita. E’ questo che ci accingiamo a definire il sentire musicale di Toni e Peppe Servillo in questa “La Parola canta”, musica recitata e recita musicale, fedele specchio di un crogiuolo di culture e di storie, precarie, instabili, eterne. E’ la musica della parola detta che va da Napucalisse di Mimmo Borrelli, che ha aperto la serata, un monologo che scava nelle viscere di un’umanità dolente e arrabbiata, quella di Napoli, destinata a esplodere come il suo Vesuvio, un’invettiva con l’anima di una preghiera, un’invocazione del fuoco per bruciare di pietà e di speranza, come le litanie che si recitano dinanzi al Presepe, al Vincenzo De Pretore di Eduardo, con il suo “Mi spiego è giusto?” che, pian piano, passa da Vincenzo a tutti gli altri i personaggi, anche al Padreterno, che parlano come lui per frasi fatte: sogno quale segno di una vita tutta fatta di illusioni, senza un reale rapporto con gli altri, una vita sognata, piena di sé e di poco rispetto per gli altri e ancora la lingua di Raffaele Viviani  che vive in  “L’ommo sbagliato”, “Fravecature”,  o di Michele Sovente, in “Cos’è sta lengua sperduta“, tentativo riuscito del trilinguismo che risiede, appunto nella “vitalità” delle tre opzioni dell’anima: il dialetto, lingua dell’infanzia e della madre, il latino, lingua degli avi, l’italiano, lingua del presente; lingue che si integrano, si compensano, si scavalcano e si rincorrono, ma sono tutte piegate alla stessa tensione interiore, in una soluzione metrica affidata a una cantilena spigolosa, raffinatamente sincopata che parla con gli spettri, con le ombre della memoria. Ombre interpretate da tutti i protagonisti annullanti in nere silhouette, per dar luce e spazio solo alla lingua, alla parola. Una lingua che si fa teatrale e musicale con Peppe Servillo, il quale attraverso classici quali Canzone Appassiunata, ‘O guappo ‘nnammurato, Maruzzella”, “Guapparia”, “Dove sta Zazà”, o “Te voglio bene assaje”, riafferma che malgrado sia stata contaminata, nel tempo, da sonorità appartenenti ad altre culture e ad altri generi musicali, la melodia napoletana è riuscita a conservare un suo codice di riconoscimento, un proprio DNA, quel “profumo” , che la rende inconfondibile, come una lingua perduta, della quale abbiamo forse dimenticato il senso e serbato soltanto l’armonia, una reminiscenza, la lingua di prima e forse anche la lingua di dopo. Lingua in musica che ha splendidamente dialogato con il Solis String Quartet formato da Vincenzo Di Donna e Luigi De Maio al violino, Gerardo Morrone alla e Antonio Di Francia al violoncello, i quali oltre agli originali bridge che hanno legato l’intera scaletta e gli arrangiamenti, spesso ispirati al tango, hanno offerto due chicche, il movimento incalzante e trascinante di Tarantella dal quartetto di Fabio Vacchi e un autentico pezzo di bravura che vede gli strumentisti rincorrersi l’un l’altro con pizzicati semplici o multipli, simultanei o arpeggiati, a strappo o ribattuti, sulla tastiera o sul ponticello, e sempre sotto l’inesorabile pungolo di sincopati, di contrattempi, di strette imitazioni, ovvero l’Allegretto pizzicato del Quartetto n°4 di Bèla Bartòk.

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