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Ravello Festival più caro della storia. “Veleni e sprechi”. L’attacco di Repubblica

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Ravello, Costa d’ Amalfi . Oggi su Repubblica un’intera pagina sulla vicenda Ravello Festival dopo il commissariamento Felicori. La gestione precedente  avrebbe sprecato un fiume di denaro,  vi sarebbe anche un dossier al proposito,  mentre a Positanonews, la prima testata giornalistica online della Costiera amalfitana e Penisola Sorrentina,  non hanno dato le carte pur richieste da mesi.

Felicori arriva tra i veleni di un festival finito sotto accusa per costi e risultati ottenuti negli ultimi tre anni targati De Luca, rispetto alle gestioni precedenti. Un dato: 9.193 spettatori nel 2018 – filtra dalla fondazione – a fronte dei 17mila paganti del 2015. Meno spettacoli rispetto agli anni d’oro della presidenza Domenico De Masi e un finanziamento di circa due milioni l’anno da parte della Regione. L’ex direttore della Reggia dovrà mettere mano ai nodi di uno statuto che «presenta numerosi problemi», come ammesso anche dall’ex presidente Sebastiano Maffettone nella sua relazione conclusiva.

In primis: la gestione che non funziona dei beni di prestigio: auditorium, villa Episcopio e villa Rufolo. E poi la «presenza – scrive Maffettone – di due comitati con funzioni simili: il cda e il consiglio di indirizzo». Ma agli atti della Fondazione c’è una relazione inviata il 31 dicembre proprio da uno dei componenti del consiglio di indirizzo, l’avvocato Lelio Della Pietra. Si tratta di 25 pagine che sono una sorta di libro nero della gestione Ravello degli ultimi anni. Con riferimento a verbali di cda, note interne, documenti ufficiali. A darne notizia il quotidiano La Repubblica oggi in edicola.

Si scopre che lo stesso Maffettone, oltre «alla troppa ingerenza politica nella fondazione», ha evidenziato la «mancanza dall’inizio di una figura di sicura professionalità dal punto di vista dell’organizzazione dello spettacolo e della direzione della fondazione (dottor Quaglia)». E Della Pietra così definisce Maffettone: «un filosofo prestato alla politica che però dalla politica si è fatto imprigionare, non riuscendo a dare alla fondazione quell’impronta di correttezza e trasparenza che un organismo tanto importante avrebbe meritato, a cominciare dalla designazione dei pur prestigiosissimi direttori artistici».

Due direttori a tutti gli effetti, uno per la musica l’altro per la danza: Alessio Vlad, compenso annuale di 61.905 euro più rimborso spese di 5 mila euro, e Laura Valente, compenso annuale di 49.524 più rimborso spese di 10 mila euro. E la consulente per il Jazz Maria Pia De Vito, compenso annuale di 37.143. È sul personale che si accendono i riflettori di Della Pietra: «assunzioni in aperta violazione delle norme». Tant’è che – scrive l’avvocato – «il bilancio 2017 contiene un deciso aumento della spesa per il personale (646 mila euro mentre nell’anno precedente era stata di 457 mila) difficilmente spiegabile anche in considerazione del minor numero di eventi prodotti nel periodo».

Sono segnalati i casi di contratti per soggetti che sono riconducibili alla galassia di De Luca, con provenienza salernitana. Come «il contratto a tempo indeterminato per Elio Macinante» che «aveva lavorato in passato alle dipendenze della fondazione verso la quale aveva dato corso a un annoso contenzioso giudiziario». Ancora: l’incarico a Catello De Martino che doveva occuparsi di Villa Episcopio «un bene che non appartiene alla fondazione – scrive Della Pietra – e che non esiste perché inagibile». E poi l’incarico a Ermanno Guerra, ex assessore a Salerno. Ma a spulciare le collaborazioni sul sito della fondazione si trova anche la consulenza all’avvocato di De Luca, Lorenzo Lentini (40 mila euro annui) e il ruolo di portavoce ad Antonello De Nicola (51 mila euro) che ha curato la campagna per le Regionali del governatore.

Della Pietra rivela che «la stragrande maggioranza delle decisioni erano assunte sulla base dell’urgenza: urgente era approvare lo schema dei diversi festival a causa del ritardo di programmazione, urgentemente occorreva mettere le pezze ai bilanci di previsione e consuntivi, d’urgenza c’era sempre qualche deliberazione da assumere».

L’avvocato fa luce sullo scontro intorno all’approvazione «con riserva» del bilancio preventivo 2018: «La parte relativa al direttore di villa Rufolo non presentava le caratteristiche di omogeneità e di intellegibilità con un aumento di spesa di 500 mila euro». Il direttore di Villa Rufolo è Secondo Amalfitano, già nell’orbita del festival ai tempi di De Masi ed ex sindaco di Ravello ed ex segretario della Fondazione: ad Amalfitano – scrive Della Pietra – «era bastato minacciare azioni infondate per esplicita ammissione dei legali della fondazione per ottenere una elevata somma, e un contratto di dirigente di lunga durata».

L’avvocato evidenzia i rapporti difficili tra Comune di Ravello e fondazione. Tre consiglieri, compreso Della Pietra, scrivono al sindaco Salvatore Di Martino sulle critiche all’edizione del 2016: «Quello passato – è l’accusa del Comune – è stato il festival più dispendioso della storia con il peggiore risultato di sempre». Per i tre consiglieri la fondazione andava difesa «da affermazioni gravissime, al limite della querela, quale quella da Lei ripetutamente reiterata nella seduta consiliare secondo cui la fondazione avrebbe tenuto a libro paga la stampa, comprandone il silenzio».

 

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