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A proposito di “like”. Il lecchino ai tempi dei social

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Interessante saggio di Cesaro passa in rassegna la storia dell’adulazione, politica e non, e la aggiorna ai tempi virtuali dei «like» «Per interesse si blandisce il potente, si diventa capaci di tutto, come Carducci che tradì se stesso per avere il Nobel» Generoso Picone ne parla oggi su Il Mattino di Napoli
Dica la verità, lei ha pensato a qualcuno in particolare? «Beh, ne ho visti tanti e ne vedo ancora tantissimi. Ma cerco di tenermene sempre lontano. Mi aiuta il quadro che ho sulla parete del mio studio all’università dietro la mia scrivania». Antimo Cesaro mostra l’immagine de «Il lecchino o dell’osculum infame», composizione grafica di Grazia Cucco sul bacio spudorato che regge da un bel po’ di secoli la vita pubblica mondiale, immagine di copertina del suo Breve trattato sul lecchino (La Nave di Teseo, pagine 107, euro 13). «Ecco, questo mi serve a respingerli o quanto meno a far capire come la penso», spiega.
Come la pensa si capisce leggendo il suo agile, dotto e godibile libretto che tra tassonomia del tipo, riflessione antropologica sul genere e amara valutazione teoretica su un eterno presente consegna l’amara storia di quella che, alla Fruttero & Lucentini, può dirsi la prevalenza del lecchino. Oggi che è tornato a insegnare all’università Luigi Vanvitelli, dove è titolare di Scienza e filosofia politica e Teoria del linguaggio politico, dopo essere stato membro del Consiglio nazionale dei beni culturali, deputato eletto con Scelta Civica di Mario Monti, poi indipendente – e sottosegretario ai Beni culturali, Cesaro vi ha messo mano ponendo un giusto distacco dalla cronaca ma non dall’attualità. Tanto che il suo lavoro è stato subito apprezzato e ora è alle prese con una fitta agenda di presentazioni, da Torino a Cracovia passando per gli inviti giunti da numerose associazioni soprattutto di giovani. Insomma, la materia interessa.
Cesaro, significa che questa è l’epoca dei lecchini?
«Lo è sempre stata, oggi di più. Il fatto è che, mancando i livelli di selezione e valutazione in base al merito, sono subentrati metodi di cooptazione attorno a corpi carismatici usando la lingua per leccare e non il cervello per pensare. Nel tempo dell’immagine tutto è affidato alla paideia del video, all’ipse dixit di Internet e alla gestione meramente funzionale di istituzioni culturali e agenzie di comunicazione: è questo il terreno di cultura ideale per il lecchino. La sua dimensione esistenziale gli offre le migliori condizioni per agire con successo: ama la finta competizione, quella vissuta nell’anonimato senza esclusioni di colpi, anche potenzialmente falsificabile se si pensa ai rapporti astratti sui forum in cui l’adulatore virtuale è prodigo di like e mi piace».
Il fine giustifica i mezzi: o no?
«No. Tra l’altro, Machiavelli questo non lo ha mai scritto. Io proporrei Charles Rollin quando dice che l’adulazione è un commercio di menzogne, sintesi di interesse e vanità. Io, nel Breve trattato, mi soffermo non sul soggetto di vanità, il potente, ma sul depositario dell’interesse, cioè il lecchino. Figura straordinaria, paziente e lungimirante, un vero professionista nella sua arte».
Rodata nei secoli, da quanto si evince dal suo lavoro. Lei convoca Aristotele e Catullo, Omero e Tacito, Dante Alighieri e Machiavelli, Shakespeare e de Talleyrand, Musil e Proust, Carducci e Manzoni e soprattutto Etienne de La Boétie e Paul-Henri Thiry d’Holbach di cui ripropone il «Saggio sull’arte di strisciare, a uso dei cortigiani». Però si ferma alle soglie del 900: delinea i profili storici ma poi non li riempie con corpi e nomi dell’attualità. Perché? Per timore di polemiche?
«Io sono un professore di Scienza e filosofia politica e di Teoria del linguaggio politico, mi interessano i temi ontologici e le logiche di manifestazione del lecchino. Sine ira et studio alla Tacito. Certo, scrivo che a furia di ingoiare rospi, sorridere a comando, applaudire e leccare scarpe e altro senza fiatare, egli assumerà posizioni di sempre maggiore rilievo nell’ambito di un ministero, di un’università, di un movimento politico, di un ordine professionale e da precario diverrà piccolo burocrate, da funzionario sarà quadro, da dirigente arriverà a essere direttore generale. La dinamica fondamentale del lecchino è quella che individua de La Boétie in Il discorso sulla servitù volontaria e che Hegel fissa nel gioco servo-padrone. Sono le pratiche, cioè, che portano gli esseri umani ad assoggettarsi quasi naturalmente al potente di turno».
Che si fondano su che cosa?
«Su un atteggiamento mentale che diventa la postura comportamentale del lecchino nella sua interpretazione del sentimento del gratitudine».
La gratitudine che Simone Weil dice debba essere soltanto dei cani verso i padroni, non degli uomini verso altri uomini?
«È così. Ma dall’ambito della grazia religiosa di Weil si passa a un terreno di mendicità, appunto di servitù, per poter conseguire i propri obiettivi. Si diventa capaci di tutto, alla maniera di Carducci che tradì se stesso pur di avere il Nobel».
Sono un po’ le sponde tra cui si dibatte il carattere nazionale degli italiani.
«Proprio su questo io vorrei invitare a riflettere specie i giovani. Sulla dimensione luciferina del lecchino, sul suo continuo Sabba delle streghe, sulla sua iniziazione al servaggio che conduce alla vendita dell’anima al diavolo come nel Doktor Faust di Johann-Wolfgang von Goethe. Il bacio spudorato, il gesto infamante del lecchino è il punto di non ritorno della degradazione umana. Si striscia, come fanno i vermi».

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