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Castellammare di Stabia: Trema Scanzano. Racket su cemento e appalti, 29 indagati

A poche settimane dall’operazione “Olimpo”, la mega-inchiesta che ha travolto i colletti bianchi della camorra, un altro terremoto rischia di abbattersi sui clan di Castellammare di Stabia. Un’inchiesta enorme che vede indagate 29 persone. Ci sono boss, affiliati, gregari e presunti fiancheggiatori del clan D’Alessandro, la holding del crimine organizzato che da decenni detta legge nel campo delle estorsioni e del riciclaggio di capitali illeciti. Nelle scorse ore sono stati notificati gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari a tutti i soggetti finiti nella rete dell’inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Le accuse contestate, a vario titolo, vanno dall’appartenenza al clan, al traffico di droga, poi ancora estorsioni, minacce e usura. Tutti reati aggravati dal metodo mafioso.

Come scrive Metropolis, sotto la lente d’ingrandimento del sostituto procuratore della Dda, G. Cimmarotta, sedici capi d’imputazione per episodi registrati nel triennio 2006-2009. Dal racket ai danni della ditta che gestiva le strisce blu in città – un settore da sempre nel mirino degli inquirenti – passando per le tangenti incassate sui lavori privati. Poi ancora il pizzo imposto ai ristoranti, alle imprese edili, alle ditte di pulizia e persino all’azienda che doveva realizzare le nuove condotte del gas. Ai costruttori che eseguivano lavori privati il clan era arrivato a imporre – secondo il teorema degli inquirenti – una tassa fissa del 5% su ogni appalto. Poi ancora i prestiti a tassi usurai che il clan D’Alessandro avrebbe acquisito dai creditori originari, arrivando a tormentare le vittime. Che il business delle estorsioni e la gestione degli appalti rappresentino la linfa vitale per la cosca di Scanzano è già emerso dagli atti dell’inchiesta “Olimpo”, l’operazione che ha svelato l’esistenza di un patto tra 4 clan per spartirsi l’affare pizzo da Castellammare a Pompei, passando per Gragnano ed Agerola. Il pentito S. Belviso ha addirittura raccontato ai magistrati della Dda che a Castellammare di Stabia il «90%» degli appalti vengono affidati a «costruttori individuati dal clan D’Alessandro».

Al centro dell’ultima indagine che colpisce la camorra stabiese ci sono, tra gli altri, anche personaggi di spicco e stretti congiunti dei boss a capo dell’organizzazione criminale fondata da Michele D’Alessandro. A cominciare da T. Martone, moglie del padrino defunto, che è finita ai domiciliari proprio nell’ambito dell’operazione “Olimpo”. La 73enne è accusata, in questo procedimento, di aver gestito la cassa del racket per conto dei figli P. e V. D’Alessandro. Tra gli indagati c’è, tra gli altri, proprio V. D’Alessandro, figlio del boss, recentemente scarcerato e ritenuto, all’epoca dei fatti contestati dalla Dda, l’uomo che avrebbe coordinato e diretto l’associazione mafiosa. Indagato anche suo fratello, oltre a P. Carolei, l’uomo accusato, tra l’altro, di essere l’anello di congiunzione tra la camorra e i colletti bianchi che avrebbero finanziato il clan di Scanzano. A completare l’elenco altri due personaggi chiave. Due pentiti che, in questi anni, sono stati in grado di svelare all’Antimafia le trame occulte e il sistema di potere del clan. Si tratta di R. Cavaliere (killer reo confesso dell’omicidio dell’ex consigliere comunale del Pd, L. Tommasino) e S. Belviso, ex uomo di punta del commando armato di Scanzano.

Gli indagati avranno adesso 20 giorni di tempo per presentare memorie difensive o chiedere di essere ascoltati dai pm. Un’inchiesta che, nonostante si faccia riferimento a fatti datati nel tempo, rappresenta l’ultimo atto dell’attacco frontale sferrato dall’Antimafia ai padrini di Castellammare di Stabia. I D’Alessandro, come emerso anche dagli atti delle ultime inchieste che hanno travolto il clan, sono ritenuti una delle cosche più ricche e potenti della provincia di Napoli. Un sodalizio criminale che sarebbe stato in grado di condizionare la vita della città, arrivando a inquinare interi settori dell’economia “pulita” attraverso l’aiuto di insospettabili esponenti della società civile.

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