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Le Rubriche di Positano News - CulturaNews di Maurizio Vitiello

Intervista a Flora Frate, della VII Commissione CdD, a cura di Maurizio Vitiello. foto

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Intervista di Maurizio Vitiello – Risponde Flora Frate, della VII COMMISSIONE (CULTURA, SCIENZA E ISTRUZIONE), dal 21 giugno 2018.

D – Da Lovere, dove lavorava come docente dell’Istituto Superiore “Ivan Piana”, lo scorso 4 marzo è stata eletta alla Camera dei Deputati con il Movimento 5 Stelle ed è componente della VII COMMISSIONE (CULTURA, SCIENZA E ISTRUZIONE), dal 21 giugno 2018. E’ un doppio impegno serio e importante per una giovane politica?
R – Si, lo è sicuramente. In entrambi i casi le responsabilità sono enormi. A scuola formi gli adulti del futuro, in Parlamento costruisci il futuro di tutto il Paese.
Ho iniziato il mio impegno civico e sociale all’Università, dove sono stata rappresentante degli studenti nel Senato Accademico della Federico II. Ricordo che all`epoca feci una campagna elettorale incentrata sull’importanza della rappresentanza politico-studentesca, come strumento principale di democrazia e di tutela dei diritti degli studenti. Era il periodo della grande contestazione giovanile contro la Riforma Gelmini: iniziative culturali, cortei, lezioni in piazza, scioperi. Il mio impegno è stato massimo! Abbiamo perso la battaglia, ma conservo il bellissimo ricordo di un’università aperta ai cittadini, incline al pensiero critico e non schiacciata sul pensiero unico. Insomma, è stato il periodo più formativo della mia vita. Quando sono stata eletta in Parlamento ho pensato di portare l`esperienza di quegli anni in Commissione Cultura, senza mai dimenticare le battaglie che mi stanno a cuore: università, scuola, beni culturali.

D – Bisogna ricordare a se stessi che per esserci, per essere presenti sulla scena dell’esistenza, è essenziale credere fino in fondo in quel che si fa. Questa filosofia ha trovato una giusta misura nella passata manifestazione “Il proscenio dei Talenti – la creatività cambia Napoli”, ideata, promossa e realizzata dall’Associazione Medea Fattoria Sociale, da Lei presieduta. Quanto i giovani credono nelle proprie forze con uno scenario politico-economico come in questo momento?
R – Non solo l’Università, ma anche un continuo impegno per la mia Napoli, città bellissima e ricca di contraddizioni. Il Proscenio dei Talenti è stato uno dei primi progetti che ho realizzato col mio gruppo di lavoro, finanziato dalla Regione Campania e dal Comune di Napoli e rivolto alla realizzazione di una rassegna culturale di eventi alla Galleria Principe di Napoli. La rassegna aveva un duplice scopo: da un lato promuovere la creatività di giovani artisti emergenti; dall’altra favorire il rilancio culturale della Galleria. Mi fa piacere ricordare che in Commissione Cultura sono stata relatrice del programma Europa Creativa, che prevede lo stanziamento di 1,85 miliardi di euro per i settori media, cultura e transettoriale. Il bando è già on line. Ebbene, progetti come questo sono di estrema importanza per la divulgazione della cultura quale strumento di partecipazione e di crescita collettiva. Per rispondere alla domanda sui giovani, dico che il nostro Paese non li valorizza abbastanza. Quelli della mia generazione, la cosiddetta Generazione X nata tra l’analogico e il digitale, diversamente dalla generazione precedente, vivono una profonda precarietà e una totale incertezza del futuro. Questa condizione ha delle ricadute irrimediabili sul processo identitario e cognitivo, causa sfiducia e nichilismo. Ma sia ben chiaro, non è sfiducia delle proprie capacità, anzi: i cosiddetti ‘cervelli in fuga’ sono ben consapevoli di essere una risorsa importante per il paese. E sono altrettanto consapevoli che fuori dall`Italia trovano il giusto riconoscimento. Quindi è una sfiducia che riguarda il sistema Paese, afflitto da burocrazia e mancanza di merito, con una mobilità sociale al contrario: i figli stanno peggio dei loro genitori.
E non occorre una laurea con lode in Sociologia per constatare lo sfaldamento in atto delle categorie sociali più tradizionali. Lo smarrimento diffuso, quel senso di precariato esistenziale, consiste nell’aver perso gli ancoraggi culturali e morali interiorizzati durante la crescita. Quindi i giovani sono di fatto abbandonati dallo Stato, dalla Scuola, dall’Università e persino dal Lavoro che oggi non riesce più a riparare dalla povertà.

