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Le Rubriche di Positano News - CulturaNews di Maurizio Vitiello

Intervista allo scrittore Bruno Pezzella, autore del libro “Adessità”, Cuzzolin Editore, a cura di Maurizio Vitiello. foto

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Intervista di Maurizio Vitiello – Risponde Bruno Pezzella, autore del libro “Adessità”, Cuzzolin Editore.

Questa pubblicazione è stata presentata più volte sempre con successo.
Adessità sintetizza il tempo della provvisorietà; è un testo a metà strada tra la riflessione filosofica e il lusinghiero racconto; insomma, prende spunto, in modo davvero critico, dalla teoria dell’Immediatism (immediatismo) detta anche dell’adessità (qualcuno la chiama il “Grande Adesso”) del guru cibernetico americano Hakim Bey e di David Gelernter, professore alla formidabile Yale University, dove insegna la scienza dei Computer.
Gelernter, favorevole alla bulimia informatica, critico di Obama e del sistema di indottrinamento liberale americano, è stato vittima di attentati; è un personaggio che fa discutere.
L’adessità è, per questi pensatori-filosofi, l’unica dimensione che ci è rimasta del tempo, è la necessità di vivere sempre in real time, evitando approfondimenti e riflessioni, rifiutando lo stallo e l’impasse.
È il “carpe diem” in versione terzo millennio, liquido, globale e anche glocal, che oscilla tra Eraclito e Orwell, tra Bauman, Job e Gates, tanto per fare qualche nome che conta e contava.
È l’età del 2, del 3, del 4 seguiti da un punto e da uno zero; insomma, dell’evoluzione tecnologica avanzata.
Formule in stretto contatto con l’informatica, con il digitale, con l’universo-web, con la cibernetica; ci si sta evolvendo e si alza il progresso e si ridefinisce tutto e si modella con le novità esplicative e social.
Ci troviamo in un chiasma problematico e con emotività stordite e precarietà dei pensieri.
L’identità si fa vaga e dobbiamo ricostituirla giorno per giorno e cerchiamo di riconfigurare, continuamente, le categorie del nostro esprit, tentando di trovare il nostro altro sé, l’alternativa al momento e al luogo dove siamo o dove c’indirizziamo o dove siamo, nostro malgrado, costretti ad andare.
Neo-impulsi delegittimano principi e verità acquisite, decadono miti e credenze, nuovi sistemi di idee influenzano i modi di essere e di vivere; cambia persino il senso di molte parole importanti: amore, amicizia, libertà, intelligenza, bellezza, etica, paura, estasi …
Il libro calibra il cambiamento, considerando come la memoria in giga primeggi su quella umana e come il futuro sia proiezione senza leggerezza e sorriso.
Tutto transita, irrefrenabile, improvviso e rapidissimo; sembra, oggi, il nostro tempo staccato e avulso.
Comunque, storia, mitologia e ricordi dell’autore riescono a vivere ancora nell’interstizio che separa i pochi attimi che precedono e seguono l’adesso.

Ecco le risposte di Bruno Pezzella:

D – Puoi segnalare ai nostri lettori il tuo percorso di studi?
R – Sono laureato in giurisprudenza col massimo dei voti e la lode, sono un esperto di Didattica e di Didattica sperimentale (Universita Federico II dal 2002 al 2012) Docente e formatore di fascia A, in precedenza, Supervisore al tirocinio formativo attivo (SICSI, Federico II). Ho lavorato a progetti con l’Orientale e il Miur; molto tempo fa, al Suor Orsola Benincasa, con la facoltà di Sociologia. Ho fatto il giornalista per una decina di anni. Poi altre cose, ma è inutile citarle, anzi farei a meno anche di quelle che ho citato. Diciamo che a parte i titoli di studio, si tratta di life skills.

D – Puoi raccontarmi i tuoi iniziali sogni e desideri?
R – Nessun sogno, una esigenza, scrivo in diverse forme da sempre. Mi piace e basta.

