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Francesco Nappa e la sua idea di Pulcinella

Stasera e domani il teatro Verdi ospiterà il balletto di Igor Stravinskij affidato ai solisti e al corpo di ballo del Teatro di San Carlo. Non solo musica del genio russo però, nello spettacolo, ma anche la canzone partenopea e la musica elettronica, nella rilettura del coreografo napoletano

Di OLGA CHIEFFI

 Non solo Stravinskij-Pergolesi per il Pulcinella che andrà in scena oggi, sul palcoscenico del Teatro Verdi di Salerno alle ore 21 e domani in doppio spettacolo, alle ore 17 e alle 20. Il coreografo napoletano Francesco Nappa riprende il Pulcinella di Igor Stravinskij, commissionatogli da Djagilev e lo destruttura, come l’autore destrutturò la musica di GiovanBattista Pergolesi, tra cui le tre sonate, Lo frate ‘nnamorato e Il Flaminio, unitamente all’Adriano in Siria, aggiungendo a queste “Era de maggio” e “Lines describing circles” di Peder Mannerfelt, una breve incursione della musica elettronica. In questa creazione in cui Stravinskij incontrò la genialità di Léonide Massine e di Pablo Picasso, con cui soggiornò nel capoluogo campano nel 1917, occasione in cui diresse per la prima volta al San Carlo e, giustamente, il teatro partenopeo due anni fa volle festeggiare questo centenario con questo nuovo e moderno allestimento del suo celebre balletto dedicato a Napoli, che vedremo al Verdi. Nei ruoli principali saluteremo Pulcinella cui darà vita Carlo de Martino, Pimpinella che sarà Claudia d’Antonio, Furbo, Salvatore Manzo, il Capobanda (ruolo inventato dallo stesso coreografo, Alessandro Staiano, sostenuti dal corpo di ballo diretto da Giuseppe Picone. Nappa, si cala nella Napoli contemporanea con artisti e interpreti tutti napoletani per raccontare una città profondamente cambiata, la sua nuova immagine, e i suoi ragazzi e le sue ragazze espressione moderna di quell’atavica vivacità partenopea. Pulcinella è “sofistico”, a Napoli significa che spacca il capello in quattro, ma dopo aver spaccato le cose a metà per analizzarle non ha poi l’attitudine a ricomporre, a ricostruire. E’ filosofo sostanzialmente scettico, che per arrivare ad una ricomposizione avrebbe bisogno di un atto di fede, di una intuizione, di un atteggiamento di abbandono di cui non è capace. La sua straordinaria capacità di mettere in ridicolo il dogmatismo lo rendono un campione del popolo napoletano che in lui ritrova quella forza dionisiaca eruttiva e distruttiva, la cui massima espressione consiste nel mettere in dubbio qualsiasi cosa e il cui primo bersaglio è il dogma, il potere, in tutte le sue forme. Ma, come tutte le forze vulcaniche, quella lava è destinata presto a seppellire tutto. Lo spirito critico si ritorce contro se stessi, distrugge tutto e per questo forse, a Napoli, qualunque rivoluzione sembra destinata prima o poi a diventare un souvenir. L’ incursione nella musica elettronica, sottolinea la durezza dei bulli di strada che aggrediscono Pulcinella ma sono beffati dalla sua astuzia, una strambata dalla storia originale che sottolinea quanto il mondo dei bulli (duro, crudo e violento) sia diverso da quello di Pulcinella, che anche quando sbaglia, imbroglia o tenta di farla franca, è pur sempre una figura di positività solare. A fare da scenografia le 140 installazioni di Lello Esposito, scultore e pittore napoletano che lavora sui simboli della città declinandoli nelle forme più diverse. La maschera che Pulcinella non indossa – in quanto elemento di separazione tra individuo e società – è tuttavia perennemente in scena in evocative sculture, insieme ai corni che mescolano sacro profano e che perforano lo spazio aereo del palcoscenico.

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