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Scoperto a Pompei l’affresco di Leda e il Cigno nell’atto dell’amore carnale

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Ancora una scoperta nel luogo più visitato della Campania . Amore carnale, tra un cigno e una donna. Spunta a Pompei, dalle ceneri espulse dal Vesuvio duemila anni fa, uno stupendo quadretto con scena erotica raffigurante un classico della mitologia: l’amplesso tra il re degli dei, Giove, trasformatosi in cigno proprio per possedere la donna, e Leda, regina di Sparta perché moglie del re Tindaro. Da quell’unione verranno generate due uova, da una di esse nascerà Elena, poi rapita da Paride e causa della guerra di Troia, e dall’altro Castore e Polluce, detti «dioscuri» appunto perché figli di Giove.
La bellezza del dipinto è strabiliante. I colori sono freschi e vividi: è stato letteralmente sigillato per duemila anni in una sorta di nicchia in cui l’equilibrio tra il microclima e ambiente si è mantenuto perfetto. Ancora una volta i tesori nascosti di Pompei lasciano a bocca aperta, questa volta per un’immagine, sia pur mitologica, che oggi considereremmo a luci rosse. La scena, su cui spicca una sensuale Leda dall’incarnato stupendo e delle vesti d’oro finemente drappeggiate, oltre a un bellissimo cigno dal piumaggio bianco e delicato, è stata ritrovata in un cubicolo (la stanza da letto delle domus romane) di una casa lungo via del Vesuvio, nell’area Nord degli scavi. L’ambiente che conserva il dipinto è posto accanto al corridoio di ingresso, dove già era stato individuato un affresco di Priapo, simile a quello della vicina Casa dei Vettii, come lui intento a pesarsi il fallo.
L’immagine dell’amplesso tra il Cigno/Giove e Leda, a Pompei è abbastanza comune come attestano numerose case: quella del Citarista, della Venere in conchiglia, della regina Margherita, di Meleagro, della Caccia antica, degli Amorini dorati, di Fabio Rufo, della Fontana d’amore. Altre scene simili ricorrono in affreschi staccati ed esposti al museo Archeologico di Napoli, e persino in uno specchio del Tesoro di Boscoreale, ora al museo Louvre di Parigi. In genere gli archeologi si sono sempre ritrovati al cospetto di un dipinto che raffigurava la donna «stante», ovvero dritta in piedi, e l’uccello che la possedeva. Mai prima d’ora si era rinvenuto un quadretto con la donna seduta e il cigno sul grembo, ennesima raffigurazione della sessualità sfrenata del signore degli dei. Un vero e proprio sciupafemmine, Giove, un assatanato con il chiodo fisso del dover possedere le più belle donne, mortali o meno che fossero. Come quando si trasforma in toro per rapire Europa, principessa di Tiro, o in pioggia d’oro per fecondare Danae. Un Giove che qualche volta non disdegna nemmeno i maschi, visto che si innamora del bellissimo Ganimede e lo porta con se facendolo diventare coppiere degli dei dell’Olimpo.
La domus in cui è stato ritrovato l’affresco oltre al «Priapo itifallico» ha rivelato altre preziose pitture. Come quella di un volto di donna dal fine incarnato e dalla bella acconciatura, inserito in un clipeo, un cerchio a forma di scudo; una stanza da letto (cubicolo) decorata con una raffinatissima cornice superiore e due quadretti (pinakes) nella parte mediana, l’uno con paesaggio marino e l’altro con una natura morta, affiancati da animaletti miniaturistici.
La casa da cui sono emersi i dipinti viene riportata alla luce in virtù del progetto di riprofilatura degli scavi della Regio V che affacciano sulla via del Vesuvio. A chi poi appartenesse quella domus resta un mistero. Non sono stati ritrovati, sino a ora, elementi come sigilli o graffiti che ne consentano l’attribuzione. Secondo il direttore del parco archeologico, Massimo Osanna, la casa, potrebbe essere appartenuta a «un ricco commerciante, forse un ex liberto ansioso di elevare il suo status sociale anche con il riferimento a miti della cultura più alta». E forse queste saranno le uniche notizie che si potranno sapere circa la domus perché, volendo rispettare il piano di messa in sicurezza del «cuneo», non si scaveranno altri ambienti.
Proprio per questo motivo servirà ora un progetto ad hoc che consideri, per quanto possibile, la salvaguardia delle pitture. L’equilibrio microclimatico e ambientale è stato rotto e dunque, inevitabilmente, ciò porterà a un lento quanto inarrestabile degrado causato dall’ossidazione dei pigmenti pittorici. «Assieme ai tecnici e alla direzione generale di archeologia – anticipa Osanna – valuteremo l’ipotesi di staccarli dalle pareti e posizionarli in un luogo dove potranno essere salvaguardati ed esposti ai visitatori». Carlo Avvisati , Il mATTINO

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