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CIRO FERRIGNO CONFRATELLO ONORARIO e racconto del lunedì

Il vescovo Monsignor Francesco Alfano presente ieri domenica 22 settembre nella chiesa di San Michele Arcangelo a Piano per le cresime, ha consegnato, su indicazione della Venerabilis Archiconfraternitas Mortis et Orationis, al professore  Ciro Ferrigno , la targa di Confratello onorario per aver raccontato le tantissime storie  di grandi e piccoli uomini che hanno reso unica la nostra terra. 

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il racconto del lunedi di Ciro ferrigno

LA FESTA DI SAN MICHELE MEZZO SECOLO FA

Lasciata l’estate alle spalle, nella Piano di mezzo secolo fa, già nei primi giorni di settembre, cominciavano i preparativi per la festa patronale di San Michele Arcangelo. I primi segni dell’arrivo della grande ricorrenza erano i carrozzoni delle giostre giù al Mercato e Giosuè Perrella che, seguito da qualche altro volontario, cominciava a bussare ad ogni porta per raccogliere le offerte, necessarie ai festeggiamenti. La corale diretta dalla sign. Lina Gargiulo intensificava le prove delle Litanie Lauretane, della Messa Solenne, e dei due antichi Inni a San Michele, mentre noi Pueri Cantores di don Antonino Guarracino eravamo impegnati a rispolverare i mottetti da cantare ai Vespri nel giorno della festa: “Angeli di Dio, benedite tutti il Signore, Voi spiriti potenti esecutori dei Suoi ordini, sempre attenti ad ascoltare la Sua voce”. Giorno dopo giorno bisognava provvedere alle pulizie più accurate della Basilica, lucidare gli argenti, gli ottoni, i marmi del tempietto, l’altare, dove veniva collocato un grande e bellissimo portacandele in ferro battuto con centinaia di lampadine, che, accese per la benedizione solenne, facevano un effetto, a dir poco, bellissimo. Quell’enorme candelabro che si sviluppava per l’intera lunghezza dell’altare, unito alla profusione dei fiori, dava al presbiterio un aspetto celestiale.
Il giorno 12 settembre San Michele suonava a gloria, in omaggio alla Madonna del Lauro e da Meta ricambiavano il 29, festa dell’Arcangelo.
Il giorno 20 all’alba, la campana, ancora suonata a mano dal Mauriello, seguita dallo sparo dei maschi, ricordava al popolo l’inizio della Novena. Allora c’era l’usanza di affidare la predica ad un sacerdote che fosse un oratore particolarmente qualificato, che la sera della festa, dal pulpito, teneva il panegirico, durante il quale parlava della storia del paese, della basilica e, principalmente del legame tra il popolo e l’Arcangelo, ricordando i momenti più significativi dell’antichissima devozione popolare e della protezione sperimentata in occasione di epidemie, guerre e terremoti. Amavo molto quegli argomenti e ascoltavo incantato.
Ma la cosa più bella era il suono delle campane, di una bellezza celestiale, con effetti di grande armonia, un suono argentino ma possente, risultato di esperienza e maestria e di lunghi anni di continua pratica, fatta con amore e passione, come solo quegli artisti di un tempo sapevano fare. Quando la campana grande di San Michele “abbiava”, cioè suonava a distesa, sprigionava nell’aria intorno cerchi luminosi, vortici di bianche colombe, passeri e pettirossi, nubi vaporose d’incenso e teorie di angeli in volo ascensionale. La sera del ventinove, tra litanie, inni, i ripieni dell’organo, il violino di Dora del Santo, la campana a gloria che oscillando faceva vibrare tutto il campanile, i botti, era un’apoteosi del bello e ancora ricordo le parole di quanti, lasciando la chiesa al termine della celebrazione, dicevano: “Me pareva ‘e sta’ ‘mparaviso!”
Fuori dal tempio impazzava la festa popolare, con luminarie e bancarelle, tante, gradite da un paese a vocazione commerciale. Mezzo secolo fa non c’erano ancora africani e cinesi e i prodotti erano nostrani: giocattoli, torrone e dolciumi, zucchero filato, “pere e musso”, ombrelli, ceste e utensili per l’agricoltura, piantine e fiori. Non mancavano la banda musicale e l’attesa esibizione in piazza di cantanti di musica leggera. Certe volte la festa si prolungava fino al 30 settembre e poi, il giorno dopo, la campana a festa cedeva il passo al campanello, quello della scuola, per l’inizio del nuovo anno scolastico.
Cinquanta anni fa era parroco a San Michele don Saverio Sessa e l’affiancavano don Alfredo Ammendola, don Alberto Cadolini e don Antonino Guarracino. Don Arturo era poco più che un ragazzino e viveva ancora con la famiglia a Seiano. È passato solo mezzo secolo eppure sembra di parlare di un mondo lontano, quasi antico. In una società dove tutto muta e tutto resta uguale, ciò che si conferma immutabile è la grande devozione del popolo carottese per l’Arcangelo Michele.
Il racconto del lunedì di Ciro Ferrigno

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