D – Quando è iniziata la voglia di scrivere e la passione per la letteratura?
R – La scrittura colta, non quella di cronista o (anche ) critico, è nata da una scommessa fatta con me stesso: vediamo se sei capace di scrivere un romanzo. Ci ho messo sei mesi, ma per rimaneggiarlo 15 anni. E così è successo anche per quelli seguenti. Ovviamente, ne incominciavo, tre o quattro insieme.

D – Puoi precisare i temi e i motivi dei tuoi libri, sino al penultimo?
R – Nasco saggista, all’inizio ho scritto testi di didattica per gli stages di specializzazione all’insegnamento e, dopo, durante il periodo presso la facoltà di Economia Aziendale, per il dipartimento di Diritto dell’Economia. Poi, la narrativa. Ero (ora un po’ meno) un lettore di noir: Chandler, Montalban, King, (attenzione è lo spagnolo), Durrenmat, Simenon, il nostro grande e dimenticato Attilio Veraldi (altro che l’insulso De Giovanni!), Antonio Tabucchi, per intenderci, grandi scrittori prima di essere conosciuti per il genere. Con molta presunzione ho cercato nuove vie con storie nere, in qualche modo surreali. Ad oggi, non ho avuto grandi riscontri. Critica positiva, complimenti dagli amici, bla, bla. Tuttavia i miei editori (tutti napoletani) hanno difficoltà con la distribuzione. Il penultimo è un thriller a metà tra la realtà e il surreale, Controluce, Homo Scrivens, è del 2016.

D – Ora, puoi motivare il percorso di gestazione, la trama e l’esito del tuo ultimo libro?
R – Adessità, il tempo della provvisorietà e del transito, edito da Cuzzolin, è un libro di riflessioni. Un libro sull’adesso, o teoria dell’immediatismo di radice americana, sulla nuova e desolante perdita di memoria collettiva. Soprattutto, sul significato nuovo di parole tradizionali come amore, amicizia, intelligenza, estasi, sapere, sesso, felicità, Aldilà, ecc. e sui sentimenti e i pensieri con cui oggi esse sono in relazione. Molto è cambiato.

D – Dentro c’è Napoli, ma quanto e perché?
R – C’è Napoli come mia formazione e in certi episodi raccontati. Ma, in fondo, è un libro di filosofia discorsiva. Non amo tanto i libri su Napoli, anche se ne ho scritto uno anche io.

D – Napoli è una città sorgiva per gli scrittori?
R – Sì, è piuttosto una città riflessiva, prolifica. La definirei post-creativa, in questo senso ci sono grandi autori potenziali. Ma, purtroppo, “i foderi combattono e le sciabole stanno appese.” E’ deprimente, ma in questo Napoli è immagine del paese.

D – Quali pagine di un autore napoletano, di uno italiano e di uno straniero che si sono espressi su Napoli ti hanno colpito?
R – La Capria, Rea, Striano, Stendhal, Leopardi, Calvino, Schifanò, De Luca (prima maniera), Marquez. Tanti, oltre quelli citati alla rinfusa.

D – Napoli detiene una sua letteratura di segmento, perché?
R – Napoli attualmente ha una scadente letteratura di segmento. Un minimalismo banale e inutile, una denuncia sociale out, omologante e inautentica, un manierismo noir inquietante e “copiante”. Tra gli scadenti, puoi includere anche me, non mi offendo. Perché? Semplice: i canali che portano alla pubblicazione sono per il 90% scadenti (editori bottegai, critici e accademici consorti, famiglie, congreghe e condomini, il livello è questo). Poi, fortunatamente c’è un 10% di gente che scrive cose buone. Il casertano Piccolo, ad esempio. Starnone, Montesano, (ma sono già un paio di generazioni addietro). La saggistica, se non si limita alle solite storie di Napoli e dei napoletani, è vivace.