D – Lei è soprattutto una sociologa. Risulta che i docenti universitari di sociologia non hanno mai pensato di favorire l’inserimento dei giovani laureati nell’Amministrazione Statale e di Enti Pubblici con qualche seria proposta da affidare al Governo o a Comuni, Province e Regioni. Perché questa mancata partecipazione a sviluppare la figura del sociologo, nelle sue varie declinazioni?
R – È fallito il patto sociale tra Università, Scuola e Lavoro, e i docenti universitari sono i maggiori responsabili. Se prima il titolo di laurea era in grado di attivare l’ascensore sociale –fino agli anni ’90 era basilare per ricoprire incarichi verticistici – oggi non è appetibile sul mercato del lavoro. Non a caso la disoccupazione attuale colpisce prevalentemente i giovani laureati. La classe dirigente universitaria, di fronte a tutto ciò non si è interrogata e non ha fatto nulla per contrastare questo capovolgimento culturale. Non voglio essere settoriale, ma è chiaro che ciò si riflette maggiormente sulla laurea in sociologia, un corso di laurea giovane che non ha saputo costruire un’autonomia professionale. Non avendo costruito un ambito professionale, nell’immaginario collettivo il sociologo manca di codificazione. Aggiungo che la sociologia è sempre stata appannaggio della politica e non si è mai liberata di questo. Il Sociologo chi è, a cosa serve? L’Accademia non può continuare ad eludere la domanda.

D – Crede che la sociologia avrà in futuro una maggiore presenza nell’ambito culturale e/o in quale altro ambito?
R – Con l’impegno di tutti – Legislatore, associazioni, albi professionali, sindacato, accademia – potremmo farcela. Diversamente, credo che la sociologia sia destinata a scomparire, a essere assimilata genericamente alle scienze umane e sociali.

D – Pensa che la dimensione sociologica possa essere attivata nei vari stadi programmatici e inserita nei segmenti produttivi?
R – Per me la sociologia è fondamentale in tutti i settori. Mi raccontano che in Germania il sociologo lavora nelle motorizzazioni e non come amministrativo. Il sociologo è un innovatore, può essere impiegato in tutti i settori produttivi, dall’agricoltura all’edilizia, dalle politiche sociali al digitale. Il sociologo analizza gli impatti sociali di qualsiasi provvedimento normativo, di programmi sociali e ingegneristici. Insomma, è una figura completa e trasversale. Ha anche una valenza educativa: educa a stare al mondo, ad essere consapevoli dei processi economici, politici e sociali, insomma fornisce le coordinate di spazio e tempo. Quando ho iniziato a studiare sociologia sono diventata consapevole di me stessa, dei miei limiti, delle mie potenzialità. Per me dovrebbe essere insegnata in tutte le scuole.

D – I destini professionali post-laurea degli studenti di sociologia, non usuale nei Dipartimenti di Scienze Sociali delle Università italiane, sarebbero da qualificare con il riconoscimento istituzionale della figura del sociologo e la tutela giuridica della professione articolata in prassi differenziate derivanti dalla composizione multidimensionale dei fenomeni sociali agganciati, ad esempio, alla criminalità, al disagio sociale dei gruppi familiari, ai giovani, agli immigrati, ai poveri sempre in salita, ai disabili, ai lavoratori precari e etc. …?
R – Purtroppo, gran parte dell’agibilità professionale è stata assorbita dagli Assistenti Sociali e dai Pedagogisti. Non voglio alimentare una guerra fra poveri, voglio soltanto dire che i sociologi hanno perso terreno su molte cose e sono arrivati tardi a troppi appuntamenti. Oggi il corso di laurea in sociologia si differenzia da quello di Scienze del Servizio soltanto per due/tre esami. Perché con la laurea in sociologia non è consentito l’accesso all’albo degli Assistenti Sociali? Così com’è, la laurea in sociologia serve soltanto a chi già ha un lavoro. Paradossalmente, se le Scienze Umani sociali continuano a creare tra di loro una compartimentazione delle competenze, rischiano di perdere la loro utilità sul mercato del lavoro.

