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L’inferno dei dipendenti dei Supermercati, nelle pretese del colonnello che ha approfittato di loro

Niente treccine o abiti troppo femminili. Il telefonino andava spento e in bagno non si andava per più di una volta. Sarebbero queste alcune delle «regole» che i dipendenti dei supermercati gestiti dall’ex colonnello dell’esercito, Giuseppe D’Auria – da due giorni agli arresti domiciliari – dovevano seguire. Pena il licenziamento. È uno dei tanti dettagli che emerge dall’indagine della procura, che contesta al 69enne imprenditore 41 capi d’accusa. A raccontarlo è una delle tante lavoratrici, sentite durante le indagini dagli inquirenti.
IL TERRORE«Non ci possiamo neanche ammalare o chiedere riposi, se non si rispetta questo D’Auria ci mette nelle condizioni di dimetterci». E pare fossero proprio i cellulari a spaventarlo, come raccontò un’altra dipendente: «Ordinò a tutti di lasciare il telefonino in camerino durante il servizio, facendo sottoscrivere una direttiva da lui scritta sul punto. Aveva paura che fosse registrato o che si facessero video e foto, che potevano essere usati contro di lui per provare cosa succede all’interno del punto vendita». Nelle informative allegate all’indagine, invece, sono finiti proprio alcuni video e audio registrati dai dipendenti. L’imprenditore avrebbe creato un «clima di terrore» tra i lavoratori, che oltre ad accettare contratti irregolari, dovevano anche nascondere gli infortuni sul lavoro.
LA DICHIARAZIONEFu il caso di una donna che si ferì urtando la testa su di una finestra. Andò in ospedale, poi lo riferì ai suoi principali. Secondo la procura, D’Auria spinse la dipendente a firmare «una dichiarazione nella quale attestava che stava bene e che non pretendeva nulla dall’azienda, sotto minaccia di licenziamento». Una sorte simile toccò anche ad un altro dipendente: «Mi assentai dal lavoro per otto mesi per lo sfilacciamento al polpaccio sinistro e micro lesioni alla caviglia. Mi comunicarono il licenziamento, poi volevano firmassi una rinuncia ad ogni rivendicazione economica». Le punizioni per chi osava ribellarsi erano dietro l’angolo. Come, ad esempio, il trasferimento in un’altra sede. Una delle presunte vittime «per ritorsione fu trasferita presso il punto vendita di Salerno, costringendola ad un ulteriore aggravio di spese per raggiungere la sede da Nocera Inferiore». Un altro invece finì a Giffoni Valle Piana. Per un’altra ancora, vi fu l’imposizione di mentire agli ispettori del lavoro circa gli orari osservati nei punti vendita e persino di votare per un parente dell’ex colonnello, candidato alle ultime elezioni a Nocera Superiore. Gli altri, i più «fortunati», si vedevano contestare servizi mai effettuati o venivano spostati nella corsia dei detersivi, a «portare pedane pesanti e a stare sempre in piedi». Nell’applicare i domiciliari, il gip ha spiegato che D’Auria «si è approfittato dello stato di bisogno dei suoi dipendenti per ottimizzare il profitto delle sue aziende». Questa mattina potrà difendersi dinanzi al giudice dalle accuse di estorsione mosse dalla procura.  Fonte Nicola Sorrentino , Il Mattino

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