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Michael Jackson a 10 anni dalla morte, dimenticare l’uomo non l’artista. Quella volta a Sorrento

Michael Jackson a 10 anni dalla morte, dimenticare l’uomo non l’artista. Quella volta a Sorrento ricordiamo che si rinchiuse in una villa, Villa Savarese, circondata da Palme a pochi passi dalla spiaggia Marinella di Sant’Agnello.

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Il 09 febbraio 2006, Michael Jackson soggiorna al Relais Villa Savarese, un incantevole hotel situato nella quiete di Sant’Agnello, a pochi minuti da Sorrento, già allora Positanonews operava sul territorio . Il proprietario ricorda:

“Da tutte le parti del mondo per diversi anni molti illustri ospiti sono venuti a Relais Savarese.
Ci piace ricordare con particolare affetto Michael Jackson, che ha scelto il nostro hotel per la sua privacy e tranquillità, nel 2006.

Dopo aver viaggiato attraverso le città di Firenze e Venezia, Michael ha scelto Relais Villa Savarese per godersi cinque giorni di vacanza, cedendo ad un periodo di riposo senza interruzione nel nostro silenzioso hotel, situato nel cuore della Penisola Sorrentina.

Michael era a casa nostra in compagnia di un amico di famiglia e di Prince Michael, Paris e Prince Michael II.”

Michale già allora scappava dalla folla. Cercava rifugio e pace, che qui trovò. Era un mito, prima per i “neri” per il successo che ottenne, poi la trasformazione, anche fisica, quando si fece bianco con operazioni chirurgiche, chissà, forse da allora divenne uno “zombie” , come nei film, come in una sua famosa canzone “thriller”, che chissà perchè ci fa pensare a lui più di ogni altra, profetica, la trasformazione da vivo a vivo-morto. Cosa era successo in lui?

Non potremmo mai saperlo , dalle accuse di pedofilia, all’oblio, ma non bisogna dimenticare che è stato uno dei più grandi cantanti del dopoguerra. Distinguere l’uomo dall’arte è difficile, ma si dovrebbe.

Oggi lo tratteggia così Federico Vacalebre su Il Mattino di Napoli
Il popolo dei fan oggi prenderà d’assalto ogni luogo simbolico che lo ricordi – dalla tomba al Forest Lawn Memorial Park di Los Angeles alla stella sulla Walk of Fame a Hollywood e le statue sparse per mezzo mondo – ma con pudore, perché nel decennale dalla morte di Michael Jackson il re del pop è un re nudo, detronizzato, senza omaggi clamorosi che parlino dell’ascesa dell’Icaro-Peter Pan, lasciando che il silenzio (o quasi) avvolga l’ex re Mida diventato il Grande Orco.
Qualche libro, qualche sparuta esibizione di cover band, qualche programma televisivo (Sky Arte trasmette alle 22.05 «Michael Jackson – The king of pop» di Finn White-Thomson, il Nove ha proposto ieri «Killing Michael Jackson», non certo delle novità), nessun biopic all’orizzone (e sì che Hollywood, dopo i Queen ed Elton John, cerca solo il nome più adatto per il tris che sbanchi il botteghino), forse un musical a Broadway, ma la produzione è in difficoltà e chissà se il progetto vedrà mai la luce.
Genio del pop, icona di un’epoca, nero che volle farsi bianco e che pagò troppo caro il successo, Jacko è stato assolto dalle accuse di pedofilia – i processi iniziarono nel 1993, l’assoluzione arrivò nel 2003 – ma i molti accordi extragiudiziali non hanno mai cancellato i sospetti sul suo conto, deflagrati poi con l’uscita del documentario «Leaving Neverland» di Dan Reed: i ragazzini che lo accusarono di molestie non parlano, tacitati a suon di milioni di dollari si sospetta, ma le testimonianze di chi fece parte del giro dei «giovani amici» di Jackson hanno seppellito sotto un mare di fango l’artista ucciso il 25 giugno 2009 da un’overdose di Propofol, anestetico chirurgico a cui ricorreva per dimenticare guai e dolori alla vigilia di «This is it», il grande ritorno che non c’è stato.
La star di un disco seminale come «Off the wall», che per qualcuno portò la black music fuori dal ghetto e per qualcun altro (molto in minoranza) vendette definitivamente la sua anima e la sua pelle al diavolo, il cantante e ballerino più famoso di tutti i tempi è nascosto, nell’era del politically correct dilagante dopo il ciclone #Metoo, dall’ombra del dramma: quello di Michael bambino, abusato da un padre-padrone che gli insegnava le coreografie dei Jackson 5, ma ormai soprattutto quello dei bimbi che nel suo ranch disneyano avrebbero perso per sempre la loro innocenza.
La damnatio memoriae avvolge il «moon walk» spettacolare scandito al suono dell’ancor più epico beat di «Billie Jean», persino Quincy Jones ha preso le distanze dall’artista che forse è stato il suo capolavoro. Il premio Pulitzer Margo Jefferson ha aggiornato il suo libro del 2006, ora edito in Italia da 66thand2nd, ragionando su come far convivere il genio scomparso e il presunto molestatore, l’arte e i fantasmi della mente, la leggerezza del miglior pop e la pesantezza delle peggiori accuse, l’ascesa e la caduta, veloce ma faticosamente costruita la prima, postuma e feroce la seconda. Descrive un monstrum, parola latina che parla di qualcuno che stupisce e ci atterrisce, mirabile e tremendo. Ammette che la morte di Jacko ci aveva fatti concentrare tutti sul restituire la sua reputazione a un artista e che il docufilm-j’accuse e la nuova sensibilità di questi tempi ha fatto esattamente il contrario. «Era una nuova specie di mulatto», scrive, «creato dalla scienza, dalla medicina e dalla cosmesi». Che cosa possiamo aspettarci da un ragazzino del ghetto diventato star da bambino, sembra chiedere a tutti noi, che vorremmo restare bambini per ballare senza paura con gli zombie di «Thriller».

Qui l’articolo del soggiorno a Sorrento 

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