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“L’eclissi della storia” – Diciottesimo episodio “L’Abate”

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Diciassettesimo episodio: puntata precedente del 10 aprile

Diciottesimo episodio: Non lasciandosi sopraffare dai suoi stessi pensieri, Thomas si decise a riprendere il discorso, aggiustandosi il colletto della camicia. Il professor Richardson lo stava squadrando dalla testa ai piedi, come se fosse un forestiero. Non tutti i nodi dovevano venire al suo pettine.
«Ventiseiesima pagina: Evasione ivi Marseille, non Arce, seduberant socios Textocum “Con l’evasione andai a Marsiglia, non nel Forte, ma dove erano gli alleati con il Testo”. Quindi l’autore riesce a evadere e a raggiungere, probabilmente con mezzi di fortuna, Marsiglia e chiarisce che non ritornò più al Forte, presidiato dalle truppe pontificie, bensì in un luogo che conosceva, dove erano nascosti i suoi alleati con il Testo per eccellenza, la Divina Commedia».
«Possedendo anche la Historia, avrebbero potuto tramandare in maniera più chiara il mistero della Divina Commedia ai posteri» commentò Padre Robert.
«Certo, Padre. Era una torbida testimonianza del passato abeliano e allo stesso tempo una fonte importante, seppur scomoda. L’intento era sicuramente quello di trasmettere alle nuove generazioni un testo riedulcorato, dopo la trasformazione che l’opera subì ingiustamente, e la predicazione della bontà dell’animo. Andiamo avanti con le prossime tre pagine collegate fra loro, quindi leggeremo ventiquattro parole. Nos auxilium quaesivimus apud istum monasterium, postea meus socius de castra hominis et ego in revolutione servavimus textos meum et Durantem cumnostra revolta machina “Noi chiedemmo aiuto presso questo monastero, successivamente il mio alleato dall’accampamento dell’uomo ed io, nella rivoluzione conservammo il mio testo e quello di Dante con il nostro marchingegno rivoltato”. Per evitare ritorsioni abeliane e incontri – scontri con l’esercito pontificio, l’autore e i suoi alleati chiesero asilo presso il monastero di San Giovanni a Lione, lo stesso che ho visitato e in cui ho trovato il manoscritto e su questo non sembrano esserci dubbi, se pensiamo al simbolismo che mi ha portato fino alla sua scoperta. In seguito si resero conto che neanche le mura del monastero, ai tempi della Rivoluzione Francese, potevano essere sicure e per tale motivo l’autore e un suo alleato decisero di conservare il suo testo e quello di Dante in un luogo sicuro. Andiamo per gradi. In un primo momento non compresi la frase nella fattispecie dei termini “accampamento dell’uomo” e “nostro marchingegno o nostra macchina rivoltati”. L’autore afferma che il suo socius proviene dall’accampamento dell’uomo. Riflettendo sulle sue origini, ho pensato che fosse un francese, probabilmente un disertore di una guarnigione, visto il periodo storico rivoluzionario. Se ci fermiamo per un attimo e lasciamo da parte la Rivoluzione Francese, che cosa ci resta di tutta questa storia? Il timore di perdere un bene prezioso. Nasconderlo vuol dire, comunque, occultarlo e non farlo conoscere. Due possono essere i veri motivi dell’occultamento, o celare questo bene per una sorta di insensato fanatismo o detenerlo in tempi di guerra per poi riproporlo in tempi più tranquilli. La scelta dell’autore è ricaduta sulla seconda opzione».
Il professor Radcliff non comprese il motivo di questa premessa e non era l’unico. Anche il professor Richardson, come buona parte del pubblico, ritenevano incomprensibili quelle parole, forse più oscure del testo stesso. Invece sul volto di una persona si poteva leggere una sorta di consapevolezza di ciò che Thomas avrebbe detto di lì a poco. L’anziano. Detentore di un sapere inintelligibile, posto su quel confine sottile che intercorre fra il mito e la realtà. Al di là della labile conoscenza terrena.
