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Nobel per la pace strano ad Abiy Ahmed Ali e non a Greta. Contestato ad Handke che appoggiò i crimini di guerra della Serbia

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    Nobel per la pace strano ad Abiy Ahmed Ali e non a Greta. Contestato ad Hanke che appoggiò i crimini di guerra  quello per la letteratura. Certo l’arte è una cosa, l’appoggiare crimini di guerra, come sostengono le madri di Sebrenica, è un’altra. Ma questo Nobel era nato per scopi umanitari, se non sbagliamo.. Diciamo che su Greta, fenomeno mediatico, è vero, che però ha portato a un coinvolgimento di massa mai visto nella storia dell’umanità, mai nessun adulto ha fatto scendere i giovani di tutto il mondo a protestare per la natura e l’ambiente. Si dica che si vuole , la si prenda in giro quanto si vuole, si vedano tutti gli interessi che si vogliono, ma provate a farlo voi o a farlo fare ai vostri figli quello che ha fatto lei. Ora c’è chi la emula in India, in Africa, in Australia, in America, oltre che in tutta Europa. E non è l’emulazione che non vorremmo dai giovani, alla violenza, al consumo di droga, ma alla tutela dell’ambiente. Il Nobel per la pace potrebbe essere sicuramente letto in altra maniera, ma forse è ancora prematuro.
    Nell’ottobre 2009 Barack Obama, neoeletto presidente degli Stati Uniti, ricevette il Premio Nobel per la Pace. Un riconoscimento precoce, dal momento che era in carica soltanto da pochi mesi, essendo stato eletto nel gennaio dello stesso anno; e in effetti diciamo che non sempre è sembrato meritarselo negli anni successivi, anche se tale era la gioia dell’essersi liberati da George W. Bush che all’epoca parve di buon auspicio. Ci si può chiedere se per Abiy Ahmed Ali, appena premiato, non si debba fare lo stesso discorso; in fondo anche lui è stato eletto primo ministro dell’Etiopia nell’aprile 2018, il suo nome dice poco o nulla ai più, che magari si attendevano (chi con gioia, chi con livore) la giovane Greta o qualche altro personaggio più celebre anche da noi. Il comunicato che accompagna l’assegnazione dice: «Il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali riceve il Premio Nobel per la pace 2019 per la sua importante opera di riconciliazione, solidarietà e giustizia sociale. Il premio intende inoltre riconoscere tutti gli attori che lavorano per la pace e la riconciliazione in Etiopia e nelle regioni dell’Africa orientale e nord-orientale. Abiy Ahmed Ali ha avviato importanti riforme che danno a molti cittadini la speranza di una vita migliore e di un futuro migliore». Aggiungendo che quanto avviato richiede un incoraggiamento.
    Di fatto, la nostra percezione del mondo esterno all’Italia e all’Europa, con la parziale eccezione del continente americano, è ancora assai limitata. Dell’Asia e soprattutto dell’Africa noi conosciamo ben poco, se non stereotipi e luoghi comuni, mentre è evidente che sono questi i mondi che promettono le maggiori novità. Abiy Ahmed Ali è una fra queste novità: un politico ancora giovane essendo nato nel 1976, com’è giovane anzi giovanissimo il mondo dal quale proviene. Figlio di padre musulmano e di madre cristiana, il primo dell’etnia Oromo, la seconda degli Amara, ossia due dei gruppi più importanti di un paese composito dal punto di vista tanto etnolinguistico quanto religioso. Entrato nelle forze armate, ha nel frattempo studiato come ingegnere informatico, poi è passato alle scienze sociali. Nel 2017, quando era già membro del governo, ha conseguito un dottorato sulle strategie per la risoluzione dei conflitti nel Corno d’Africa, e in effetti la messa in pratica degli studi teorici ha dato ottimi risultati: la fine del conflitto con l’Eritrea che si trascinava da decenni, prima con la guerra d’indipendenza, poi con uno stato di ostilità latente che ogni tanto esplodeva, come nel biennio 1998-2000, quando l’invasione eritrea in Etiopia aveva causato decine di migliaia di vittime da entrambe le parti. Il summit del 2018 tra Abiy Ahmed e la sua controparte Isaias Afwerki sembra aver posto un termine a questa situazione, un bene per entrambi i paesi stremati dai conflitti.

