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Il frate ultrà: «Tifare Salernitana è una preghiera»

Fra Gianfranco Pasquariello, “ultrà” amaranto FACEBOOK

Inviato a Salerno – Un campo di calcetto verde, pulito, luccicante. Dietro una linea di fondo, una croce di ferro battuto alta come una porta. Fra Gianfranco Pasquariello ha la borsa con gli indumenti di gioco nel portabagagli dell’auto. Il campo è dietro il Convento dell’Immacolata, casa dei francescani, ma lui ora è di stanza a Montecorvino Rovella. «Stavano per chiudere, lì. Noi frati siamo sempre di meno. Diminuisce il personale, tagliano gli impianti».
Fede e allegria, il segreto è tutto lì. Fra Gianfranco è nato dietro lo stadio Vestuti e ci è cresciuto dentro. «Un amore malato, il mio. Ogni anno mi pento, decido di non prendere l’abbonamento per la Salernitana e ci ricasco. Non è che la passione sportiva sia un male, è che il calcio non è più lo stesso di una volta. Sono stato cappellano in carcere e ricordo due ragazzi di Avellino stare dentro otto anni per aver provocato incidenti allo stadio. Un’assurdità, se ne sono resi conto».
Il calcio non sarà lo stesso, ma continua a rendersi utile. «Una volta portammo sessanta bambini alla partita. Io pesavo molto più di adesso. Cento chili a guardare la foto, ma solo perché indossavo il saio». Lui e i suoi confratelli conducono iniziative di questo genere e d’altro. L’attività sociale non implica necessariamente l’uso del calcio come catalizzatore, ma talvolta sì. «Comunque il mio è vero legame con la Salernitana, a prescindere dal bene che può fare. Ero in missione in Venezuela, in una zona poverissima, senz’acqua e senza elettricità. Appena arrivato mi sono messo a cercare la connessione Internet per conoscere i risultati». A proposito di internet e dei confratelli. Lui e gli altri hanno freato un gruppo sui social: «Sia lotata la Salernitana». Non prendetela per blasfemia….
Chiamatelo pure frate ultrà, non se ne offende. «Io vado in curva. I capi storici dei tifosi mi chiamano a benedire i club. Anche il padre del rapper Rocco Hunt, un leader degli ultrà. Non sono come suor Paola, la tifosa della Lazio. Lei è bravissima, io sono cattivo».
Chiariamo: scherza. In realtà dentro il suo genuino entusiasmo per il calcio fra Gianfranco trova un senso etico: «Non è banale oggi trovare un valore che convinca i ragazzi a stare insieme, a immaginare qualcosa collaborando, come le coreografie allo stadio, a coltivare un sogno comune. Riuscirci per me ha un senso religioso. Serve un po’ di indulgenza. Una volta sotto di me allo stadio c’era uno che ha bestemmiato la Madonna per tutta la partita. A un certo punto, rigore per la Salernitana. Quello si mette a pregare. Io non mi trattengo: ah, adesso chiedi la grazia, eh? E lui: non preoccuparti, la Madonna mi conosce». Tanto appassionato, tanto partecipe da trovare un motivo profondo persino nei volti mascherati degli ultrà. «Credo non sia un vero nascondersi. Credo simboleggi la supremazia della comunità nei confronti del singolo». Almeno, confessa, spero sia così.

fonte:corrieredellosport

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