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Colantuono,Salernitana fidati

 

Stefano Colantuono, 56 anni MOSCA
39 Panchine di Colantuono da quando ha preso in mano la Salernitana nel dicembre del 2017: con lui i granata hanno collezionato 13 vittorie, 12 pareggi e 14 sconfitte

All’improvviso si sente osservato. «Per favore, controllate chi sia quel signore?». Ci vuole un attimo. E’ il padre di un giocatore ed era previsto che fosse lì. «Ah, bene». Stefano Colantuono non ha nessuna intenzione di rivoluzionare il mestiere di tecnico. Allenamenti riservati, se ci facciamo una faccia così resta tra di noi. «Anche perché di solito non serve. Qualche volta, dai. Conta individuare che cosa non abbia funzionato e correggere. Hai preso tre gol dal Cittadella, vediamo il perché e il percome. Solo in questo senso una sconfitta può venire utile. Capita e cerchi di sfruttarla. Sentir dire che perdere fa bene è insopportabile. A me fa malissimo e anche a tutti gli altri».

nulla è scontato. Tra parentesi, al centro sportivo della Salernitana ora hanno montato telecamere agli ingressi. Fuor di parentesi, adesso la squadra e Colantuono si sentono a casa. «Per la prima volta dopo tanto tempo c’è un posto dove fare in santa pace le cose che servono. Senza strutture non vince nessuno. Per la prima volta con la nuova proprietà c’è una rosa costruita non per la mezza classifica in Serie B o peggio per non retrocedere. Poi le cose possono anche andare storte. Nonostante le chiacchiere, nel calcio non c’è mai niente di scritto, nulla che arrivi perché qualcuno ne ha diritto. Specialmente in Serie B».
Specialmente in questa Serie B, affollata di piazze che a star lì si sentono strette e hanno ricordi lontani o vicini di altre luci e altre stanze. Quindi sembra a molti tifosi che qualcosa non vada. A Colantuono anche. «Non va che siamo altissimi in classifica per rendimento in casa e bassissimi in trasferta. Mi era capitato anche a Bergamo, eppure un anno prima con il Perugia avevo battuto il record di successi esterni. C’è voluta la Juventus per superarlo. Morale: non esiste una cura perché non esiste una diagnosi. Esiste solo il lavoro che minimizza la casualità. Abbiamo buttato via alcune partite. In altre, come con il Cittadella, abbiamo smesso di giocare all’improvviso. Ho vinto due volte il campionato di B, quasi tre. E’ un torneo che conosco».


conoscitore. Questo è interessante. A Salerno, dove passione e scoramento non si escludono mai l’un l’altra, rimproverano a Colantuono di essere più adatto alla Serie A, per l’enfasi tattica, per l’organizzazione severa in campo. «Dicono tante cose. Che cambio troppo la formazione. Che non la cambio abbastanza. Sì, io credo che non esista squadra in grado di funzionare senza organizzazione, tanto meno in B dove la qualità tecnica è inferiore a quella della A. E faccio giocare tutti perché una rosa per quanto ampia sta in piedi se viene tenuta sveglia. A gennaio vedremo se ci serve qualcosa di più e se per qualcuno sarà meglio andare a giocare altrove. Ci sono ancora cinque partite per capirlo. La Serie B non è un campionato, sono due. Nel girone di andata bisogna restare in zona utile e tutto sommato ci stiamo riuscendo. Nel girone di ritorno non c’è niente da conservare, c’è solo da strizzare tutto ciò che hai».LE SCELTE. Sembra persino facile. «Non lo è perché noi ci siamo già mangiati quasi tutto il margine di errore. Poi c’è l’imprevedibile, giocatori su cui contavamo come Di Gennaro che invece andranno aspettati». Il consiglio è fidarsi, entrare in ballo e ballare. Colantuono ha fatto così quando si è ritrovato allenatore. «Alla Sambenedettese avevamo già cambiato due tecnici. Alessandro Gaucci mi propose di prendere in mano la squadra. Io non volevo, avevo quarant’anni, ero stanco di giocare ma volevo fare l’osservatore, scouting. Pensai: se adesso dico di no, con che faccia a fine anno vado a chiedere un altro ruolo?». Una scelta di vita, non strategica bensì tattica. «Vincemmo tutte e nove le partite che restavano. Rimasi anche l’anno successivo e poi i Gaucci mi portarono a Catania, quindi a Perugia. Mi chiamarono a Bergamo. Ormai ci avevo preso gusto. Qualche “chi me l’ha fatto fare” mi viene alla mente solo quando m’insultano. La penso come Liedholm: questo è il lavoro più bello del mondo dal lunedì al sabato. Lo ha detto quando si giocava solo di domenica».PROCLAMI. Il consiglio è fidarsi, appunto. Claudio Lotito si fida. «Anche l’altro proprietario, Marco Mezzaroma. E’ vero però che con Lotito ho un bel rapporto, istintivo, schietto. Mi piace a pelle, è una persona leale. Inoltre ci esprimiamo nello stesso modo, l’identico slang romano. Mandò Walter Sabatini a cercarmi, una decina di anni fa. Ci piacemmo, ma ormai la Lazio si era impegnata con un altro allenatore». La Roma non lo ha mai cercato, invece. «Solo qualche voce. Non mi hanno avuto in panchina, mi conservano come tifoso». E’ roba lontana. La Salernitana è qui e ora. «Solo a Bergamo ho conosciuto una partecipazione emotiva simile. Lì l’Atalanta è una fede. La Salernitana è carne e sangue». Aggiunge: «Chiedere ai tifosi di crederci, di starci vicino, significa usare frasi fatte. Diciamo invece che città e club meritano la Serie A». Lo ha detto, senza paura.

fonte:corrieredellosport
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