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Sorrento . Morte Fabiola di Capua a Napoli per un lampione, il marito “Aspetto giustizia da 13 anni”

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Sorrento . Morte Fabiola di Capua a Napoli per un lampione, il marito “Aspetto giustizia da 13 anni” . Una storia che ci colpì molto in Penisola sorrentina e che oggi su Il Mattino di Napoli riprende con una interista di Viviana Lanza al marito di Fabiola, originaria di una famiglia nota e stimata nel campo dell’ottica e dell’imprenditoria da tutti.
«Da tredici anni aspetto di sapere la verità sulla morte di mia moglie. Mi sarebbe bastata una sentenza anche senza condanna, perché fin dal primo momento non mi sono fatto illusioni e ho immaginato che il processo avrebbe avuto tempi lunghi e ci sarebbe stato il rischio della prescrizione. Ma almeno vorrei un responsabile. Mia suocera è morta senza sapere perché è morta la figlia e questo non è da paese civile». Paolo Taglialatela accetta di raccontare la storia della tragedia che tredici anni fa cambiò per sempre la sua vita e quella della sua famiglia. La moglie era Fabiola Di Capua, la 37enne, mamma di una bambina piccola e insegnante di equitazione, uccisa da un lampione mentre percorreva in motorino via Caracciolo. La tragedia avvenne il 22 dicembre 2006. «E ieri c’è stata la tragedia in via Duomo e oggi la notizia di un motociclista sfiorato da un albero che si è spezzato in via Cimarosa, al Vomero. Che dire? Questa città cade a pezzi».
La cronaca di questi giorni riporta indietro nel tempo
«È inevitabile e la cosa più triste è che da allora non è cambiato nulla. Subito dopo la morte di Fabiola, in strada sostituirono molti lampioni ma da allora non mi è più capitato di vedere in strada interventi per la sostituzione di pali danneggiati, eppure sono spesso in giro».
Pensa che il terribile incidente capitato a sua moglie sia stato un sacrificio vano?
«È dura dirlo, ma ormai ho perso le speranze. All’epoca credevo che qualcosa si sarebbe fatto, che istituzioni, politica, organi preposti alla manutenzione e al controllo si sarebbero attivati per evitare il ripetersi di tragedie simili. E invecequi è un continuo e non si può parlare di caso. In questa città usciamo di casa e non sappiamo se ci torniamo vivi. Cadono pali della luce, alberi, cornicioni. E sempre più di frequente».
È un triste elenco di vittime, l’ultima in via Duomo.
«Non conosco i dettagli del disastro di via Duomo, ma è evidente che la nostra città cade a pezzi, che non ci sono controlli, che molto è affidato al caso. Da tredici anni a oggi sembra che nulla sia cambiato per quanto riguarda la tutela della sicurezza pubblica. Ai proclami di cordoglio non seguono mai azioni concrete, né di prevenzione né di sostegno alle vittime. E se non c’è manutenzione non può esserci sicurezza. Non posso far altro che esprimere tutta la mia solidarietà e vicinanza alla famiglia del commerciante morto in via Duomo nella speranza che almeno questa volta si arrivi a una verità giudiziaria e si chiarisca ogni responsabilità pubblica e privata».
Il processo per la morte di sua moglie ha riguardato le posizioni di un ingegnere del Comune e di due funzionari della società che all’epoca gestiva la manutenzione dell’illuminazione pubblica in città. Dopo le sentenze di primo e secondo grado la Cassazione ha annullato le condanne per i reati di disastro e crollo colposi e ha dichiarato la prescrizione per l’accusa di omicidio colposo. Ora a che punto è il processo?
«È come in un buco nero, senza che la magistratura mi abbia dato il bene di sapere chi è il responsabile. Resta in piedi solo il processo civile ma sento di non aver avuto giustizia».
Ha avuto il sostegno delle istituzioni, almeno quello morale? «Nulla. Mi fecero una telefonata lì per lì e, a parte qualche dichiarazione di cordoglio sui giornali, più nulla: scomparsi. Per il bene di mia figlia, e per evitarle altri traumi, sono rimasto a Napoli dove vivono i nostri parenti, ma appena diventerà più grande spero di portarla via da questa città».

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