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Fiori musicali per il nuovo millennio

Dal teatro Verdi di Salerno un messaggio che profuma di entusiasmo e gioventù lanciato da Giuseppe Gibboni e Romane Oren

 Di OLGA CHIEFFI

La stagione cameristico-sinfonica del nostro massimo, non di rado negli anni ha superato quella lirica. Per questo cartellone, Daniel Oren ha scelto una linea giovanissima, ricordiamo Vanessa Benelli Mosell, Yoav Levanon, sino all’ultimo concerto che ha salutato la performance condivisa della quattordicenne Romane Oren e del diciassettenne Giuseppe Gibboni, i quali si sono incontrati nel finale sulle note di Henryk Wieniawsky. Un rècital, questo dei due ragazzi, anticipato, la settimana scorsa, dall’evento che ha visto Ezio Bosso per tre giorni in città preparare il concerto con l’Orchestra Filarmonica Salernitana, con in programma tre tempi della sua sinfonia con cello concertante Oceans e la Sinfonia op.95, in Mi Minore, detta “Dal Nuovo Mondo” di Antonin Dvoràk. E’ risultato eccezionale il messaggio umano lanciato da Ezio Bosso dal podio, l’essenza dell’uomo dinanzi all’assoluto che è il mare, la metafora del viaggio, il “cambiamento” di Dvoràk, la mescolanza, che ha segnato quel secolo breve che, di lì a poco, sarebbe arrivato, ma la sua “idea” interpretativa, è stata percepita confusa e indecisa. Oceans è una pagina che gioca su di un minimalismo di grande comunicativa, sulle tracce di Steve Reich e Philippe Glass, un meccanismo “vivente” che sfugge, tanto alla freddezza matematica dell’atonalismo europeo quanto all’azzardo dell’alea cageana, un processo frutto di un gran numero di scelte, entro cui l’unico elemento di indeterminazione concesso è quello relativo agli effetti psicoacustici dei pattern in sovrapposizione, tali da attirare l’attenzione su fraseggi e dettagli diversi all’orecchio, un tratto che può affiorare nella sola intersezione tra due linee ritmiche/melodiche distinte, cui si è aggiunta l’invenzione del cello concertante di Relja Lukic, resa, nei limiti del possibile, dall’ Orchestra che la affrontava per la prima volta. La sinfonia di Dvoràk che ben conosciamo, ha, purtroppo, restituito alla platea, quattro intenzioni diverse per le sezioni, quattro idee di tempo e di suono, che il direttore non è riuscito affatto ad amalgamare, riuscendo ad arrivare in fondo alla pagina, grazie all’affiatamento degli strumentisti, non centrando quell’intento narrativo, illustrato in precedenza al microfono, dal podio con parole cariche di senso e fascino. I fiori musicali per il nuovo millennio, ce li hanno offerti, invece, la pianista in erba Romane Oren e il violinista Giuseppe Gibboni. I cognomi tradiscono due famiglie musicali di grande levatura, che speriamo riescano a collaborare anche negli anni a venire, a “crescere”, insieme, gli eredi di questa tradizione. Romane è una tastiera, veramente, ancora “in boccio”, che si è giustamente cimentata con le Kindersezen di Robert Schumann, le quali hanno offerto l’immagine di una bambina che pare raccontare la sua ricerca del suono del pianoforte, l’incanto di questo strumento, e con lo Scherzo n°2 di Fryderyck Chopin, una pagina particolare, che ha fatto letteralmente sua, la pianista. Poi, il romanticismo più acceso ha attanagliato il pubblico con Giuseppe Gibboni, il quale ha proposto un percorso densissimo di difficoltà, a cominciare dalle variazioni di The Last Rose of Summer, firmate da Heinrich Wilhelm Ernst, in cui Giuseppe non ha mai ceduto alla tentazione di un virtuosismo fine a se stesso, ma ha vissuto, l’opera, con estrema naturalezza, grazie alla grande esperienza fino ad oggi accumulata, suonando in qualsivoglia luogo, con l’unica finalità di far musica, bene, consapevolmente e, aggiungerei, “gioiosamente”, un termine, questo che, nella sua radice greca, racchiude quella di terra e di conoscenza. A seguire, il Paganini dei Capricci, con il V, il XXIV e quel “God save the King” a chiusura di una scaletta che richiede concentrazione, resistenza e una freddezza non comuni, in cui abbiamo potuto apprezzare un’ interpretazione votata a sottolineare ogni caratteristica della scrittura, sia cantabile che virtuosistica, il fraseggio, l’articolazione, e l’attacco del suono, oltre la libertà esecutiva che ha da vivere di ombra e luce, sempre. Naturalezza e leggerezza, per Giuseppe Gibboni, che si è avvertita, in particolare nel duo finale con Roman, le variazioni su un tema originale op.15 di Henryk Wieniawsky, praticamente, un “duel” d’altri tempi, tra pianoforte e violino, sotto l’occhio vigile di papà Daniel che ha fatto da “voltapagine” alla figlia, riuscendo ad alleggerire la mano con delicatezze cameristiche e, un’attenzione non comune al gioco delle dinamiche e all’impiego di tinte e sfumature sul confine del silenzio, quali controparti delle più violente esplosioni. Applausi scroscianti e due bis, per Roman e un Giuseppe, sulle tracce di Itzhak Perlman, con la scelta dell’Humoresque di Dvoràk e la riproposta, per intero, delle Variazioni op.15 di Henryk Wieniawasky, prima della consegna dei bouquet, per una volta non “lanciati”, pericolosamente dai palchi lettera. Grande festa in camerino, con la allegra e numerosa famiglia di Daniel Oren, che ha incontrato la “falange” gibboniana, l’omaggio dei maestri presenti, dai docenti di Giuseppe, Maurizio Ajello e Antonio Autieri, al pianista Costantino Catena, la magistratura salernitana, dal raffinatissimo orecchio al gran completo, in un lessico empaticamente famigliare, tra l’oro e per l’oro del nostro teatro.

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