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Professoressa presa a sediate dagli studenti in Brianza. Il commento di Carlo Alfaro

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Professoressa presa a sediate dagli studenti in Brianza. Il commento di Carlo Alfaro, medico e uomo di cultura molto noto a Sorrento e in Penisola Sorrentina , val la pena leggerselo e riflettere.

Si resta basiti a leggere l’ultimo resoconto di cronaca dal “pianeta scuola”, rimbalzato furiosamente su tutti i siti, che sembra piuttosto una scena surreale di un film della famigerata serie di “Pierino”: “Professoressa aggredita a sediate. È accaduto lunedì 29 ottobre all’Istituto professionale Floriani di Vimercate (Monza), in Brianza, in una terza superiore.L’insegnante, docente di storia di 55 anni, era appena entrata in aula, per la sua ora di lezione.Si è voltata per riporre il registro in un cassetto, un alunno ha spento la luce (pioveva e la stanza era buia) e in un attimo le sedie dell’aula hanno iniziato a volare per aria, scagliate contro di lei, diventata bersaglio mobile,fin quando una non l’ha colpita a una spalla. Riavutasi dallo shock, l’insegnante,ferita, si è messa in salvo fuggendo dalla porta dell’aula ed è stata trasportata in ambulanza al pronto soccorso. Tutti gli studenti della classe, che hanno fra 16 ai 18 anni, finora hanno fatto fronte comune rifiutando di rivelare chi abbia spento la luce e chi lanciato la sedia contro la docente.La Procura dei Minori di Milano e la Procura di Monza hanno immediatamente aperto un fascicolo dopo la denuncia della professoressa ai carabinieri.Il Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti ha avviato un’ispezione, affermando: “Agiremo con fermezza. Verificheremo la possibilità, in una eventuale futura causa, di far costituire il Ministero parte civile”. Il Preside, Daniele Zangari: “I responsabili saranno sospesi e avviati a un percorso di volontariato. Qualora non identificati, il consiglio di classe valuterà eventuali provvedimenti per tutti gli studenti. Chi tace non è meno colpevole”. Per lunedì 5 il dirigente scolastico ha convocato un consiglio di classe straordinario per parlare agli alunni e ai genitori. Il senatore Pd di Vimercate Roberto Rampi ha definito l’accaduto “un fallimento collettivo, culturale, educativo e politico, frutto anche del clima di svalutazione verso la scuola e gli insegnanti e della violenza verbale veicolata in ogni campo, nei media, nella rete, in televisione, nella politica”. La presidente di Fdi Giorgia Meloni ha chiesto di “riportare autorità e rigore nelle scuole italiane riconoscendo espressamente la qualifica di pubblico ufficiale agli insegnanti”. L’assessore regionale all’Istruzione Melania Rizzoli: “Quanto è successo è inqualificabile e va sanzionato con il massimo rigore”. Il deputato brianzolo della Lega Massimiliano Capitanio: “Una punizione esemplare per i responsabili dell’aggressione e la reintroduzione dell’educazione civica obbligatoria a scuola”.

Certo, indagini, punizioni, percorsi di riabilitazione. Ma perché è accaduto, perché sta accadendo così spesso che la cronaca riporti di clamorosi casi di violenza sui docenti da parte di alunni e anche genitori? Perché invece ai miei tempi una cosa del genere era inimmaginabile?

Episodi del genere rappresentano segnali di un malessere profondo, che attiene alla crisi della scuola e alla cultura della violenza.

