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Beethoven secondo Dario Candela e Alberto Maria Ruta foto

Questa sera nella Sala Pasolini, alle ore 21, si conclude l’integrale delle sonate per violino e pianoforte dei Martedì della Classica

Di OLGA CHIEFFI

Serata conclusiva, questa sera nella Sala Pasolini, per l’integrale delle dieci sonate per violino e pianoforte composte da Ludwig van Beethoven, affidata al violino di Alberto Maria Ruta spalla del Quartetto Savinio e al pianista Dario Candela, tra l’altro docente del nostro conservatorio. Il duo sarà ospite della rassegna “I Martedì della Classica”, che si concluderà il 30 aprile, con una serata mozartiana. Il programma verrà inaugurato dalla Sonata opera 30 n. 1, articolata in tre movimenti di dimensioni contenute. L’Allegro che apre la composizione è in una regolare forma sonata, con un garbato dialogo fra gli strumenti e un materiale tematico di studiata eleganza, non privo di reminiscenze mozartiane. L’Adagio, invece – una pagina di tersa cantabilità, con una sezione interna più agitata – è debitore a Haydn per un certo manierismo espressivo. Chiude la sonata – al posto dell’avveniristico primo finale – un movimento che, nel gusto rococò, è concettualmente disimpegnato già nella sua forma: il tema con variazioni. Si tratta in questo caso di variazioni ornamentali – ben distanti dai complessi esiti che Beethoven saprà dare alla tecnica della variazione – di ricercata levigatezza, realizzate secondo stilemi consolidati, come la variazione nel modo minore in penultima posizione. Si continuerà con la seconda sonata dell’op. 30, quella che maggiormente corrisponde al passaggio stilistico dal cosiddetto “primo” stile a quello eroico, potente e ricco di conflitti che avrebbe caratterizzato una lunga fase della sua produzione. L’energia inquieta e appassionata di questa composizione si impone anche sul rispetto delle forme consolidate, messa in crisi dalla forza dell’ispirazione beethoveniana. Al rivale francese di Kreutzer, Pierre Rode è legata la nascita dell’ultima sonata per violino di Beethoven, op. 96 in sol maggiore che chiuderà il ciclo. A distanza di dieci anni dalla composizione della Sonata a Kreutzer, Beethoven, decisamente lontana dai toni luciferini dell’op. 47, riprende il clima pastorale dell’omonima sinfonia, qui reinterpretato in modi diversi in ciascuno dei quattro movimenti. L’Allegro moderato è un piccolo idillio che rinvia all’ambiente dell’Arcadia: pieno di richiami d’uccelli, arpeggi che echeggiano corni alpini, figure che simulano i fruscii e i mormorii della natura. L’Adagio espressivo, in mi bemolle maggiore, mette in gioco i significati più profondi del carattere elegiaco, attraverso una serie di invocazioni retoriche e lamenti ben distribuiti nei tre distinti elementi tematici. L’attacco dello Scherzo si collega al movimento precedente, ponendo subito in evidenza il passaggio dall’interiorità all’esteriorità. Il Trio cerca di riportarci ad un clima bucolico che però la ripresa dello Scherzo ci rammenta essere tuttavia caduco. Nel Poco Allegretto, un rondò in forma libera costituito da sette variazioni, l’arcadica serenità viene deformata nelle continue elaborazioni del materiale che trasformano completamente il tema, ripreso infine dopo il fugato della settima variazione. Un Adagio di dodici battute, precede la chiusa finale, un Presto di sole otto battute dal carattere deciso.

 

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