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Le Rubriche di Positano News - CulturaNews di Maurizio Vitiello

Intervista alla scrittrice Chiara Tortorelli, a cura di Maurizio Vitiello

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Intervista di Maurizio Vitiello – Risponde in modo oculata la scrittrice Chiara Tortorelli.

D – Puoi segnalare ai nostri lettori il tuo percorso di studi?
R – Ho avuto una formazione umanistica “divergente”: dopo un liceo classico “molto vecchio stampo” e delle solidissime basi in latino e greco, grazie a una professoressa allora assistente di Fabio Cupaiuolo, ho continuato in miei studi nell’Ateneo napoletano alla Facoltà di Lettere e Filosofia dove ho avuto la fortuna di conoscere personalmente il professor Cupaiuolo, prima che andasse in pensione, e Giancarlo Mazzacurati alle cui lezioni era una fortuna assistere. Ho completato infine il mio percorso di studi con una scelta divergente, una Specializzazione in Comunicazione e Copywriting all’Accademia di Comunicazione di Milano: se da una parte mi allontanava dalla mia formazione classica, dall’altra mi dava la possibilità di aprirmi al contemporaneo attraverso la creatività e il Pensiero Laterale.

D – Puoi raccontarmi i tuoi iniziali desideri?
R – I miei desideri erano … spaziosi, ho sempre amato viaggiare, magari con una tenda e un sacco a pelo in giro per il mondo. Volevo vedere gli occhi della gente, dei bambini, immergermi nel mistero e nel gorgo di uno sguardo completamente aperto all’Altro.

D – Quando è iniziata la voglia di scrivere e la passione per la letteratura?
R – Da piccola, da molto piccola, le emozioni mi portavano a scrivere. Volevo fermare il tempo, fermare l’attimo e allora scrivevo. La scrittura era per me un argine, un punto fermo, nel mare delle cose che non si possiedono mai completamente.

D – Puoi precisare i temi e i motivi dei tuoi libri, sino al penultimo?
R – I rapporti umani e il loro rapporto con il tempo, la perenne caducità delle cose e le tematiche dell’uomo stretto nella morsa tra il divenire e il restare. Da qui la scrittura e la sperimentazione come ricerca di significato, come forma nuova che sfugge al divenire. Da questa domanda è nato “Tabù”, una vera sperimentazione letteraria dove i racconti conducono al romanzo e il romanzo “esplode” in racconti diversificati nelle cui trame il lettore/protagonista resta prigioniero.

D – Ora, puoi motivare il percorso di gestazione e l’esito del tuo ultimo libro?
R Il mio ultimo libro “Noi due punto zero” nasce dall’esigenza o dovrei dire l’urgenza di raccontare la ricerca degli assoluti ieri come oggi, esasperata dalla liquidità magmatica della nostra società. Il punto d’incontro tra inconsistenza e valore, la disperata ricerca del valore individuale che giace sommerso dalla vanità dei rapporti resi insignificanti dal loro nascere e perire come merce di consumo, dal peso di una vita ridotta ad assenza e vuoto, dal sacro ridotto in polvere e da una dimensione femminile che cerca radici e identità al di là dei ruoli stretti e omologati. Un femminile che si fa sacro e archetipico nelle figure femminili del Coro Greco e che restituisce voce a una società gregaria e conforme a modelli disperanti.

D – Dentro c’è Napoli, ma quanto e perché?
R – Napoli c’è come testimonianza di vero e di radice, come cielo di ricordi che restituisce essenza alla protagonista. C’è una dicotomia Napoli/Milano, lì dove Milano rappresenta il dominio del vacuo e dell’immagine, Napoli resta il punto fermo e affettivo di una verità individuale.

D – Napoli è una città sorgiva per gli scrittori?
R – Sì, certamente, è una città vulcanica, e il vulcano è magma, custode della creatività, Creator Vesevo …

D – Quali pagine di un autore napoletano, di uno italiano e di uno straniero che si sono espressi su Napoli ti hanno colpito?
R – Mi piace ciò che diceva Goethe di Napoli e dei napoletani: “Tutti vivono in una specie di ebbrezza e di oblio di se stessi… o sei stato folle fin qui, o lo sei adesso”.
O Pasolini quando parlando di Napoli diceva: “I napoletani hanno deciso di estinguersi, restando fino all’ultimo napoletani, cioè irripetibili, irriducibili e incorruttibili”.
Degli autori napoletani amo ricordare invece la visione di Malaparte: “Napoli è una Pompei che non è stata mai sepolta. Non è una città: è un mondo. Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno”.