Al mormorio del pubblico, Thomas decise di proseguire, venendo al nocciolo della questione: «Nelle Isole Britanniche, in età altomedievale, ci fu un’evoluzione linguistica, durata almeno quattro secoli e causata dalle invasioni barbariche. Nell’attuale Inghilterra ci sono diverse città che richiamano il connubio che ci fu fra la lingua latina e le lingue germaniche. Ritornando all’accampamento dell’uomo, quest’espressione è proprio significativa del concetto che vi ho appena spiegato, “uomo” in inglese come si traduce? “Man”, giusto? E “accampamento” in latino? “Castra”. Mancastra inglesizzato diviene “Manchester”. L’alleato dell’autore era inglese. Detto questo, non veniamo a capo di nulla, ma sappiamo almeno quale fu il testo scritto dall’autore, quello che ho trovato».
Intervenne Padre Robert, vedendo che molte persone desideravano intervenire: «Thomas, chiariscici questa situazione».
«L’autore scrive che l’abile stratagemma di cui si servirono egli stesso e il suo alleato di Manchester fu il marchingegno rivoltato. Da ciò ho dedotto che tutto, ma davvero tutto quello che ci ha prima raccontato sulla storia di questa Chiesa il nostro caro Padre Robert corrisponde a verità. Sul finire del 1700 quest’edificio che stava praticamente cadendo a pezzi fu salvato dal nostro autore, che era figlio di un nobile, e ce lo dice chiaramente.
Fu lui il generoso mecenate francese, che donò un’ingente somma di denaro al parroco dell’epoca. E fu sempre lui a portare in dono alcuni quadri realizzati proprio in quell’epoca. E quello con l’occhio di Dio era il quadro chiave». Thomas lo indicò.
«Lì nel quadro della cappella di Sant’Abele c’è un mondo capovolto, il vero marchingegno rivoltato. Caino, vestito da Crociato, che uccide Abele è in realtà la vittoria della Chiesa contro un movimento divenuto con il tempo eretico, quello dei Cavalieri di Abele. Caino non è più il fratello che siamo soliti conoscere nel Libro della Genesi, quindi il male dell’uomo che prende il sopravvento sul bene, ma è il bene che vince sul male».
La maggior parte del pubblico applaudì il giornalista. Thomas fu soddisfatto e gratificato per tutto il lavoro che aveva svolto e per tutta la dura ricerca, a cui il destino l’aveva sottoposto. Aveva ricostruito la storia della scomparsa della Divina Commedia. Scomparsa? Era tutto da verificare a questo punto, per via della simbologia nascosta all’interno del quadro. Nonostante l’energia che gli trasmetteva il pubblico, Thomas sapeva che c’era un osso duro da convincere. Il professor Richardson, infatti, sembrava ancora più scettico di prima, come se per lui i risultati di Thomas fossero tutta una serie di coincidenze. E poteva avere le sue ragioni.
«Vi ringrazio per l’affetto dimostratomi da tutti voi, ma non credo di aver terminato qui il convegno. Stavo finendo di rimembrarvi ciò che prima ci ha raccontato Padre Robert. La tradizione orale, per quanto possa sembrare strano in quanto rievocatrice di miti e di leggende, in questo caso è storia vera e propria. Il parroco di quel tempo si recò con alcuni parrocchiani in Normandia a Barfleur per ricevere in dono il denaro e i quadri. Nessuno conobbe il benefattore di persona o lo vide in paese, giusto Padre?».
«Sì, è questo che vi ho raccontato prima».
«La persona che dovettero conoscere fu il monaco inglese, alleato dell’autore. E quest’ultimo doveva fidarsi molto del suo amico di Manchester, al punto da affidargli la Divina Commedia e un suo testo, che credo abbiate già capito di cosa si tratti. E’ il testo su Sant’Agostino che ho scoperto nella Biblioteca Universitaria, il testo da dove è iniziata tutta la mia ricerca. E’ un po’ una sorta di autobiografia, se pensiamo che l’autore, così come Sant’Agostino, si definiva un peccatore, perché era un iniziato di una setta. I Cavalieri di Abele in fondo non erano così diversi dai Manichei e dalla setta tardo – imperiale degli Abeliani. Tuttavia il finale per entrambi è stato lieto, perché dopo tante dissolutezze, hanno seguito, per dirla alla Dante, la retta via. E per l’autore del manoscritto ne capiremo a breve il motivo».
