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Ancelotti «Io e De Laurentiis, che feeling» foto

L’’INTERVISTA ANCELOTTI A DAZN
 Pareva una telefonata come tante: almeno così gli sembrò fosse, quando sul display del cellulare comparve scritto De Laurentiis: «E invece eccomi qua: incredibile». Come va? In genere, si parte formalmente: e mentre intorno ad Ancelotti c’era un vociare, dal mercato – inaspettatamente – si defilò un uomo con la sua bacheca. «Io pensavo che scherzasse, lui faceva sul serio: ci abbiamo messo niente a trovare l’accordo». Quando tutto cominciò, senza che ce ne fosse sentore assoluto, era maggio: giornate già calde, si direbbero torride, soffocate dal quegli interrogativi intorno a Sarri, un resta o se ne va anche alienante, che invece De Laurentiis tranciò nella penombra, inseguendo un totem per starsene elegantemente tra gli eletti. «Ci sentivamo ogni tanto da un po’ di anni, lo facemmo anche quando invano tentai di portare Cavani al Psg. E quest’anno abbiamo fatto le vacanze insieme, ho colto la sua passione, la sua voglia di informarsi di tutto e la capacità di delegare. E’ schietto, è sincero, è divertente». E’ il De Laurentiis che Carlo Ancelotti ha raccontato a Dazn, in questa intervista-confessione che abbraccia la sua Napoli, sin dal primo giorno: «Io avevo voglia di tornare in Italia e di parlare la mia lingua. Esprimersi in inglese non è un problema, ma volevo rientrare per trasmettere, dal punto di vista emozionale, sensazioni dirette. E quando sono arrivato, saputo che Hamsik aveva un’offerta, l’ho chiamato e gli ho spiegato che per me lui rappresentava un valore e avrei avuto piacere se fossi rimasto. Poi gli ho spiegato altro: ad esempio che mi intrigava l’idea di cambiargli ruolo. Forse l’ho convinto con questa tentazione di provare altro». 
Ancelotti e il Napoli, Ancelotti e Napoli, Ancelotti e Ancelotti, che ha una carriera nella quale servirebbe un tom tom per orientarsi: ci sono una quarantina anni (abbondanti) di calcio alle spalle ma il calciatore e l’allenatore sono fuse in quell’immagine autorevole che va in giro da sempre e che ne ha fatto di lui «il leader calmo», come da «testamento» editoriale. «Ne parlavo con Sacchi: l’autorevolezza ce l’hai per persuasione o per percussione, ma io cerco di utilizzare la prima e però sono pronto anche a sfruttare la seconda. Bisogna concedere responsabilità a chiunque, allo staff e ai calciatori, in maniera che cresca l’autostima». E che decolli l’Idea, il Progetto, quel football che s’è sviluppato secondo uno stile personalissimo, turn over degli uomini e anche del modello di calcio. «Piano piano abbiamo cambiato modulo, è stato un processo dolce. Mentre con Mertens, che all’inizio non giocava, non è stato semplice». Telefonargli non fu necessario: bastò guardarlo negli occhi.

fonte:corrieredellosport

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