D – L’ANS Campania ha contribuito alla promulgazione della Legge Regionale n. 13/2017 “Istituzione del Servizio di Sociologia del Territorio” [successivamente bloccata dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 147/2018, ma non nell’impianto normativo]. Con molta probabilità la Regione Campania dovrebbe ripresentare all’approvazione la stessa legge con gli accorgimenti del caso con la precisazione economica. L’ANS Campania, ancora, ha ottenuto la partecipazione ai “Tavoli della Primavera del Welfare”, istituti dalla Regione Campania. Un certo movimento di norme e di ascolto istituzionale c’è, insomma?
R – Si, all’ANS va riconosciuto il merito di aver creato la legge regionale e questo a oggi rappresenta l’unico vero tentativo di costruire la figura del sociologo del territorio. Temo, però, che questo non basti. Faccio un esempio. Sono state depositate alla Camera tre Proposte di Legge sull’istituzione dell’Albo dei Sociologi, rimaste lettera morta. Questo accade perché la proposta normativa di per sé non serve senza un lavoro di lobbying in senso positivo. La necessità della figura del sociologo deve essere creata prima di tutto dal basso, aprendo tavoli di concertazione e luoghi di discussione per garantire gli spazi professionali. La legge deve essere l’atto finale di un lungo percorso.

D- All’Università di Salerno dovrebbe essere attivato, previo iter burocratico, uno sportello per info sulla Legge 4/2013 che disciplina le “professioni non ordinistiche”, in cui rientra quella sociologica, per corroborare una cultura associazionistica di categoria e il senso di appartenenza. Questa è una via per promuovere una coscienza sociologica negli studenti, nei laureandi e nei neo-laureati?
R – Dire che il sociologo è una professione non ordinistica a cosa se serve se non vengono definiti gli ambiti professionali di lavoro? A mio avviso il problema vero è rispondere alla seguente domanda: di fronte ai cambiamenti tecnologici e digitali, di fronte alla big economy e data science, il sociologo a cosa serve? Il medico serve a curare, il pedagogista ad educare, il sociologo? È una situazione ingarbugliata, dovremmo programmare gli Stati Generali della Sociologia. Anche la certificazione Uni è autoreferenziale, non ha nessuna ricaduta pratica.

D – Si potrebbe pensare a una promulgazione di una Legge Quadro Nazionale, che sulla pista dell’art. 2229 del Codice Civile, istituisca l’Albo dei Sociologi?
R – Una Legge quadro potrebbe essere uno strumento utile, non lo escludo a prescindere. Ma, ribadisco, serve un percorso dal basso che legittimi la figura del sociologo in ogni campo specifico. ‘Chi è il sociologo e cosa fa’, l’Accademia non può continuare a eludere questa domanda brandendo il vessillo della cultura come pretesto. Il sociologo ha una sua dimensione professionale e in quanto tale deve essere collocato con dignità nel mercato del lavoro.

D – Insomma, la sociologia italiana potrebbe contribuire alle politiche sociali che urgono in quest’Italia, in difficoltà dopo la crisi e con l’Europa?
R – La sociologia è indispensabile per la costruzione delle Politiche Sociali. Dobbiamo essere in grado di ripensare un nuovo modello di Welfare che sia capace di rispondere ai nuovi bisogni della società. Il Welfare di stampo fordista, sia chiaro, è finito. Penso al cosiddetto Secondo Welfare, dobbiamo impegnarci al massimo in questo senso. Io ci sono.

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