Poi cambiò discorso mostrando un’immagine di qualche ora fa: «Quella scritta, poi, ve la ricordate? Diceva “Agostino come chi scrisse la storia del monaco penitente” ed era, per l’autore del manoscritto, non solo un modo per ricercare l’Historia del Vaticano, che ancora oggi è conservata in quelle Biblioteche, a causa dell’intervento dell’esercito pontificio, ma anche uno strumento per ricordare agli alleati quali misfatti compirono i Cavalieri di Abele e dove era nascosta veramente la Divina Commedia. In un luogo segreto dalle grinfie di quello sparuto gruppo di eretici scampati alla giusta congiura, di cui prima. Tutti i nodi vengono al pettine finalmente».
Padre Robert, però, voleva ancora chiarire un aspetto di questa storia: «Qualcuno del pubblico potrebbe anche pensare, visto che la Divina Commedia e il testo dell’Abate furono consegnati a questo socius inglese e che quest’ultimo testo sia stato trovato da Thomas, che questa stessa Chiesa possa nascondere la Divina Commedia … beh nulla di più falso, io sarei stato il primo a ridare questo bene all’umanità. Purtroppo le uniche cose che possiede davvero di speciale questa Chiesa sono i quadri, e in primis il quadro di Sant’Abele, che ottenebrano dei misteri che il nostro Thomas cercherà di svelare».
Nonostante il chiarimento del parroco, intervenne il professor Radcliff, spostando però l’attenzione su un’altra questione e rubando il tempo a tutti di parlare: «Perché il manoscritto su Sant’Agostino si trova nella Biblioteca Universitaria?».
«Il perché non posso saperlo, ma non escludo queste due possibilità: o che l’alleato del nostro autore doveva essere di bocca larga, insomma una persona che parlava troppo e per questo molto vulnerabile; o che il socius doveva essere molto furbo, il che vuol dire che avrebbe potuto tradire l’autore a favore di quegli Abeliani. Non voglio neanche pensarci. Comunque per trovarsi in Biblioteca il testo, vuol dire che in qualche modo chi l’ha preso dal nascondiglio sapeva che il testo dell’autore si trovava lì. Noi stiamo parlando del testo su Sant’Agostino, d’accordo lo possediamo e ne conosciamo l’attuale provenienza, ma le pergamene della Divina Commedia? Io non ho lasciato nulla al caso».
Padre Robert sorrise a quell’affermazione di Thomas. Anche il direttore era soddisfatto del lavoro del suo giornalista e lo fece notare ai suoi vicini di sedia, che, imbambolati dalle chiacchiere dello stesso signor Downing, non riuscivano ancora a credere a ciò che avevano sentito. C’era trepidazione fra il pubblico. In fondo il giornalista aveva organizzato tutto alla perfezione, anche se ovviamente non poteva essere sicuro di un prossimo ritrovamento delle pergamene dantesche. L’anziano attendeva un ultimo colpo di scena con lo sguardo quasi perso nel vuoto, ma per Thomas fingeva.
Thomas continuò con l’esegesi delle ultime otto punte del manoscritto: «Siamo giunti al termine della decifrazione, le otto punte della trentesima pagina del manoscritto». Tutti non vedevano l’ora di conoscere l’esito delle sue ricerche filologiche.
Thomas disse: «Cumtempore Abbasfui, statutum scribui ne oblivisci veritatem semper “Col tempo divenni Abate, scrissi lo statuto, per non dimenticare mai più la verità”. L’autore del manoscritto, si è rivelato finalmente, è proprio l’Abate Jacques, colui che scrisse lo statuto settecentesco del monastero, dove fu indicata la particolare disposizione della biblioteca raffigurante l’occhio di Dio. Quello che mi colpisce di queste ultime parole è quel semper che io ho voluto tradurre come “mai più”, dopo tutte le vicissitudini e il trascorso dell’autore».
Thomas si bloccò mentre stava parlando. Il giornalista vide l’anziano della navata destra strappare un foglio dal suo libro di astronomia e scrivere qualcosa sul foglio stesso.

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