Purtroppo, i casi che vengono alla ribalta della cronaca, per denunce e intervento dei medici e delle forze dell’ordine, sono solo la punta dell’iceberg di una crisi educativa che è un’emergenza importante in tutti i Paesi sviluppati.Il ruolo che l’insegnante di studenti adolescenti è chiamato a svolgere non è certamente semplice, ed è ancora più arduo in una società complessa come la nostra: compiere funzioni educative e formative con delle persone che stanno vivendo il conflitto fra dipendenza e autonomia, nel percorso evolutivo della conquista di un’identità e di un senso stabile del Sé. L’insegnante dovrebbe saper considerare lo studente come persona a tutto tondo, sia per le capacità scolastiche che per gli aspetti relazionali e affettivi, cogliendone i punti di forza come i segni del disagio. Il centro del rapporto insegnante-studente è la relazione, basata sull’ascolto e sull’osservazione. Nella scuola delle competenze, che oggi sta superando la scuola dei contenuti, per gli insegnanti dovrebbe essere più possibile ricavarsi degli spazi per interagire con gli studenti, equilibrando ascolto e attenzione ai ragazzi con la responsabilità di dare risposte educative e didattiche. Ma per fare tutto questo, l’insegnante ha bisogno dell’appoggio e della fiducia della famiglia. Genitori e insegnanti dovrebbero essere artefici di una congrua “alleanza educativa” a favore dell’adolescente, uniti in un patto di corresponsabilità nello sforzo comune di formare i ragazzi. I genitori di oggi sembrano invece più che altro gli avvocati del figlio, pronti a prendere sempre e comunque le difese del ragazzo, quando un professore si permette una valutazione che non rispecchia il suo presunto valore, ferendo il narcisismo imperante attorno al ragazzo. La scuola non è più autorevole. I genitori contestano apertamente le scelte didattiche, i compiti, gli eventuali richiami, i giudizi del corpo insegnante. Oggi gli insegnanti non sono più visti come rappresentanti delle istituzioni, ma come nemici da abbattere e sottomettere. I genitori che pensano così di difendere i propri figli, legittimano invece comportamenti antisociali e disprezzo del senso civico. Quando la famiglia diventa branco, crolla quel riconoscimento e rispetto dei ruoli e delle istituzioni che sono alla base del concetto di educazione. In questo modo, la scuola diventa sempre più il luogo dove le frustrazioni e le contraddizioni presenti nella società emergono in maniera drammatica. Alla scuola viene chiesto di sopperire a tutte le carenze di una società in crisi di identità, investendola di carichi e richieste che esulano dalla sua mission istituzionale di agenzia pedagogico-formativa. Di fronte a ragazzi cui la famiglia ha latitato nell’impartimento di valori, contenimento e regole, alla scuola compete un pronto soccorso educativo, ma osteggiato dai giovani stessi, non predisposti a riceverlo, e dai genitori che tendono pericolosamente a proteggerli, a prescindere dai loro errori, da qualunque frustrazione o emozione negativa, anziché fare tesoro dell’opportunità di confronto e dialogo sulla efficacia della propria modalità educativa. Si assiste sempre più spesso a bambini e ragazzi educati come piccoli monarchi abituati a pretendere sempre tutto senza riconoscere le ragioni degli altri, e incapaci di resistere a qualunque dispiacere, rinuncia o negazione, per cui qualsiasi rifiuto, regola o contrarietà gli appare uno stress intollerabile o un abuso ai loro inalienabili diritti. Inoltre i giovani di oggi hanno imparato- anche dai media- ad utilizzare il linguaggio della violenza e della forza piuttosto che il dialogo e il confronto aperto e non combattivo. Quale soluzione? Carcere duro, telecamere nelle aule, presidi di forze dell’ordine nelle scuole, addirittura insegnanti armati, come suggerisce Donald Trump negli Stati Uniti? Deve esserci un altro modo. E se quest’altro modo fosse insegnare agli individui a comunicare tra loro? Insegnare a studenti, genitori e insegnanti, come materia scolastica, la “comunicazione nonviolenta”, o “comunicazione empatica”, il processo di comunicazione sviluppato da Marshall Rosenberg a partire dal 1960, per evitare i conflitti: un tipo di linguaggio che si ispira alla “giraffa”, per il suo lungo collo gli permette di avere un’ampia visione, e per il fatto che ha il cuore più grande tra i mammiferi terrestri, e che si fonda su auto-empatia (profonda consapevolezza di sè), empatia (ascolto compassionevole dell’altro), auto-espressione onesta (esprimersi autenticamente e sinceramente). Ci proviamo?

Carlo Alfaro

 

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