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Ecco cosa dice di Felicori Domenico De Masi primo Presidente della Fondazione Ravello

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Ecco cosa dice di Felicori Domenico De Masi primo Presidente della Fondazione Ravello . Il sociologo è stato cuore pulsante della Fondazione nella cittadina della Costiera amalfitana, dove ha casa, grande organizzatore della macchina Fondazione, quando si reggeva anche con i privati nella logica dell’indipendenza della struttura, ecco cosa ha detto oggi su Repubblica . E non potevamo immaginarci niente di diverso, conoscendolo, visto che segue la sua linea quando si è distinto in Costa d’ Amalfi arrivando fino ad esportare questo modello prima a Positano poi in Brasile…

«A Ravello serve una personalità che coniughi doti manageriali e spessore culturale. E che abbia la forza di svincolarsi dalla prepotenza della politica.. Abbiamo assistito, negli ultimi anni, a una deriva che io attribuisco al monopolio assunto dalla Regione nella Fondazione, Prima era partner di pari importanza con Comune e Provincia. Ci metteva solo 300 mila euro, il resto dei finanziamenti veniva dalla Provincia (150 mila euro) e dai privati che faticosamente coinvolgevo. Ora Santa Lucia ci mette più di 3 milioni, ma la qualità del Festival è andata scadendo via via».

Tutta colpa della Regione?
«La responsabilità è della Regione. La colpa è di chi gestisce. E chi gestisce è messo lì dalla Reggio che allunga le sue mani su tutto e su tutti. Il segretario lo sceglie la Regione, ogni incarico lo sceglie la Regione, che stabilisce tutto».

Sono spariti anche gli sponsor privati?

«Nessuno li cerca più».

Si dice: “Tanto paga Santa Lucia”.

«E perché si fa fatica a trovare sponsor di qualità. Eppure adesso privati. Prima, quando il Festival non era ancora decollato, i privati erano più scettici».

Ma la politica anche tempo addietro aveva le sue mire su Ravello.

«Ovviamente. Ma quando c’ero io la Fondazione era completamente indipendente dalla politica. L’allora presidente della Regione Antonio Bassolino non mi ha mai chiesto neppure un biglietto omaggio. La Fondazione fu creata proprio per avere un ente super partes che superasse le beghe tra i tre proprietari. Una istituzione fosse capace di resistere alle pressioni e alle mire della politica locale. In nome della cultura».

Da anni il livello della litigiosità tra le istituzioni è alto. Il braccio di ferro col Comune non si è mai spento.

«Gli interessi in campo non sono facilmente componibili. E a Ravello non c’è pace. Per riportare l’equilibrio tra le parti occorrono personalità di alta capacità e di forte motivazione, che si impegnino a tempo pieno o quasi».

Chi ha guidato la Fondazione di recente non si è impegnato abbastanza

«So che nell’ultimo periodo alle riunioni del cda non partecipavano i componenti culturalmente “alti”. Arbore, Minoli o Rigillo non si fanno vedere. Quando c’ero io Achille Bonito Oliva o Lina Wertmiuller, ad esempio, non mancavano mai. I cda sì facevano ogni mese ed erano tutti presenti».

Professore, che fa, si ricandida a tornare a Ravello?

«Ci sono già stato due volte. Ho dato a quel Festival 10 anni della mia vita. E gli incarichi erano a titolo gratuito. Ho già dato».

A titolo gratuito anche i direttori? Ora guadagnano 50mila o 60mila euro all’anno.

«lo avevo otto direttori, uno per ogni sezione del Festival. Ma prendevano 8 mila euro. E la qualità del Festival era decisamente migliore. Facciamo due conti: nel 2008 con 2 milioni di euro abbiamo fatto 14 manifestazioni di alto livello, Quest’anno col doppio della cifra ce ne sono state solo 27 e di media qualità».

Riuscirà Felicori a risollevare le sorti della Fondazione?

«Fui io il primo, in una trasmissione televisiva, a fare il nome di Felicori per quel ruolo. Ma perché riesca serve che si facciano da parte due o tre personaggi. Quando De Luca mi chiamò a fare il presidente, mi ritrovai ad assumere un ruolo di facciata, avevo attorno due badanti che prendevano le decisioni sulla base delle esigenze della politica. E mi dimisi. Se Felicori riuscirà a liberarsene, potrà fare bene. Ravello ha grandissime risorse e può ambire a un Festival degno, destagionalizzato».

A proposito, l’Auditorium è un’altra spina nel fianco.

«Niemeyer ce lo regalò e ci raccomandò di averne cura dopo la sua morte. Ora quella struttura – che vengono a visitare da tutto il mondo – deperisce senza manutenzione».

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