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Intervista allo scrittore Luciano Galassi, autore del libro “NONNA NONNA, NUNNARELLA”, Kairòs Edizioni, a cura di Maurizio Vitiello. foto

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Intervista di Maurizio Vitiello – Risponde Luciano Galassi, autore del libro “NONNA NONNA, NUNNARELLA”, Kairòs Edizioni,

Nella larga costellazione editoriale su Napoli, rivediamo lo scrittore Luciano Galassi con il volume “NONNA NONNA, NUNNARELLA Una selezione di ninne nanne napoletane”, Kairòs Edizioni.
Lo scrittore torna a riprendere in esame la lingua napoletana e le sue variegate sfaccettature; questa volta prende in considerazione e in analisi un altro aspetto tradizionale della cultura popolare: le ninne nanne.
In queste composizioni si ritrovano, infatti, elementi religiosi, antiche influenze pagane, riferimenti locali e radici storiche, elementi questi che le rendono tracce serie e imprescindibili per la comprensione della più autentica tradizione napoletana.
In particolare, poi, si evidenziano qui l’esigenza di un contatto col mondo tipico dei bambini e il riflesso dei bisogni e dell’universo emotivo di chi li accudisce. Tema complesso, che l’autore affronta dando ampio spazio a una considerazione critico-esplicativa, segnata da corollari e da derivati tematici, spesso del tutto inediti e frutto di accuratissime ricerche.

Luciano Galassi ha risposto alle seguenti domande:

D – Puoi segnalare ai nostri lettori il tuo percorso di studi?
R – Liceo classico e laurea in giurisprudenza.

D – Puoi raccontarmi i tuoi primi sogni e iniziali desideri?
R – I primi sogni e desideri erano quelli di fare lo scrittore-editore. Poi, con gli studi di giurisprudenza e la successiva carriera dirigenziale in un Ente Pubblico, li ho accantonati in attesa di tempi migliori. Lasciato il lavoro, mi sono dedicato alla scrittura.

D – Quando è iniziata la voglia di scrivere e la passione per la letteratura?
R – Sono nato con l’amore per la lettura, la letteratura e la scrittura.

D – Puoi precisare i temi e i motivi dei tuoi libri?
R – I filoni sono due: narrativa (minoritario), con una vena alquanto surreale e intimistica; saggistica sulla lingua napoletana.

D – Ora, puoi motivare il percorso di gestazione e l’esito del tuo ultimo libro?
R – Il materiale del mio ultimo libro, relativo alle ninne nanne napoletane, giaceva in un deposito di elementi di ricerca raccolto negli anni; come sempre, in sei÷dieci mesi l’ho riordinato e arricchito. Quanto all’esito, sta seguendo l’inevitabile corso di un libro “di nicchia”: vendita continua, ma a rilento.

D – Dentro i tuoi libri c’è Napoli, ma quanto e perché?
R – C’è tutto di Napoli, in quanto mi piace entrare nei segreti fisionomici della mia gente attraverso l’approfondimento della lingua che ha parlato e che parla.

D – Napoli è una città sorgiva per gli scrittori?
R – I fatti dimostrano di sì. Magari in questi ultimi decenni manca il grande scrittore, ma abbiamo comunque autori napoletani di costante successo nel panorama nazionale: Roberto Saviano, Maurizio De Giovanni, Lorenzo Marone (solo per citare i primi che mi vengono in mente).

D – Quali pagine di un autore napoletano, di uno italiano e di uno straniero che si sono espressi su Napoli ti hanno colpito?
R – Tutto Giuseppe Marotta (impareggiabile favolista della realtà di Napoli), Vitaliano Brancati (“Napoli è una città che non legge perché è da leggere”), Alexandre Dumas padre, per i tanti affreschi che ci ha lasciato nel “Corricolo”.

D – Napoli detiene una sua letteratura di segmento, perché?
R – Ciò è in linea con l’interesse (lo dico in senso lato) che Napoli, per la sua specificità, suscita all’esterno.

D – Quali piste di maestri hai seguito?
R – Per la narrativa: Giuseppe Marotta (il linguaggio fantasioso e l’amore viscerale per la città), Vitaliano Brancati (il paradossale rigore del suo barocco siciliano trasferito in lingua italiana), Dino Buzzati (la sua capacità di penetrare le inconoscibili pulsioni dell’animo in racconti dell’impossibile), Tommaso Landolfi (la padronanza assoluta e leggerissima della lingua, amata nella sua totale lemmatica dal 1300 al 1900); per la napoletanistica: Antonio Altamura (un gigante), Francesco D’Ascoli (degno continuatore), Renato de Falco (per le intuizioni semantiche e filologiche e l’eleganza discorsiva del suo semplice esprimersi).

D – Pensi di avere una visibilità congrua?

R – No. Ma non la so cercare e non la cerco. Mi va bene così. Mi sono accostato tardi alla letteratura militante e, pur se ho una solida preparazione, mi sento sempre uno scrittore casuale o per seconda intenzione.

D – Quanti “addetti ai lavori” ti seguono?
R – Pochi e variabili nel tempo.

D – Quali linee operative pensi di tracciare nell’immediato futuro?
R – Più o meno le stesse linee che da circa dodici anni contrassegnano la mia vita di docente in Università della Terza Età e di saggista di napoletanistica: insegnare e scrivere.

D – Pensi che sia difficile riuscire a penetrare nel mercato del libro?
R – Difficilissimo.

D – I “social” ti appoggiano?
R – Poco, perché io non ne ricerco affatto l’appoggio. So di sbagliare, ma mi accontento della bontà (da me presunta) del mio lavoro.

D – Con chi scriveresti a più mani un libro?
R – Con nessuno.

D – Perché il pubblico dovrebbe ricordarsi dei tuoi libri?
R – Perché dànno contributi nuovi e originali e sono scritti bene (me lo dico da solo, ma ritengo che sia così).

D – Pensi che sia giusto avvicinare i giovani e presentare libri in ambito scolastico?
R – Giustissimo. Ho fatto una sola esperienza, qualche anno fa, ed è stato esaltante: parlare davanti a 130 bambini delle scuole medie è stata un’esperienza indimenticabile.

D – Prossimo libro?
R – Sugli indovinelli napoletani. Una gran fatica supportata da tanta passione.

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