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Social network, troppi veleni. Asia Argento lascia, Alessandro Gassman caccia gli anonimi da Twitter

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I social network  croce e delizia della vita quotidiana, ma sopratutto veleno ultimamente. Stufo per l’ennesimo raid di haters che volteggiavano sulla sua pagina Twitter, Alessandro Gassmann ha lanciato l’aut aut: «Su questo mio profilo ha scritto l’attore – tutti coloro che appaiono senza foto o nome vengono bloccati automaticamente, in fondo è come se fosse una casa e mi fa piacere far entrare chi si presenta». Ma all’ultimatum dell’artista, i followers hanno reagito nella maniera più disparata. C’è chi ha invocato il diritto alla riservatezza perché non accetta il suo aspetto fisico. Chi ha chiesto di restare in incognito perché quanto asserito sui social è costato in passato ad altri suoi colleghi il licenziamento in tronco. Che cosa è pubblico, e che cosa è privato ai tempi dei social? E quali sono le garanzie per chi li abita? Le soluzioni individuate via via in questi anni, a questi e altri dilemmi, sono state controverse.
L’ADDIO
E non è mancato chi, per tagliare la testa al toro, ha deciso di congedarsi tout court dal mondo social. È il caso, ad esempio, di Asia Argento. Che al culmine delle note controversie che da grande accusatrice l’hanno ridotta al rango di grande accusata di molestie, con tanto di liti furibonde con la madre, ha deciso di recente di eliminare il proprio profilo Twitter invaso da minacce, prese in giro e orde di troll senza ritegno. «Le cattiverie sul mio conto è stato l’addio dell’attrice – continuano ad essere tante e troppe, a tal punto da non farmi più vivere serenamente». Ma il fio da pagare alla privacy si è rivelato troppo pesante anche per il batterista dei Mötley Crüe, Tommy Lee. In preda all’alcol, il musicista aveva rivolto alcuni duri tweet contro l’ex moglie Pamela Anderson. Così che il figlio Lee lo aveva persino picchiato. I social erano diventati la cassa di risonanza del suo alcolismo. Uscirne è stato per il buon Tommy quasi un passo obbligato. Proteggere gli equilibri di coppia dagli assalti dei curiosi, è stata la priorità di Lara Gut, campionessa di sci svizzera che ha lasciato Twitter dopo il matrimonio con il calciatore Valon Behrami. «Siamo consapevoli che l’attenzione mediatica sulla nostra coppia è parte della nostra vita di atleti. Ma vorremmo vivere come piace a noi, e come se fossimo soli al mondo», è stato il commiato dell’atleta kosovaro.
MEGHAN
La medesima preoccupazione si è fatta largo fino a Buckingham Palace, quando Meghan Markle, oggi moglie del principe Harry, decise di dire basta a scatti di viaggi o dei suoi animali domestici che allietavano più 350mila followers poco prima di convolare a reali nozze. A dire addio ai cinguettii, era stato poco tempo prima anche il leader dei Verdi tedeschi, Robert Habeck. «Non c’è altro social con così tanto odio, mi fa scattare qualcosa: sono più aggressivo, polemico, stridulo ed estremo», ha detto nel congedarsi dai followers. Quel qualcosa che spesso ci rende più aggressivi e polemici del necessario, è la provocazione. La provocazione dei troll. È lecito subirne gli strali? No, non più. Anche secondo Twitter. Che tra maggio e giugno dell’anno scorso, dopo le appurate influenze dei robot russi sulle elezioni americane, ha rimosso oltre 70 milioni di account fasulli, in gran parte bot. Twitter non perdona niente: ciò che può valerci l’ovazione oggi, domani potrebbe essere la nostra tomba. Ne sa qualcosa la popstar britannica Ed Sheeran, costretto a cancellare il proprio account per qualche tempo, dopo un cameo nella serie evento Game of Thrones, che però i fan non hanno gradito. Una storia che ricorda da vicino quella del nostro Fedez, che si era disiscritto dai social per breve tempo dopo un party al supermercato preso in affitto che era diventato un caso politico. Spesso chi di politica ferisce, di politica perisce sui social. È successo anche al rapper afroamericano Kanye West. Un tempo sostenitore dei diritti dei neri, la star dei ghetti è finita a fiancheggiare Donald Trump. Ma la sua gente non gliel’ha perdonato. E così il rapper ha dovuto calare la serranda social. La grande differenza che separa la rete dalla realtà è che le parole volano, ma i cinguetti restano. E spesso diventano boomerang.
IL PRESIDENTE RAI
Se il nuovo presidente della Rai, Marcello Foa, li ha schivati a fatica, c’è chi ha pagato la buona memoria degli utenti a caro prezzo. È il caso del regista James Gunn, idolatrato regista dei Guardiani della Galassia, che la Disney ha messo alla porta dopo la scoperta di alcuni vecchi tweet antisemiti che portavano la sua firma. Buonisti e cattivisti in rete non si distinguono mai. Esemplare quanto successo a Millie Bobby Brown, giovane stella americana nota soprattutto per il ruolo nella serie Netflix Stranger Things, che ha improvvisamente deciso di cancellare il suo seguitissimo profilo Twitter, a causa di alcuni meme a sfondo xenofobo e razzista pubblicati a suo nome da alcuni membri della comunità Lgbt. La colpa della ragazzina? Aver chiesto a una fan islamica di togliersi lo hijab nel corso di un selfie. Esiste in rete il diritto all’oblio, o su di esso prevale l’interesse sociale? La risposta resta aperta. Ma intanto sarebbe utile sapere che Twitter ci ha pensato su. Da qualche tempo il social consente di rimuovere manualmente, tramite la ricerca avanzata, quei cinguetti imbarazzanti che vorremmo sottrarre alle grinfie dei detrattori. Intanto non manca chi, dalla guerra ai social, ha deciso di guadagnarci comunque. Proprio come Taylor Swift e Adele, di recente ha prematuramente lasciato Twitter anche il nostro Marco Mengoni. Forse solo una strategia commerciale, dicono alcuni. Ma è comunque un modo per farsi beffa, di chi vuol farsi beffa di noi. A volte si nota di più chi non c’è.

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