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Storie di cani narrate da un poeta: Gianni Menichetti foto

A New York, all’Hotel Chelsea, Vali Myers la ricordano ancora, artista bohemienne, amante dei cani e delle volpi che dava del tu a Salvator Dalì e Django Reinhardt. Un’artista naif, eccentrica e geniale. Certamente la ricorda bene la scrittrice Romy Ashby, che abitava a quattro passi dal “Chelsea” nel 1989, che di quest’australiana rossa e della sua cagnolina Sheba era amica e confidente. Parlavano spesso di un paradiso perduto, lontano, in Europa, nascosto anzi meglio, incastonato in una forra a Positano, piccolo paesino della costiera amalfitana. Vali sognava di tornarci, e di lì a poco l’avrebbe fatto con Sheba, che sarebbe diventata, in seguito, la regina della famosa muta di quaranta cani di cui parlano le cronache dell’epoca: non certo con entusiasmo. Quaranta cani e una donna sola. Quaranta cani e una donna che dipinge volpi e balla tarante con un poeta toscano. Vali Myers quando tornò a Positano, fu trattata come una strega, una janara si dice dalle nostre parti. Una donna misteriosa come Vali non piaceva alla piccola borghesia del tempo, che a stento sopportava l’eccentricità di certi turisti stranieri. “Credo che l’odio sia un sentimento che può esistere soltanto in assenza totale d’intelligenza”: questo quello che scrive Tennessee Williams, amico di Vali, e questa considerazione vale tanto per chi odia gli esseri umani quanto per chi porta disprezzo per gli animali. Tengo a sottolinearlo: l’odio per le persone diverse da noi, che etichettiamo spesso e subito come “pazze” perché non vivono e non la pensano come noi non è da persone civili; come vergognoso è il disprezzo verso ogni forma di vita animale e vegetale. In questo libro scritto dal pittore e poeta Gianni Menichetti, compagno fino alla fine dei suoi giorni di Vali Myers, è stato messo nero su bianco tutto l’amore che un essere umano può nutrire per gli animali, in questo caso una muta di cani, i cui discendenti vivono ancor oggi – liberi – nel Vallone Porto di Positano, nonostante qualche polpetta avvelenata che il criminale di turno è sempre pronto a dispensare. Quello che colpisce leggendo i racconti di Menichetti è che in essi ogni cane è “soggetto” non “oggetto” nel rapporto con il proprio “compagno” umano. Ogni cane è descritto secondo le sue caratteristiche peculiari caratteriali e fisiche. Gianni è poeta, come Bulgakov con il bastardino “Pallino” in “Cuore di cane” rende i suoi cani personaggi originali e indimenticabili, sembrano, anzi sono i protagonisti di una vera e propria saga familiare canina che abbraccia un arco di tempo trentennale, quello vissuto dallo stesso Menichetti su nella Pagoda del Vallone Porto da anarchico e eremita. Ieri sera, 28 settembre, Gianni Menichetti era a Fornillo (Positano) con la cantautrice australiana Jodi Phillis cantava e danzava ancora una volta in memoria di Vali Myers e dei suoi cani, mi piace immaginare che il ritornello preferito sia stato “All we need is music, sweet music”, lo scrive Mick Jagger in “Dancing in the street”, lo scrive lui che di Vali è uno dei maggiori appassionati e collezionisti di quadri, lo crediamo anche noi: se la bellezza salverà il mondo, la musica lo unirà come l’ululato del capobranco la muta.
– “Storie di Cani” di Gianni Menichetti (Edizioni Comunicazione e Territorio Costiera Amalfitana)
Luigi De Rosa

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