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Terroristi del cibo: «Metteremo veleno nel caffè e nei dolci se non ci pagate». Buste sospette a 6 aziende

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Bersi un caffè e fare la fine di Sindona. Assaggiare la Nutella e cadere morti stecchiti. Oppure pagare 300mila euro in bitcoin su un conto elettronico entro la data ultimatum del 20 maggio per evitare che il proprio prodotto venga avvelenato. Gioca sulla psicosi di massa il ricattatore – o la banda di ricattatori – che ha inviato buste contenenti una strana polvere verde a grandi aziende alimentari italiane che producono caffè e dolciumi. Le lettere – tutte imbucate a Grad, in Belgio – sono arrivate la settimana scorsa a sei grandi gruppi: la Lavazza a Torino, la Ferrero ad Alba, la Vergnano di Santena, la Balocco di Fossano, la Illy di Trieste e la Barilla a Parma. Non è escluso che altre aziende abbiano ricevuto la missiva senza però fare denuncia. Insieme alla polvere c’era un testo scritto in inglese. Il sunto estremo: se non ci pagate avveleneremo i vostri prodotti con l’oleandrina, «una sostanza vegetale che procura nausea e diarrea, ma anche aritmia fino all’arresto cardiaco». «Come saprete – scrivono i ricattatori – è molto semplice introdurre un po’ di veleno, in polvere o liquido, in uno dei vostri prodotti che si trovano sugli scaffali dei supermercati. Riuscite a immaginare gli effetti disastrosi, per l’immagine della vostra compagnia se i clienti iniziassero a morire avvelenati?». Chi scrive si presenta: «Non siamo terroristi né malati di mente. Siamo uomini di affari. Come voi vogliamo solo i soldi: 300mila euro». Da pagare entro la deadline del 20 maggio.

Quando la lettera è arrivata alla Lavazza, venerdì scorso, sette dipendenti sono stati messi in isolamento per tutto il giorno a scopo precauzionale, ma le prime analisi hanno escluso la presenza di agenti batteriologici o di farmaci cardioattivi. Di certo la polvere non è oleandrina. Ma la minaccia non viene sottovalutata. Sui casi indagano cinque procure diverse (Torino, Asti, Cuneo, Parma e Trieste) che nei prossimi giorni si metteranno in contatto per compattare l’indagine. Il reato ipotizzato è quello di tentata estorsione.

giammarco.oberto@leggo.it

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