    DIETRO L’AZIONE DEL SINGOLO, CI SONO ALTRE FORZE

    Come spesso succede, dietro questa situazione non era difficile intravedere attori internazionali: le potenze occidentali dietro l’Etiopia, l’Eritrea più isolata, ma a tratti legata a paesi del blocco comunista. Tuttavia, negli ultimi tempi nella regione tira un’aria nuova: Russia e Cina hanno incrementato gli investimenti, e soprattutto il presidente Xi Jinping ha fatto dell’Etiopia il punto di riferimento economico per le politiche economiche in Africa orientale, con massicci interventi nelle infrastrutture. È chiaro come la nuova situazione economica non sia estranea alla pace,  scrive Franco Cardini sul Mattino, dal momento che ormai Etiopia ed Eritrea lavorano con gli stessi partner economici, e tali relazioni si stanno estendendo anche ai paesi circostanti. Addis Abeba sta diventando sempre più un hub diplomatico intercontinentale che ospita l’Unione africana, la cui sede centrale è stata costruita dalla Cina, la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa, l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo con sede nella vicina Gibuti, e diverse importanti organizzazioni non governative internazionali. Queste organizzazioni offrono alla Cina l’opportunità di uno stretto contatto con i leader africani e con personalità eminenti che influenzano la politica interna ed estera delle singole nazioni africane.
    Abiy Ahmed sembra avere tutte le intenzioni di cavalcare la situazione positiva e offrire al suo paese opportunità nuove, promuovendo anche all’interno una politica di riconciliazione fra governo e dissidenti. Se questo meriti il Nobel per la Pace è difficile a dirsi, però questo focus sul Corno d’Africa potrebbe essere l’occasione per noi europei di studiare con maggiore attenzione cambiamenti dei quali non sembriamo in grado di cogliere la portata.

    HANDKE, LE MADRI DI SREBRENICA

    Le madri di Srebrenica, riunite nel ricordare le vittime del genocidio serbo nella cittadina bosniaca, non ci stanno. Quel Nobel per la Letteratura a Peter Handke, lo scrittore austriaco che negli anni della guerra aveva difeso con toni apologetici le azioni del regime di Miloševic, arrivando a partecipare al funerale dell’ex leader serbo nel 2006, è davvero troppo. Uno schiaffo morale alle vittime, nell’anno del Nobel che doveva cambiare tutto e segnare la rinascita del comitato dell’Accademia svedese. Proprio dopo gli scandali sessuali che avevano fatto saltare per aria la scorsa edizione. E adesso, dichiara Munira Subasic, presidente dell’associazione Madri di Srebrenica: ritirate quel premio. Una posizione convidisa da una buona fetta della comunità degli scrittori, da Salman Rushdie a Jennifer Egan.Perché Peter Handke non è solo l’autore della sceneggiatura de Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, o delle posate riflessioni di Pomeriggio di uno scrittore (Guanda). E’ anche l’opinionista che aveva parlato ironicamente della Serbia come del Paese che “tutti definiscono l’aggressore”, fino a scrivere un libro, Un viaggio d’inverno ovvero giustizia per la Serbia (Einaudi, 1996), che già nel titolo dice tutto. Il premio Nobel per la Letteratura 2019 non ha mai ritrattato le sue posizioni filoserbe. Ha solo precisato, nell’intervista rilasciata ad Anais Ginori di Repubblica nel giorno della vittoria del premio: “Io parlo solo da scrittore. Le mie non sono posizioni politiche, non sono un giornalista”. Comprensibili, perciò, le reazioni di chi la violenza del regimo serbo l’ha vissuta da vicino. Come l’ambasciatrice del Kosovo negli Stati Uniti, Vlora Çitaku, che ha scritto, sempre su Twitter: “Sono scioccata, è uno schiaffo a tutte le vittime del regime di Miloševic”. O ancora, come il presidente kosovaro Hashim Thaci e il primo ministro albanese Edi Rama, che fanno sapere di essere entrambi a un tempo addolorati e disgustati dalla notizia, o infine come il sopravvissuto al massacro di Srebrenica Emir Suljagic, che risponde così ad un post dell’Accademia del Nobel:

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