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E’ morta Inge Feltrinelli, ultima grande regina dell’editoria internazionale

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E’ morta stanotte Inge Schönthal Feltrinelli, l’ultima grande regina dell’editoria internazionale. Il 24 novembre avrebbe compiuto 88 anni. Se n’è andata con la stessa riservatezza silenziosa con cui aveva l’abitudine di lasciare una festa. Non amava le cerimonie degli addii, forse perché ne aveva vissuti tanti. E la malattia e il dolore appartenevano a un suo lato privato che preferiva tenere in ombra.

La chiamavano The queen of publishing, l’ultima grande regina dell’editoria internazionale. In un’Italia ancora provinciale, sessant’anni fa, portò un pezzo di mondo. E nella caotica redazione di Via Andegari, laboratorio di rivoluzioni e utopie, affiancò Giangiacomo Feltrinelli nella sua impresa culturale, moderna e cosmopolita. Dopo la tragica morte del fondatore, nel marzo del 1972, fu la vera salvatrice della casa editrice, poi consegnata al figlio Carlo in buona salute e con un patrimonio culturale invidiabile. Più che un editore Inge era un’atmosfera. Trascorrere cinque minuti con lei significava salire su una giostra tra bookfairs sparse nel pianeta, feste tra le più esclusive dell’ultimo cinquantennio, una mondanità culturale dai tratti imprevedibili. Sulla parete del suo studio, lo stesso dove aveva lavorato Giangiacomo, colpiva una fotografia scattata a Villadeati: lei allungata per terra in mezzo agli editori di tutto il mondo. “Ubriachi e felici”, era la divertita didascalia. Il suo modello era la casa berlinese di Gottfried e Brigitte Fischer, prima della guerra. “Se una sera c’era Thomas Mann, il giorno dopo si affacciava Albert Einstein”. La casa editrice come un divertente “caravanserraglio” dove passa il mondo che pensa. Lei avrebbe fatto lo stesso con Ingeborg Bachmann, Nadine Gordimer, Günter Grass, García Márquez e mezza letteratura mondiale.

Inge, l’avventura di un secolo

L’alternanza tra dramma e fortuna fu una costante della sua storia, intrecciata alla trama di quel grande romanzo che è il Novecento. Nascere nel 1930 a Göttingen, nella Bassa Sassonia, significava conoscere fin da piccola le svastiche di Hitler. E lei era una bambina mezza ebrea, per parte di padre. Fu la madre a salvarle la vita, spingendo il marito a scappare in America e mettendo Inge sotto la protezione di Otto, un ufficiale della cavalleria tedesca che le fece da patrigno. Il dopoguerra significò fame, deprivazione, un viaggio a vuoto in America, dove il vero padre la respinge. Inge avrebbe rivelato queste vicissitudini solo in anni recenti. E sempre alla sua maniera, trasformando la tragedia in opportunità.

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Quando nel 1958 incontra ad Amburgo Giangiacomo Feltrinelli, la ragazza di Göttingen s’è già fatta conoscere per aver fotografato Picasso, Hemingway, Gary Cooper e Greta Garbo. Lei è bellissima, “un misto di Audrey Hepburn e Leslie Caron”, racconta Carlo Feltrinelli in Senior Service. Lui è un editore atipico, comunista e miliardario, famoso nel mondo per aver pubblicato Dottor Zivago.  Fu anche questa una storia grande e terribile, una storia d’amore e di passioni intellettuali conclusa tragicamente nel 1972 nella campagne di Segrate: il 14 marzo Feltrinelli esplode nel tentativo di mettere una bomba su un traliccio dell’Enel. Sideralmente lontana dalla follia politica del compagno, Inge non riuscirà mai a trovare un senso a questo epilogo.

Grande suscitatrice di energie e di relazioni, Inge riuscì a condurre la casa editrice nella tempesta. Era convinta, come Giangiacomo, “che un editore deve trascinare la carretta: senza sapere nulla, deve far sapere tutto, o almeno tutto quello che serve”. Era l’ultima rappresentante di un mondo che non esiste più, l’editoria dei Gaston Gallimard, Alfred Knopf, Jorge Herralde, Barney Rosset, una stirpe di publisher con cui condivideva talento ed eccentricità. “Non si faceva questo mestiere per diventare ricchi, ma per fare circolare idee”. Nel frattempo tutto cambiava intorno a lei. Inge lo registrava con malinconia, ma senza mai arrendersi. Dietro il suo trionfo di arancioni, il temperamento flirtatious e l’inconfondibile “ingese” – la parlata cosmopolita impastata delle lingue del mondo – si nascondeva una tempra formidabile. Voleva invecchiare da “rompiscatole”, e in parte ci è riuscita. Quando la malattia ha prevalso, ha preferito ritirarsi. Senza troppe cerimonie. Con la grazia d’una grande, irripetibile regina.

LA REPUBBLICA

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