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L’uomo che prega con il cuore non genera violenza: le religioni per la pace. foto

Foto e video dell’inviato Gaetano Starace

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Cosa significa pace? Cosa significa le religioni per la pace? John Lennon immaginava un mondo  finalmente in pace in cui le religioni semplicemente non esistessero più. Possibile che le guerre e i conflitti siano davvero causati dai differenti credi?

Certo che è innegabile che in non della religione tanto sangue sia stato ed è ancora versato, si siano gestite le vite degli uomini e il potere e non siano mancati le divisioni e le discriminazioni. Ma è davvero questo il frutto della vita di fede?

Queste sono le domande che hanno animato il 21 settembre nella parrocchia di Mortora a Piano di Sorrento un intero pomeriggio dalle 17,00 alle 22,00 in un incontro interreligioso per il dialogo e per la pace. Possono le religioni non solo non causare divisioni ma essere strade e strumenti per la pace? Perché gli uomini vadano d’accordo si deve affermare una nuova religione mondiale, sintesi e dissoluzione delle diverse fedi o in realtà ciascuna tradizione religiosa, seriamente percorsa non può che portare a riconoscere l’altro come un fratello, figlio dello stesso Padre, fatto della stessa materia e dello stesso spirito, proveniente e destinato ad un unico principio?

Nella chiesa di S. Maria di Galatea si sono così dati appuntamenti tre preti cattolici, un maestro sufi mussulmano, un’iniziata zen, un esperto di meditazione e un maestro indù per presentare, meglio ancora per testimoniare come l’esperienza del credente, vissuta appieno, porta sempre e comunque a riconoscere l’altro come se stessi e non può che condurre alla vera pace quella interiore e quella esteriore.

Ha introdotto il pomeriggio don Rito Maresca, amministratore della parrocchia di Mortora, come “padrone di casa”, contestualizzando l’incontro in questo tempo caratterizzato a livello macroscopico dalla terza guerra mondiale a pezzi e a livello microscopico dalla violenza che la cultura dello hate speech (parlare pieno d’odio) che i mass media sempre più favoriscono. Cosa la comunità dei credenti ha da dire? Come non rimanere passivamente in silenzio? Come fare in modo che tanti discorsi nelle chiese, nelle sinagoghe e nei templi di ogni religione non passino semplicemente sopra le nostre teste, lasciando illesi i nostri stili di vita.

In ragione di quanto dischiarato dal Concilio Ecumenico Vaticano II, come cristiani dobbiamo riconoscere che non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio. L’atteggiamento dell’uomo verso Dio Padre e quello dell’uomo verso gli altri uomini suoi fratelli sono talmente connessi che la Scrittura dice: « Chi non ama, non conosce Dio » (1 Gv 4,8) [Dichiarazione Nostra aetate, n.5).

  1. Francis V. Tiso, docente di dialogo interreligioso, attingendo alla sapienza dell’antico anonimo testo inglese “la nube della non conoscenza”, ha incentrato il suo intervento su quella pace, quella non violenza, quella comprensione che ogni uomo religiosio dovrebbe sviluppare, che non sono frutto solo dello sforzo umano, ma di quella “Radicale Compassione” che è una Realtà più grande, che è al di sopra di tutto e che chiede di agire in noi solo se siamo capaci di farle spazio, uno spazio che “non necessariamente deve essere vuoto, ma che piuttosto deve essere uno spazio creativo, capace di cogliere le occasioni”.

Di grande spesso è stato l’intervento del maestro sufi Sheick Jamaluddin Ballabio che ha passato in rassegna tutti i testi coranici che apprezzano il cristianesimo e l’ebraismo, accettando e valorizzando le differenze. Di grande luce è stato il commento della versetto 48 della sura quinta: “Ad ognuno di voi abbiamo assegnato una via e un percorso. Se Allah avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità. Vi ha voluto però provare con quel che vi ha dato. Gareggiate in opere buone: tutti ritornerete ad Allah ed Egli vi informerà a proposito delle cose sulle quali siete discordi”. Il mistico islamico ha sottolineato come a ciascun uomo sia data una via da percorrere mentre le differenze sono dota per imparare a stimarci a vicenda.

  1. Antonino Carillo, francescano, biblista ed esperto di lingua araba ed ebraica, ha spiegato all’assemblea come il saluto tradizionale francescano “pace e bene” trovi ragione nell’ebraico Shalom weberecah (pace e benedizione). In modo particolare la pace sta nel ritrovarsi sulle ginocchia (radice ebraica BER) del padre, essere da Lui riconosciuti come figli e di lì riconoscerci come fratelli, poiché “solo quando i fratelli sono sulle ginocchia del padre, dialogano fra di loro”.

Dopo un momento di pausa in cui tutti i partecipanti sono stati invitati a “dialogare con una persona sconosciuta”, Caterina d’Alterio ha proposto un momento di meditazione Zen, secondo le indicazioni del maestro vietnamita Thích Nhất Hạnh per connettersi con se stessi e con gli altri.

E dopo che il dott. Francesco Borrelli, in un dialogo tra nuove conoscenze scientifiche ed discipline esoteriche ha indicato la via della consapevolezza per la trasformazione delle energie negative, il maestro indù Ramanuja Acharya Dasa ha concluso sottolineando la spinta all’unità che ogni credente deve leggere in questi tempi. Il tema – egli ha sottolineato – non è fare proseliti ma che ciascuno segui fedelmente la sua strada, la sua devozione, il suo darma, imparando a rinunciare a se stesso, poiché  “fin quando ci relazioniamo secondo il nostro ego, secondo “l’Io e il Mio” ci saranno sempre conflitti, solo quando ci relazioneremo secondo la nostra vera e profonda natura ci sarà pace”.

La ricca serata si è conclusa con un ampio spazio per le domande e la condivisione di un banchetto vegetariano, ma soprattutto con la gioia di aver discusso, condiviso, pregato e conosciuto persone belle e il desiderio di incontrale ancora, senza cadere nella semplicistica affermazioni che “allora le religioni in fondo sono tutte uguali” ma avendo complesso la complessità e la ricchezza di ciascun percorso, la bellezza di superare i pregiudizio all’incontro e la necessità che ciascuno continui ad approfondire e progredire con maggiore consapevolezza sulla propria strada.

Raffaele Maresca

 

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