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Positano, il ricordo di Don Raffaele Talamo, chi sarà il prossimo parroco ?

Don Luigi De Martino il nome più gettonato

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Positano, il 22 agosto del 2005 la Vergina Maria, regina di Positano, chiamava accanto a se il buon Don Raffaele Talamo, parroco storico di Santa Maria Assunta, della quale ha retto le sorti per quasi 50 anni, si sono poi succeduti Don Giulio Caldiero fino al 2016, Don Michele Fusco e dal febbraio 2018 Don Nello Russo, poi sospeso per le note vicende. Proprio nelle prossime settimane, il 2 settembre termina il periodo di sospensione di Don Nello, nel frattempo la parrocchia è stata retta dall’amministratore pro-tempore Don Giulio Caldiero, e quindi si apre ora il toto-parroco, chi sarà il prossimo, e quando ? un ‘ritorno’ di Don Nello oppure come molti ‘rumors’ indicano , Don Luigi De Martino. Don Luigi, figlio di Ciro dello storico ‘Bar De Martino’  attualmente alla parrocchia di San Gennaro a Vettica Maggiore, stasera celebrerà la messa in ricordo di Don Raffaele, ne seguirà quindi le orme ?

Intanto mentre ci interroghiamo sul futuro della Chiesa positanese, vogliamo ricordare la dolce ‘anima cristiana’ di Don Raffaele con un brano di Don Raffaele Celentano ‘Don Raffi’ parroco di Montepertuso, scritto nel settembre 2005, in occasione del trigesimo di Don Raffaele :

Se n’è andato in punta di piedi, come avrebbe voluto: senza dare fastidio. Così aveva vissuto, come chi vuole a tutti costi evitare di dare fastidio, di inco­modare anche solo con la sua presenza. Proprio questo, forse, lo rendeva subito simpatico a tutti.

Dopo un mese e mezzo di incertezza, di no­tizie che parlavano sempre sconsolatamente di “condizioni stazionarie”, don Raffaele “se n’è andato”. La fede ci dice che è andato a ricevere il premio promesso dal Signore ai suoi servi fedeli. E lui servo fedele lo è stato, con tutto il suo essere e la sua volontà. Lo è stato fino in fondo… Siamo convinti di questo. Eppure fa male.

Ma parlare tra noi, ricordare le persone che abbiamo amato e che ci hanno lasciato, fa bene, aiuta a sentirle vicine a noi. Ed io questa sera non voglio farvi una predica; voglio solo ricordare con voi un amico, un confratello, che ci ha lasciati, perché il suo ricordo ci aiuti a pregare per lui e per noi.

Gli sono stato a fianco per oltre quarant’an­ni, condividendone – perché lui, bontà sua, ha voluto sempre farmene partecipe – le gioie e le sofferenze. Ora che non c’è più, resta il rimpianto di non aver potu­to scambiare con lui un ultimo saluto, come prete ma anche semplicemente come amico, come figlio spirituale.

Rimane il ricordo di quell’ultimo incontro, il giorno prima che si sentisse male… Si lamentava di un qualche problema alla gamba. Progettava di vedere cosa potesse essere. Ma non dava molto peso alla cosa, come spesso faceva, salvo poi a preoccuparsi quando sentiva di non poter far fronte agli impegni di ministero.

Ma potrei ricordare anche tanti altri momenti, specialmente negli ultimi tre anni, da quando sono parroco di Montepertuso. Momenti di profonda intensità, nei quali mi confidava le sue preoccupazioni, qualche difficoltà, qualche amarezza…

Come vicario foraneo, il 23 agosto ho ricevuto in consegna le sue cose per verificare ciò che andava riconsegnato al nuovo parroco e ciò che invece doveva passare alla famiglia.