D – Napoli detiene una sua letteratura di segmento, perché?
R – Perché secondo me ha una sua voce, chiara, potente e definita che non si arrende all’omologazione.

D – Quali piste di maestri hai seguito?
R – Ho tre autori che per ragioni diverse mi hanno da sempre ispirato: Raymond Queneau per la sperimentazione linguistica, Milan Kundera per la profondità delle sue tematiche esistenziali, Italo Calvino per la leggerezza del suo “camminare nella vita senza portarsi pesi sul cuore”

D – Pensi di avere una visibilità congrua?
R – No, non come vorrei. La scelta di scrivere ciò che più è vicino al proprio sentire, alla propria ricerca e non a quello che il mercato ritiene sia spendibile, non facilita la visibilità…

D – Quanti “addetti ai lavori” ti seguono?
R – Sono fortunata, sono seguita e letta, ma per carattere non quantifico mai.

D – Puoi indicare in una scheda analitica le pregiudiziali sostanziali del tuo ultimo libro presentato al Teatro Bellini di Napoli? A proposito, soddisfatta della presentazione?
R – La presentazione al Foyer del Bellini mi ha soddisfatto e commosso, per l’afflusso di pubblico, la partecipazione calda e per gli interventi intensi e coinvolgenti.
“Noi due punto zero”, il mio ultimo libro è un romanzo che si addentra nei meandri della psiche umana dei nostri tempi, nei suoi desideri, nelle sue contraddizioni, nell’anelito disperato a trovare certezze, in una fame d’amore che spesso si riduce a cercare conforto in forme sostitutive, cioè l’eros fine a se stesso, e il ripetersi meccanico di una quotidianità suicida. A un’umanità che naufraga nella liquidità si dovrebbe ridare voce…

D – Quali linee operative pensi di tracciare nell’immediato futuro?
R – Mi propongo di presentare il libro in varie città d’Italia e di organizzare discussioni intorno alla tematica che sento molto attuale, in certo senso vitale.

D – Pensi che sia difficile riuscire a penetrare nel mercato del libro?
R – Ecco una domanda a cui risponderò con una provocazione: è difficile confrontarsi con i preconcetti del marketing sul mercato del libro.

D – I “social” ti appoggiano?
R – Io credo che i social vadano padroneggiati con un’operazione necessaria: lo svelamento di un’autenticità che non sia legata al mero apparire o all’urgenza a tratti compulsiva di rendersi visibili, ma a una reale connessione con la propria identità profonda, a un sincero e umile interrogarsi come soggetti di una collettività che cerca nuovi punti fermi.
Infine, ciascuno di noi si barcamena alla ricerca di due fondamenti elementari: la radice della felicità e la gioia del condividere, dell’essere amati e amare, cioè essere riconosciuti “profondamente”.

D – Con chi scriveresti a più mani un libro?
R – Con un amico che stimo da sempre come scrittore: Aldo Putignano. Una penna divergente, coraggiosa, che affronta la profondità del vivere con due frecce vincenti al suo arco: la leggerezza calviniana e la sperimentazione.

D – Perché il pubblico dovrebbe ricordarsi dei tuoi libri?
R – Perché vanno al di là del luogo comune e perché stringono un patto col lettore: il patto dell’essere veri sempre e comunque e quindi cercano di interrogarsi in modo autentico su quelle tematiche senza tempo che appartengono a tutti.

D – Pensi che sia giusto avvicinare i giovani e presentare libri in ambito scolastico?
R – Assolutamente sì, è una cosa che mi coinvolge molto. I ragazzi hanno il cuore intonso, sono ancora capaci di essere toccati, non hanno eretto i muri di protezione e se li guardi davvero negli occhi hanno dentro la luce della speranza. Spetta a noi non distruggerla con le nostre teorie morte.

D – Prossimo libro?
R – Vari … Tanti. Davvero non saprei da dove iniziare per raccontare i prossimi progetti.

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