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Da Caserta alla Piana del Sele, scoperto il filo rosso del riciclaggio di danaro nell’industria casearia

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Le frontiere della camorra 4.0, nella provincia a sud di Salerno, passano per riciclaggio e frodi alimentari. E la filiera casearia può diventare il nuovo petrolio, per le cosche imprenditrici venute da fuori. Le recenti indagini descrivono una camorra che spara meno e investe sempre più. Si mostra in doppiopetto e valigetta ventiquattr’ore. Si mimetizza in un’economia prosciugata dalla crisi, irrorandola con fiumi di capitali sporchi. E punta a territori un tempo vergini, come il Cilento, senza risparmiare la Piana del Sele. Investimenti assai redditizi, favoriti da paradossali meccanismi di finanza pubblica. Distorsioni del sistema, per le quali è più vantaggioso pagare le tasse allo Stato, che cambiare i proventi illeciti nei canali del mercato nero.

Il mattone eterna passione. Per i clan, è costante la ricerca di ulteriorisettori economici da inquinare, dove reinvestire gli enormi profitti del racket e del traffico di stupefacenti. E praticamente non esistono zone franche. Ma anche la camorra degli anni 2000, in tutte le sue metamorfosi, conserva un cuore antico. E il volto tradizionalista rimanda al primo amore di boss e picciotti, che non tradisce mai: il mattone.Una fonte investigativa racconta: «I reinvestimenti nell’edilizia privata, rilevati in provincia di Salerno, vanno intesi come lottizzazioni e acquisizioni di patrimoni immobiliari a mezzo di prestanome. Queste operazioni sono condotte a termine da sodalizi anche non stanziali. Il fenomeno è molto più radicato nelle zone dove ci sono meno presidi di polizia».

Meno controlli, più riciclaggio. Perché c’è una relazione inversa, tra presenza di forze dell’ordine e riciclaggio? La risposta è nel dato empirico. «Se si analizza la dislocazione dei presidi sul territorio – spiega l’investigatore – dopo il commissariato di Eboli e fino al confine con la Calabria, non c’è un posto di polizia, se non la stradale. Ci sono solo le compagnie dei carabinieri e della guardia di finanza, che hanno un territorio vastissimo da controllare, si pensi alla piana di Sala Consilina, a Sapri, ai crocevia con la Basilicata e quindi a Puglia e Calabria. In queste zone, e in particolare nel basso Cilento – a partire da Casal Velino fino a Sapri – abbiamo episodi di reinvestimento di organizzazioni delle province di Napoli e Caserta».

Il latte nuovo oro bianco. Ed è mirata, dopo adeguate indagini di mercato, la scelta sul come reimpiegare i profitti criminali. «I tentativi di infiltrazione li troviamo – ci dice la fonte investigativa – nelle attività commerciali di un certo rilievo: grandi alberghi, produzione casearia. Questo perché, così come negli anni’80 andava il cemento, oggi va il latte. Ma c’è una ragione: il latte si può tagliare, si può allungare, non si può contare». Il latte piace alle cosche, dunque, e non da oggi. È un altro oro bianco, in sinistra affinità con la cocaina. Il primo pericolo sono le ricadute sulla salute dei consumatori. «Sicuramente ci sono frodi alimentari – afferma il detective – ma sono difficili da individuare: non si sa se la produzione di quelle zone resta sul mercato italiano. Parliamo a partire dalla

Piana del Sele a scendere giù. Ed è un circolo vizioso. Se il camorrista di terza o quarta generazione apre un caseificio, a chi va a chiedere il latte? A chi già sa che, se gli chiede 100, gli fattura 500. Ma se quello ne fattura 500 e me ne vende 100, agli altri 400 che ha fatturato, che fine gli ha fatto fare? Il problema sembra semplice ma non lo è».

La tassa sul riciclaggio. Infatti, per trasformare il riciclaggio in un grande business, ci sono professionisti dal know how consolidato. «Esistono veri e propri apparati che guardano ai settori commerciali dove è possibile fare questo tipo di attività – ricorda la fonte investigativa – Addirittura c’è l’ipotesi opposta: io produco 100, e fatturo 1000, perché devo dimostrare come entrano i soldi. Se un camorrista apre un bar non dichiara meno scontrini di quanti ne fa, ma ne dichiara di più, include pure la gente mai entrata nel bar». Questo è, nel gergo, il prezzo del riciclaggio. Cioè, quanto il crimine organizzato accetta di perdere dal capitale iniziale, pur di pulirlo. Una “tassa” dai risvolti imbarazzanti. «Il prezzo del riciclaggio è pari all’Iva che verso allo Stato – dichiara il nostro esperto – Più legalizzato di questo non c’è nulla: se io faccio più scontrini del dovuto, chi mi verrà mai a contestare qualcosa? E se su quegli scontrini in più ci pago le tasse, quei soldi che poi ho messo in banca, meno il 22 per cento di Iva, sono puliti. Se io li voglio buttare sul mercato nero, per un milione di euro mi danno 3-400mila euro. La tassa sul riciclaggio che si prende lo Stato è il 22 per cento». E quindi conviene decisamente.

 

Fonte La Città quotidiano di Salerno e provincia

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