Qualche giorno fa, riordinando le carte della sua scrivania, ho ritrovato, tra le tante cose “inutili” che aveva conservato, anche alcune lettere, quelle che da giovane studente, prima a Salerno poi a Napoli, gli scrivevo per confidargli qualche mio problema, per chiedergli qualche consiglio… Aveva diligentemente conservato tutto, creandomi anche un non lieve imbarazzo, al pensiero che solo per un caso quelle carte, dopo quarant’anni, erano di nuovo capitate nelle mie mani anziché nelle mani di qualcun altro… Rileggere quelle lettere mi ha riportato indietro nel tempo e mi ha fatto rivivere momenti importanti del mio rapporto con lui…

Era entrato nella mia vita – mi permetto di dire così: perdonate la mia presun­zione – quando avevo dieci anni! Lo incontrai la prima volta il giorno della mia prima comunione: era ancora diacono; sarebbe diventato sacerdote poco più di un mese dopo, l’8 luglio 1956.

Entrai a far parte del gruppo dei chierichetti e, dopo la sua ordina­zione presbiterale, la frequentazione si fece più assidua.

Ricordo ancora come fosse ieri, il giorno in cui, insieme con don Michele In­tiso, mi propose la via del sacerdozio. Avevo appena terminato le scuole ele­mentari. Ma non era ancora venuta la mia ora, o io non ero ancora pronto a quel passo… E quando, molti anni dopo, finalmente gli dissi che avevo deciso di entrare in seminario, credo che sia stato uno dei giorni più belli della sua vita.

Mi sostenne sempre con tanto affetto e sollecitudine. E l’intimità del no­stro rapporto si fece sempre più profonda. Per questo mi ha fatto molto male vederlo lì addormentato in quel letto della sala di rianimazione, quasi Calvario attraverso il quale era chiamato a com­pletare nel suo corpo quello che manca alla passione di Cristo. E la tristezza nell’apprendere che il suo cuore aveva cessato di battere…

Qualche mese fa, alcuni membri del Consiglio Pastorale, si erano rivolti a me per chiedermi cosa si sarebbe potuto fare per solennizzare i suoi cinquant’anni di Messa, che cadevano l’anno prossimo. Io, conoscendo bene don Raffaele, consigliai, prima di fare qualunque programma, di “sondare il terreno”, cercando di capire il suo pensiero, ma senza fargli capire che avevano già parlato con me. La sua risposta fu: «Voglio prima parlarne con don Raffì».

Ma non ce ne fu il tempo né l’occasione: prima la lunga malattia della sorella Anna, poi il suo ricovero in ospedale, fino alla triste conclusione della sua vicenda terrena…

Il Signore ha ritenuto che fosse giunto il momento di dargli il premio promesso ai fedeli operai della sua vigna e la Madonna lo ha accolto tra le sue braccia nel giorno in cui ricordavamo la sua incoronazione a Regina del cielo e della terra.

È giusto così!

La fede ci aiuta, solo essa può aiutarci a trovare nelle vicende umane una ra­gione che va al di là, che porta al Fine ultimo delle vicende umane. Ma resta comunque la tristezza, il rimpianto per tutto ciò che avremmo ancora potuto dirci e non sarà più possibile dirsi. Resta una sensazione di vuoto che solo la certezza di una comunione spirituale più profonda può rendere accettabile.

So che don Raffaele sarà più vicino a me, come a tutti coloro che gli hanno voluto bene e a cui lui ha voluto bene; molto più di quanto gli consentissero i limiti della corpo­reità e le leggi dello spazio-tempo.

La comunione dei santi è forse anche questo: sentire sempre accanto a noi coloro che hanno già attraversato il mare della vita raggiungendo il porto definitivo.

Questa chiesa per la quale si è tanto adoperato e nella quale per quarantanove anni ha svolto il suo ministero pastorale, continuerà a parlarci di lui; in essa continueremo a sentirlo presente, finché anche noi non saremo ammessi a quella liturgia celeste nella quale potremo, insieme con lui, lodare Dio per l’eternità.

Amen.

 

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