D – Quali piste di maestri hai seguito?
R – Nessuna, ma amo gli americani. Letteratura concreta, moderna, sociale, scrittura rapida ed emotiva. Diciamo Steinbeck, Kerouac, Fante, Haruf, Roth. i sudamericani e gli spagnoli. Adoro l’italo–“portoghese” Antonio Tabucchi, uno dei maestri del Novecento. E un marsigliese sconosciuto, Jauffret. Un grandissimo scrittore.

D – Pensi di avere una visibilità congrua?
R – No, ma alla mia età non me ne frega niente. Qualche volta, però, mi incazzo.

D – Quanti “addetti ai lavori” ti seguono?
R – Bè, mi seguono, mi conoscono. Qualcuno mi loda anche per iscritto sui media. Penso sia sincero. Altri mi ignorano o non mi conoscono davvero. Vacalebre, ad esempio, dice di non conoscermi. Io lo conosco, invece. Questione di potere. Ecco, se vogliamo, è il grande limite di questa città: conoscere, non è un obbligo per chi fa informazione. Ho scritto nove libri con editori napoletani, di un certo livello: Guida, Rogiosi, Homo Scrivens, e il mio amico Maurizio Cuzzolin. Almeno in qualche lista starò, il Mattino mi ha fatto una mezza dozzina di recensioni, così la Repubblica, Il Roma, la Rai. Ma Vacalebre non mi conosce, che ci posso fare. Ho tre pagine in Google alla voce: Bruno Pezzella scrittore. Basterebbe consultare. Sono i misteri della comunicazione …

D – Quali linee operative pensi di tracciare nell’immediato futuro?
R – Linee? Futuro? La letteratura non si deve programmare. Soprattutto nella società del nowness.

D – Pensi che sia difficile riuscire a penetrare nel mercato del libro?
R – Ripeto: è questione di media, gruppi editoriali, potere. La qualità viene dopo. Ma ogni tanto c’è.

D – I “social” ti appoggiano?
R – Non molto. Ma non posto mai foto di frittate, né mi faccio selfie. Tanto vengo male. Scrivo un po’ pesante, ma becco sempre qualche like. Ho molti amici virtuali e collaboro a un paio di giornali telematici. Però è un modo di comunicare. Diciamo che senza social avrei due lettori. Ora ne ho tre.

D – Con chi scriveresti a più mani un libro?
R – Raffaele La Capria. Ma c’è già Perrella, persona seria e riservata.

D – Perché il pubblico dovrebbe ricordarsi dei tuoi libri?
R – Cominciamo a vendere 10.000 copie, poi ci occupiamo del pubblico. Mi chiedo di quale libro scritto in Italia negli ultimi dieci anni ci si dovrebbe ricordare. E stento a trovarne altri nella letteratura internazionale. Forse, i nordafricani quelli di cultura ebrea (Grossman) o arabi Adonis, Tennis. Per ora sono fortunato, scrivo quello che voglio. Penso che se diventassi celebre, me lo impedirebbero. Ecco, mi piacerebbe essere considerato un che scrive bene e, soprattutto, non banalità.

D – Pensi che sia giusto avvicinare i giovani e presentare libri in ambito scolastico?
R – Lo fanno altri. Ma ci vogliono gli argomenti pertinenti. Non sempre accade. “Adessità” andrebbe bene, ma non ho chiesto a nessuna scuola di ospitarmi. Eppure, sono sicuro che mi inviterebbero.

D – Prossimo libro?
R – Ho tre romanzi e una raccolta di racconti tutti inediti. Li ho mandati a qualcuno, ma senza troppa voglia. Sto scrivendo un altro saggio, su come è cambiato in modi di pensare, una sorta di continuazione di “Adessità”. Ho dato ad Adriana Carli un racconto dal quale ha ricavato un corto psico-noir, dal titolo IL CAPPELLO. Recensioni lusinghiere di Castellano, Caprara, Siniscalchi, Filippetti. Non male direi …

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