Avvocato di Sorrento fa causa internazionale e finisce sul New York Times e su Repubblica

Una vicenda internazionale sotto ogni punto di vista, quella dell’avvocato di Sorrento Pietro Venanzio che ha visto la pubblicazione della sua causa internazionale anche sul “New York Times”, il giornale statunitense tra i più importanti del Paese, e anche su “La Repubblica”.

Al centro della discussione vi è la storia di un diamante, il quinto più grande al mondo da 34,65 carati e valutato 40milioni di dollari. La sua vendita all’asta nel 2013 è già da tempo oggetto di un’aspra contesa legale. E sarà ora oggetto di un nuovo processo che si apre la settimana prossima a New York.

La storia dell’anello affonda le sue radici nel 1700, prima di essere donato nel 1960 da Renato Angiolillo, il senatore liberale fondatore del quotidiano Il Tempo, alla seconda moglie Maria, appena sposata. Sì, quella regina dei salotti dal passato burrascoso (raccontato nel libro La Signora dei Segreti) che per anni aprì il suo “Villino Giulia” affacciato su Trinità dei Monti, al gotha della politica da Andreotti a Berlusconi. Quando nel 1972 Angiolillo morì, a Donna Maria rimase l’impressionante collezione di perle, zaffiri e diamanti accumulata dal marito: ma solo in usufrutto, “custode affidataria”. Alla sua morte, avvenuta nel 2009, tutto doveva passare dunque agli eredi di Renato: il figlio Amedeo e quattro nipoti. Che invece non trovarono traccia di numerosi gioielli, per un valore di almeno 100 milioni di euro. Era stato Marco Bianchi Milella, figlio di primo letto di Maria, a portarli via. Finito sotto accusa per appropriazione indebita, se la cavò nel 2017, perché il caso era intanto finito in prescrizione. Solo una minima parte del tesoro fu recuperato, a Montecarlo. Il Princie era stato venduto subito, nel 2010, in Svizzera, per 19 milioni di dollari. Ed era passato di mano tre volte, prima di approdare da Christie’s, dove nel 2013 fu battuto per 39,3 milioni di dollari, acquistato dallo sceicco Jassim Bin Abdulaziz al-Thani per sua moglie Al-Mayassa, considerata una delle figure più influenti del mondo dell’arte mondiale grazie ai suoi acquisti di capolavori a prezzi spropositati, da Gaugain a Cézanne. Ebbene, da tempo gli eredi Angiolillo cercano di dimostrare che la casa d’aste agì in malafede, consapevole che quella pietra “scottava” e sulla proprietà c’era un’indagine in corso. Christie’s si è già difesa in tribunale, sostenendo di aver speso 120 mila dollari per investigare la provenienza del prezioso, e aver accettato di procedere con la vendita perché quella pietra proveniva dalla Svizzera: dove vige la regola della “buona fede” sull’acquisto.

Ma ora, nel 2019 la storia si riapre, e con sé anche il processo. Come riporta il New York Times, infatti, anche se gli eredi dovessero averla vinta, riceverebbero al massimo un risarcimento, mentre il diamante continuerà a brillare dove risiede ora in Qatar.

articolo diamante su new york times
 
articolo diamante su new york times
 
articolo diamante su new york times
articolo diamante su repubblica

Commenti

Translate »