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Sorrento . Istituto Culturale «Torquato Tasso»: Conferenza con Eugenio Capozzi, Politicamente corretto. Storia di un’ideologia.

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Sorrento . Eugenio Capozzi è professore ordinario di Storia contemporanea presso la facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Napoli «Suor Orsola Benincasa». L’argomento che chiude gli incontri organizzati dall’Istituto Culturale «Torquato Tasso», tratta un tema quanto mai attuale: il “politicamente corretto”. Per addentraci gradatamente cerco di sviluppare alcune intuizione di Eugenio Capozzi così da poterne poi intuire il pensiero. Per quale motivo si può pensare di riscrivere il finale della Carmen? Si può chiedere che un quadro venga rimosso da un prestigioso Museo? Si può chiedere di eliminare un testo di Ovidio dai programmi scolastici? Il motivo è nel “senso di colpa” dell’Europa che si “pente” del suo passato egemone e tenta il riscatto dei popoli assoggettati: «Alla base di quel sentimento stava l’idea diffusa secondo cui le culture dei popoli extraeuropei assoggettati erano depositarie di un’“innocenza” originaria macchiata dai dominatori» (p. 61). Il finale della Carmen riscritto. Leo Muscato in occasione del debutto della sua Carmen di Bizet ha messo in scena l’opera col finale cambiato. A morire è don Josè, non la bella sigaraia che si ribella e gli spara, una Carmen contro il femminicidio. Ma la modifica apportata al libretto originale non è solo nel finale: la Carmen di Muscato veste i panni di una nomade contemporanea, abitante in un campo rom, uno dei tanti accampamenti che costellano le nostre regioni. Ma davvero cambia tutto? Chiunque sia la Carmen restano forti le sue parole, così lei canta: «L’amore è figlio di zingari, non ha mai conosciuto legge. Se tu non m’ami, io t’amo; se io t’amo, attento a te!». Storia attuale, di donne resesi libere da anni di supremazia maschilista, donne amate all’inizio anche per la loro indipendenza. Infatti, quello che fa innamorare Don Josè è la libertà di lei, ma è anche quello che lo manderà in tilt, fino a trasformarlo da gentile amante a uomo violento appena lei fa ondeggiare la gonna come muleta a beneficio di un torero. Eppure, e qui vi lascio riflettere, il regista voleva riproporre il tema della morte, che resta ineludibile. Una petizione per rimuovere dal Metropolitan di New York un quadro di Balthus contestato per presunta pedofilia. “Thérèse dreaming” è il titolo della controversa tela: vi è raffigurata, come in molti altri dipinti dell’artista, una ragazzina. Un’immagine che ha profondamente turbato la giovane Mia Merrill durante la sua visita al museo, tanto da spingerla a lanciare una petizione per chiedere la rimozione dell’opera di Bhaltus perché «favorisce il voyeurismo e la sessualizzazione dei bimbi esponendo il quadro». Non mi meraviglia la richiesta della ragazza ma che in poco tempo migliaia di persone hanno sottoscritto questo appello; persone che a mio giudizio, sono “deficienti” proprio di quanto pretendono di combattere. In primis perché non conoscono le altre opere di Balthus, di gran lunga più “sconvenienti” di quella contestata, ma non sanno nulla per esempio di Klimt, Schiele e Kokoschka. Prendiamo ad esempio i nudi sensuali, enigmatici, quasi esoterici di Klimt, come la sua Giuditta che impersonifica la grande seduttrice crudele di fine Ottocento, che trascina alla morte e alla rovina il proprio amante. A ben vedere il suo corpo sembra come un gioiello incastonato tra altri gioielli, ebbene in tutta la letteratura dell’epoca gemme e metalli preziosi venivano associati ad una femminilità demoniaca. Forse meglio tradotta nelle figure, ansiogene, nervose, animalesche, struggenti, disadattate di Schiele e Kokoschka. Più di Bhaltus , le modelle preferite di Schiele sono ragazzine, spudorate lolite tutte ossa, occhi e genitali. E su questa ossessione incomberà l’onta di un’accusa di pedofilia e violenza carnale su una minorenne. Quanto a Kokoschka morirà nel 1980 a Londra, dove si era ritirato dal ‘34, da quando le autorità nazionaliste avevano confiscato le sue opere “come arte degenerata”. Per ritornare all’argomento il “mondo” dell’arte non l’ha dato vinta alla giovane Mia Merril puntualizzando come le inclinazioni pedofile di Bhaltus nel suo lavoro, che possono essere messe in discussione, non debbano comunque portare alla censura dei suoi dipinti. Ovviamente dal Metropolitan fanno sapere che non intendono rimuovere la tela. Ma è solo una ragazzina, dirà qualcuno, ebbene una sua coetanea, studentessa di letteratura classica alla Columbia University ha chiesto di eliminare Le Metamorfosi di Ovidio dai programmi scolastici, perché «offensivo e violento». Non è una bazzecola stiamo parlando di una delle università americane più prestigiose e di un testo fondamentale della letteratura latina. La studentessa, vittima di violenza sessuale (e per questo ha tutta la nostra vicinanza e sostegno), «ha lamentato l’atteggiamento del professore che, nel narrare quelle gesta, si è “focalizzato sulla bellezza dello stile e sullo splendore del linguaggio figurato”». Ma Le metamorfosi, è proprio un poema epico-mitologico che racconta nu-merosi miti dell’antichità greca e romana. Anche in questo caso devo dire che la studentessa, e chi la segue, non hanno letto le altre opere di Ovidio dove maggiore è il riferimento all’amore e alla concezione delle donne. Aveva già scritto gli Amores (dove l’amore è un gioco, ed è visto con estremo distacco ed ironia), la Medea (la trama riprende le tragedie omonime di Euripide ed Ennio, dove Medea metteva in scena le crude scene dell’infanticidio), le Eroidi (la raccolta è costituita da 21 lettere d’amore o di dolore, aventi come soggetto lamenti di donne abbandonate o tradite), i Medicamina faciei femineae (l’opera, dedicata alla precettistica erotica, in cui Ovidio tratta a fondo il tema dell’amore), l’Ars amatoria (l’opera offre agli uomini strategie di conquista delle donne e alle donne consigli su come attrarre il proprio amante) e i Remedia amoris, distinguendosi nella corte augustea come scrittore di tematiche prevalentemente amorose e licenziose. Le Metamorfosi, invece, sono incentrate sui miti che Ovidio ha reso celebri e trasmesso ai posteri. Gli eccessi del politicamente corretto hanno ormai raggiunto vette grottesche. Senza scomodare Levinas e Mounier, la riscoperta dell’altro è quanto di più nobile possa esserci, ma senza svilire la propria identità: «un diverso da amare, accogliere e imitare a prescindere» (p. 74) è proprio in questo passaggio che, secondo Capozzi, l’Occidente compirebbe l’errore fatale che porta al politicamente corretto. Una visione del mondo che ha dato vita nel tempo a dogmi e feticci: il multiculturalismo, la rivoluzione sessuale, l’ambientalismo radicale, la concezione dell’identità come pura scelta soggettiva, l’accettazione indiscriminata di qualsiasi modello religioso che possa opporsi al cristianesimo, i gender studies e l’ideologia gender che rifiuta ruoli e identità fisse, i quali non possono in alcun modo essere interpretati «come stati naturali ma come “atti performativi”, per usare l’espressione di una delle principali caposcuola dei gender studies, Judith Butler» (p. 185). Se oggi gli eccessi e gli aspetti grotteschi del politicamente corretto sono ormai evidenti, proporne un’analisi storica è ancor più necessario .
Aniello Clemente

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